Warren, vuoi raccontarci il tuo incontro con Luigi spaventa nel 1992, quando l'Italia era sull'orlo del baratro e un tuo colloquio con lui riuscì ad impedire il disastro finanziario?
| Luigi Spaventa |
| Warren Mosler |
Sì, lo racconto dettagliatamente nel mio libro Seven Deadly Innocent Frauds of Economic Policy. L'Italia del 1991-92 si trovava in una situazione disastrosa: i tassi di interesse avevano superato il 12% e così pure l'inflazione. Il rapporto debito/PIL superava il 120% e i tassi di interesse che pagava sui BTP erano il triplo del suo tasso di crescita (l'Italia cresceva ad un 6-7% nominale come PIL, inflazione inclusa). Il default era stato previsto da tutti, ad esempio dall'economista Rudi Dornbusch di Harvard, autore del testo di economia base di ogni corso universitario all'epoca, che in un apposito rapporto analizzò e descrisse le cause per cui la bancarotta italiana era inevitabile. Questa situazione attrasse la mia attenzione di speculatore, perché c'era la possibilità di fare molti soldi senza alcuna fatica: gli investitori internazionali potevano comprare BTP, che pagavano un 14%, prendendo a prestito lire per rimborsarli al 12%, sulla stessa durata temporale. Questo era quello che in gergo si definisce un "pasto gratis", un modo sicuro di fare soldi. Bisognava però essere certi che lo Stato italiano non avrebbe fatto default.
Lo stesso problema si ripresenta oggi, e per questo il motivo quasi nessuno compra i titoli italiani: con la differenza che oggi il problema default è reale, allora invece no, come compresi all'improvviso dopo averci molto pensato su. Sapevo infatti che nessuna nazione aveva mai fatto default nella sua valuta in una situazione di tassi di cambio flessibili e che i default accadono solo con il gold standard, con tassi di cambio fissi e con indebitamento in valuta straniera. L'Italia non si trovava in nessuna di queste condizioni, e quindi non poteva, tecnicamente, fare default. Ma perché, mi domandai, era così? La risposta corrente era: "perché possono sempre emettere moneta". Questa è una risposta corretta, ma nessuno Stato in realtà, neppure allora, "stampava moneta" nel senso tradizionale del termine, per cui ci doveva essere una ragione più seria. Poi ebbi l'illuminazione: se negli Usa compriamo dei bonds dalla Fed o dal Tesoro, funzionalmente non c'è differenza: inviamo un bonifico nello stesso posto (alla Fed) e otteniamo in cambio la stessa cosa, per cui deve essere lo stesso: ho un conto in titoli anziché un conto corrente, ma non fa alcuna differenza. La differenza sta dalla parte del governo, cioè nel come viene contabilizzata l'operazione: il Tesoro vende i bond per finanziare la spesa pubblica, mentre la Fed li vende per ridurre le riserve nel sistema bancario e mantenere il tasso di interesse interbancario al livello che desidera. In ogni caso, con una moneta sovrana, non si tratta mai di procurarsi il denaro necessario per finanziare la spesa pubblica (oggi purtroppo, con l'euro non sovrano, sì). Quindi il vero obiettivo, consapevole o più spesso inconsapevole, per cui si emettevano i bond, era quello di sostenere i tassi di interesse bancari, farli salire, non quello di avere soldi da spendere: questo perché, con la moneta odierna, il governo deve prima spendere, e poi incassare (con le tasse); e questo è ovvio: lo Stato sovrano è l'unico a poter emettere moneta, non c'è nessun altro che possa finanziarlo! Quindi, lo Stato prende a prestito la sua stessa moneta dopo averla distribuita. Compreso dunque che era solo un trucco per ridurre o aumentare le riserve bancarie, ruppi gli indugi e mi recai in Italia nel 1992. Chiesi un colloquio con Luigi Spaventa, all'epoca coordinatore del Consiglio degli esperti presso la Direzione generale del Tesoro (poi, nel 1993, sarebbe stato promosso Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica). Durante questo colloquio gli chiesi, per metterlo alla prova: "Professor Spaventa, ma perché l'Italia emette titoli di Stato: per avere delle lire da spendere o perché, se si spendessero le lire senza emettere i bond, i tassi interbancari della lira scenderebbero a zero?". Spaventa, sorpreso, tacque per un minuto, e poi disse: "No, non a zero: il tasso interbancario scenderebbe a 0,5%" (questo perché lo 0,5 è il tasso minimo, quello che si paga sulle riserve bancarie tenute presso il Tesoro). Ed io pensai: ecco finalmente uno che capisce come funziona il sistema monetario! Questa mia domanda causò un'illuminazione anche al Professor Spaventa: saltò su dalla sedia tutto felice esclamando: "Ci stanno rendendo prociclici!" ed incominciò a dirne di tutti i colori contro il Fondo Monetario Internazionale. Poi chiamò tutti i suoi collaboratori, ci offrì dei cappuccini e l'incontro si trasformò in un party di due ore circa. Risultato: nessuna misura straordinaria richiesta dal FMI fu presa dall'Italia e non ci fu nessuna crisi.
Fonte: Libro "In alto il Deficit" Paolo Barnard.
Fonte: Libro "In alto il Deficit" Paolo Barnard.
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