giovedì 31 gennaio 2013

LE FALSITÀ DI UN UOMO DI POTERE: OLLI REHN

Olli Rehn è il vice presidente della Commissione europea e Commissario per gli affari economici e monetari. Finlandese, ex calciatore, ha dichiarato che l’euro-zona deve continuare a procedere lungo il corso dell’austerità
Il 12 dicembre 2012 ha tenuto un discorso presso  l’European Policy Center, (EPC), think tank “indipendente” con sede a Bruxelles, la cui mission è favorire l’integrazione europea.*
Precisamente si trattava di un breakfast briefing, cioè avere la possibilità di sorseggiare un tè mentre Rehn asserisce:
“…dobbiamo tener presente che il rapporto debito pubblico/PIL nell’UE è passato dal 60 al 90%. È ampiamente riconosciuto, secondo ricerche accademiche, che se il debito pubblico supera il 90%, tende ad avere un impatto negativo sul dinamismo economico, traducendosi in bassa crescita per molti anni.”
Rehn afferma che, se il rapporto debito pubblico/PIL supera il 90%, sono guai. 
Noi MMTers cosa faremmo in una situazione del genere? Semplice, aspetteremmo la fine del discorso e mostreremmo il paper che memmt.info aveva già pubblicato a settembre: “un debito sovrano eccessivo compromette davvero la crescita?” di Wray e Nersisyan.

I due scrivono: “Non vi sono probabilmente argomenti più scottanti di quello circa l’impatto dei deficit di bilancio governativi, e del debito, sulla crescita di lungo periodo. La peggiore crisi dai tempi della Grande Depressione ha provocato un rigonfiamento dei deficit di bilancio
nella maggioranza dei Paesi, poiché sono crollate le entrate fiscali, i governi hanno salvato le istituzioni finanziarie e sperimentato politiche fiscali anti-cicliche. Ad esclusione di ragguardevoli eccezioni, la maggior parte degli economisti accoglie l’opportunità dell’espansione dei disavanzi di bilancio nel breve periodo, ma teme eventuali effetti a lungo termine. (…) Gli economisti mainstream ― in molti casi, gli stessi che hanno contribuito a generare questa crisi ― sono ancora là fuori a dare consigli su come ridurre “l’enorme” deficit e il debito. La maggior parte degli “esperti” confonde la solvibilità con alcuni parametri di “sostenibilità” sulla base di alquanto arbitrari rapporti debito/PIL e deficit/PIL. Questi indici potrebbero essere applicati sotto un regime di tassi di cambio fissi o sotto un regime di gold standard, ma non assumono alcuna rilevanza per un Paese con una propria valuta non convertibile. Quando si parla di debito e di deficit non vi sono numeri magici o indici che siano rilevanti per tutti i Paesi, di tutte le epoche. Non vi sono soglie che, una volta oltrepassate, saranno insostenibili o condurranno ad una crescita più bassa. Dato il livello di risorse che il settore non governativo vuole utilizzare, quanto ampio deve essere il disavanzo governativo per allocare il resto delle stesse? Più di cinquant’anni fa, Abba Lerner fornì la risposta a questo problema. Se vi sono disoccupati involontari (aggiungeremmo anche sottoccupati) significa che il deficit è troppo basso. Il governo dovrebbe tagliare le tasse o incrementare la spesa pubblica.”
Andate alle conferenze degli “esperti” e mostrate a tutti i presenti quanto ignoranti o in malafede sono. 

LE FALSITÀ DI UN UOMO DI POTERE: OLLI REHN

Olli Rehn è il vice presidente della Commissione europea e Commissario per gli affari economici e monetari. Finlandese, ex calciatore, ha dichiarato che l’euro-zona deve continuare a procedere lungo il corso dell’austerità
Il 12 dicembre 2012 ha tenuto un discorso presso  l’European Policy Center, (EPC), think tank “indipendente” con sede a Bruxelles, la cui mission è favorire l’integrazione europea.*
Precisamente si trattava di un breakfast briefing, cioè avere la possibilità di sorseggiare un tè mentre Rehn asserisce:
“…dobbiamo tener presente che il rapporto debito pubblico/PIL nell’UE è passato dal 60 al 90%. È ampiamente riconosciuto, secondo ricerche accademiche, che se il debito pubblico supera il 90%, tende ad avere un impatto negativo sul dinamismo economico, traducendosi in bassa crescita per molti anni.”
Rehn afferma che, se il rapporto debito pubblico/PIL supera il 90%, sono guai. 
Noi MMTers cosa faremmo in una situazione del genere? Semplice, aspetteremmo la fine del discorso e mostreremmo il paper che memmt.info aveva già pubblicato a settembre: “un debito sovrano eccessivo compromette davvero la crescita?” di Wray e Nersisyan.

I due scrivono: “Non vi sono probabilmente argomenti più scottanti di quello circa l’impatto dei deficit di bilancio governativi, e del debito, sulla crescita di lungo periodo. La peggiore crisi dai tempi della Grande Depressione ha provocato un rigonfiamento dei deficit di bilancio

Siamo ricchi...si ma come nel 1986!!


Grazie euro, grazie Monti, grazie Europa. Il reddito disponibile degli italiani scivola ancora e nel 2013 tornerà ai livelli di 27 anni fa. Secondo un’analisi di “Rete Imprese Italia” il dato è sceso a meno di 17.000: precisamente, 16.955 euro pro capite, contro i 17.337 dello scorso anno. Nel 2007, anno di inizio della crisi, il reddito medio degi italiani era di 19.515 euro. In pratica, sono 2.500 euro in meno dall’inizio dell’esplosione della grande crisi che sta scuotendo l’Occidente e letteralmente mettendo in ginocchio i paesi dell’Eurozona, dove gli Stati hanno perso ogni forma di sovranità finanziaria e sono “costretti” a ricorrere alla spirale suicida dell’inasprimento fiscale su famiglie e aziende. E’ la prova di quello che gli economisti definiscono “economicidio”: impoverire un paese a tavolino, tagliando la spesa pubblica che sorregge il benessere diffuso e quindi anche il settore privato, con la domanda di prodotti, servizi e consumi.
Calato nel 2012 del 4,8%, il reddito disponibile reale pro capite scenderà sotto la soglia dei 17.000 euro nel 2013. «Questa previsione – spiega Mariano BellaMariano Bella di “Rete Imprese Italia” – determina un salto indietro al 1986». Un quarto di secolo letteralmente “azzerato” dalla morsa del rigore, che azzoppa la finanza pubblica proprio nel momento in cui – secondo gli analisti non allineati al Monti-pensiero, sostenuto in Parlamento da Pd e Pdl – il settore privato dell’economia avrebbe un bisogno vitale di sostegno pubblico, a cominciare dal fronte cruciale dell’occupazione per i giovani. Solo un intervento diretto dello Stato, fa notare il sociologo Luciano Gallino, potrebbe produrre occupazione immediata in settori-chiave come quello dell’energia e della manutenzione del territorio: occupazione che avrebbe il potere di invertire automaticamente la rotta, risollevando l’economia. Lo ha detto anche il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker: di sola austerity si muore. E ormai lo ammette persino il Fondo Monetario Internazionale: “ricette” sbagliate, costi sociali del rigore completamente sottovalutati.
Per i consumi italiani, secondo “Rete Imprese” lo scenario negativo continuerà anche nel 2013 con una ulteriore flessione per i consumi reali pro-capite dell’1,4% sul 2012, con valori che li riporteranno indietro di 15 anni. I consumi reali pro capite saranno pari a 15.695 euro: per ritrovare un dato analogo bisogna tornare al 1998, quando i consumi reali pro capite erano di 15.753 euro. E il peggio deve ancora venire, sotto forma di “pareggio di bilancio”, come richiesto dal Fiscal Compact. «Sta arrivando l’inferno – avverte Giorgio Cremaschi – e sembra che i candidati alle prossime elezioni, tutti quanti, non se ne siano accorti: nessuno denuncia il pericolo mortale del taglio alla spesa pubblica e del prelievo aggiuntivo di 40 miliardi all’anno, col pretesto di ridurre il debito». Luciano Borin, per trent’anni dirigente della Banca Mondiale, in un post su “Libre” si dichiara «attonito dalla leggerezza con cui il nostro paese può avere avallato una richiesta di pareggio bilancio». Obiettivo pazzesco e suicida, totalmente italiani impoveritiirraggiungibile, «a meno di avviare l’Italia verso una spirale irreversibile di povertà», secondo un processo «già abbondantemente iniziato».
«I fallimenti e le chiusure di tante imprese dovrebbero esserne un segno allarmante», ulteriormente confermato ora dalle drammatiche previsioni di “Rete Imprese”. «Il governo dei tecnici ha fallito quanto quello precedente», dice Borin, e «il vero baratro non è ancora arrivato». Fiscal Compact, pareggio di bilancio: «Mi sembra che la direzione presa, se è stata presa, porterà inevitabilmente a un’Europa a due o più velocità, in cui nessuno ne trarrà profitto sul lungo termine». Particolare tragico: la politica non offre uno straccio di analisi. Di conseguenza, non ci sono soluzioni all’orizzonte. Le elezioni? Manca il punto principale: la crisi. Il disastro che è già arrivato e che esploderà in modo spaventoso, cancellando diritti e regalando fame, povertà e paura. Conclude Borin: «Mi chiedo in quale maniera il deprimente panorama politico possa esprimere un leader capace di onestà intellettuale e di coraggio per salvare la situazione».

Siamo ricchi...si ma come nel 1986!!


Grazie euro, grazie Monti, grazie Europa. Il reddito disponibile degli italiani scivola ancora e nel 2013 tornerà ai livelli di 27 anni fa. Secondo un’analisi di “Rete Imprese Italia” il dato è sceso a meno di 17.000: precisamente, 16.955 euro pro capite, contro i 17.337 dello scorso anno. Nel 2007, anno di inizio della crisi, il reddito medio degi italiani era di 19.515 euro. In pratica, sono 2.500 euro in meno dall’inizio dell’esplosione della grande crisi che sta scuotendo l’Occidente e letteralmente mettendo in ginocchio i paesi dell’Eurozona, dove gli Stati hanno perso ogni forma di sovranità finanziaria e sono “costretti” a ricorrere alla spirale suicida dell’inasprimento fiscale su famiglie e aziende. E’ la prova di quello che gli economisti definiscono “economicidio”: impoverire un paese a tavolino, tagliando la spesa pubblica che sorregge il benessere diffuso e quindi anche il settore privato, con la domanda di prodotti, servizi e consumi.
Calato nel 2012 del 4,8%, il reddito disponibile reale pro capite scenderà sotto la soglia dei 17.000 euro nel 2013. «Questa previsione – spiega Mariano BellaMariano Bella di “Rete Imprese Italia” – determina un salto indietro al 1986». Un quarto di secolo letteralmente “azzerato” dalla morsa del rigore, che azzoppa la finanza pubblica proprio nel momento in cui – secondo gli analisti non allineati al Monti-pensiero, sostenuto in Parlamento da Pd e Pdl – il settore privato dell’economia avrebbe un bisogno vitale di sostegno pubblico, a cominciare dal fronte cruciale dell’occupazione per i giovani. Solo un intervento diretto dello Stato, fa notare il sociologo Luciano Gallino, potrebbe produrre occupazione immediata in settori-chiave come quello dell’energia e della manutenzione del territorio: occupazione che avrebbe il potere di invertire automaticamente la rotta, risollevando l’economia. Lo ha detto anche il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker: di sola austerity si muore. E ormai lo ammette persino il Fondo Monetario Internazionale: “ricette” sbagliate, costi sociali del rigore completamente sottovalutati.
Per i consumi italiani, secondo “Rete Imprese” lo scenario negativo continuerà anche nel 2013 con una ulteriore flessione per i consumi reali pro-capite dell’1,4% sul 2012, con valori che li riporteranno indietro di 15 anni. I consumi reali pro capite saranno pari a 15.695 euro: per ritrovare un dato analogo bisogna tornare al 1998, quando i consumi reali pro capite erano di 15.753 euro. E il peggio deve ancora venire, sotto forma di “pareggio di bilancio”, come richiesto dal Fiscal Compact. «Sta arrivando l’inferno – avverte Giorgio Cremaschi – e sembra che i candidati alle prossime elezioni, tutti quanti, non se ne siano accorti: nessuno denuncia il pericolo mortale del taglio alla spesa pubblica e del prelievo aggiuntivo di 40 miliardi all’anno, col pretesto di ridurre il debito». Luciano Borin, per trent’anni dirigente della Banca Mondiale, in un post su “Libre” si dichiara «attonito dalla leggerezza con cui il nostro paese può avere avallato una richiesta di pareggio bilancio». Obiettivo pazzesco e suicida, totalmente italiani impoveritiirraggiungibile, «a meno di avviare l’Italia verso una spirale irreversibile di povertà», secondo un processo «già abbondantemente iniziato».
«I fallimenti e le chiusure di tante imprese dovrebbero esserne un segno allarmante», ulteriormente confermato ora dalle drammatiche previsioni di “Rete Imprese”. «Il governo dei tecnici ha fallito quanto quello precedente», dice Borin, e «il vero baratro non è ancora arrivato». Fiscal Compact, pareggio di bilancio: «Mi sembra che la direzione presa, se è stata presa, porterà inevitabilmente a un’Europa a due o più velocità, in cui nessuno ne trarrà profitto sul lungo termine». Particolare tragico: la politica non offre uno straccio di analisi. Di conseguenza, non ci sono soluzioni all’orizzonte. Le elezioni? Manca il punto principale: la crisi. Il disastro che è già arrivato e che esploderà in modo spaventoso, cancellando diritti e regalando fame, povertà e paura. Conclude Borin: «Mi chiedo in quale maniera il deprimente panorama politico possa esprimere un leader capace di onestà intellettuale e di coraggio per salvare la situazione».

martedì 29 gennaio 2013

Abbasso le tasse




Per un moderato, a dicembre 2012, la scelta era tra il "rigore serio" di Monti e le improbabili "promesse da marinaio" berlusconiane. Benché l'economia nazionale abbia bisogno di un taglio deciso dell'imposizione fiscale per riprendersi, le parole del Cavaliere che prometteva di eliminare l'Imu nel caso di un suo governo, erano ritenute dalla stampa mainstream un pericolo per la stabilità finanziaria dell'Italia. L'anno seguente, cioè nel 2014, si sarebbe dovuta mettere una imposta di valore doppio dell'Imu del 2012. Questa era la risposta terroristica della stampa alle sirene del centro destra.

Oggi a fine gennaio 2013? Dalla stampa non si levano più strali di indignazione, semplicemente perché non c'è solo più Berlusconi a chiedere il taglio delle tasse. Anche il serissimo Monti promette, promette e poi promette ancora:

“Presenteremo presto un piano per ridurre il gettito di Imu, Irap e Irpef“. ... “Proponiamo – dice l’uomo che è tuttora premier e che ha determinato e fissato le aliquote attualmente utilizzate – misure per bloccare la spesa pubblica corrente al netto degli interessi, con una riduzione spesa pubblica-Pil del 4,5 per cento al termine dei cinque anni. Non vogliamo fare promesse, ma prendere impegni seri”. 
Monti ha poi spiegato: “L’Imu detrazione da 200 a 400 euro; detrazioni per figli a carico fino a 800 euro. Questa riforma dell’Imu renderà l’imposta piu equa e piùprogressiva. Irap ridotta dal 2014. Meno Irpef dal 2014, a partire dai redditi medio bassi”.
...
L’Irap va “ridotta e deve essere favorevole al lavoro”, prevedendo dal 2014 “l’ eliminazione del monte salari dalla base imponibile Irap. Alla fine della prossima legislatura puntiamo su un dimezzamento di 11,5 miliardi di euro di imposta in meno in 5 anni sulle imprese”
...
Meno Irpef dal 2014, “riducendo a partire dai redditi medio-bassi, con un aumento della detrazione dei carichi familiari e una riduzione delle aliquote a partire da quelle più basse. Vogliamo ridurre il gettito Irpef di 15,5 miliardi di euro in cinque anni, portando il rapporto tra gettito e Pil al 2%, anche per sostenere i consumi”. "

Oggi i moderati italiani possono quindi scegliere tra "promesse da marinaio" in originale (Berlusconi) e "promesse da marinaio" in fotocopia (Monti). Non so se sia meglio per questi elettori votare l'originale o la brutta copia.
Mentre l'agenda Monti è diventato un gadget ormai solo in uso presso il Pd. Ma anche qui si strappa una pagina al giorno: 

"A Monti Bersani replica anche sul ruolo dei sindacati: “E’ un giudizio un po’ dall’alto, perché dire ai sindacati che cosa interessa ai lavoratori faccio un po’ fatica a pensare a qualcuno che lo sappia meglio dei sindacati. A me non risulta che siano di intralcio per le riforme
...
“Spiace che nell’agenda Monti non ci sia una parola sugliesodati perché la stessa Fornero ha riconosciuto che c’è un problema e va risolto. Il meccanismo va reso più flessibile per evitare buchi drammatici, se no rischiamo di lasciare gente che per due e tre anni non sa dove sbattere la testa”
...
il segretario del Pd ribadisce che la strada dovrebbe essere l’eliminazione dell’imposta sulla prima casa per chi “sta pagando fino a 400-500 euro”. La misura, spiega il candidato del centrosinistra, potrebbe essere coperta con una patrimoniale sugli immobili “fino a 1,5 a mezzo catastale che significa a mercato 3 milioni”. ”Sulla tassazione degli immobili – ha aggiunto Bersani – io credo che si può fare un’operazione redistributiva di questa imposta.
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Il lavoro stabile deve costare meno e quello precario deve costare di più. Se si intende un sistema di convenienza alle imprese se il giovane ha un contratto a tempo indeterminato sono più che d’accordo”.
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bisogna, dichiara, “allentare la morsa delle politiche di austerità per gli investimenti, questa è una priorità assoluta”. Una priorità anche per “le politiche economiche anche a livello europeo”."

Oggi l'agenda Monti è sempre più carta straccia. Mi chiedo allora perché Monti si è dato tanta pena per divulgarla e difenderla a spada tratta manco fosse un testo sacro (vedi "Il vangelo di Monti"), e perché personaggi come Ichino che forse l'ha realmente scritta, siano usciti dal Pd, se poi tutti aderiscono alla fin fine alla linea Berlusconi. Dove stanno le differenze fra i tre schieramenti  destra, centro e sinistra? Non c'è molta differenza visto che poi questi partiti e relativi personaggi, hanno governato un anno assieme ed hanno alzato il livello di imposizione fiscale votando i provvedimenti montiani. E mentre lo facevano nessuno di loro si è lamentato, per primo Berlusconi, che è rimasto silente nell'ombra per mesi e mesi.

Ho l'impressione che Berlusconi abbia impostato la campagna elettorale sull'abolizione dell'Imu ben sapendo che non avrebbe vinto le elezioni. Quindi pensava di poter promettere tutto, anche di lanciare banconote dagli elicotteri, tanto non avrebbe avuto responsabilità di governo. Poi però c'è stato un avanzamento nei sondaggi del centro destra, e gli avversari si sono spaventati. Quindi Bersani ha cominciato a fare timide aperture nel muro dell'austerità, ed alla fine Monti ha addirittura fatto un'inversione a "U" rispetto al suo programma iniziale di "non sprecare i sacrifici fatti dagli italiani". Anche questa volta si sono fatti involontariamente turlupinare dal Cavaliere.

Premettendo che trovo questi personaggi tutti poco seri, il peggiore è sicuramente Monti: sembrava Torquemada, ora sembra Babbo Natale. Se Berlusconi promette di eliminare parte dell'Imu aumentando le tasse su sigarette e alcool (ma quanto fumano e bevono gli italiani?), adesso Monti dice di voler abbassare le tasse tagliando la spesa pubblica. In effetti sarebbe bastato evitare di dare 4 miliardi dei euro ai manager di una banca fallita, per togliere l'Imu sulla prima casa. Ma se i tagli che propone Monti sono quelli ai terremotati dell'Emilia, allora è meglio continuare a pagare l'Imu. Monti si è detto dispiaciuto con i terremotati, purtroppo il bilancio dello Stato non consentiva di fare di più, c'erano già gli F35 e gli aiuti a Mps. Veramente non si poteva fare di più...

Monti poi afferma che quello a Mps è un aiuto sotto forma di prestito. Un prestito al 9% ad un istituto che sta fallendo o è già fallito, non so se sia proprio una buona idea. Come al solito si fanno le cose al contrario. Un prestito del genere, se dovesse essere onorato veramente, contribuirà al fallimento della banca. Si sarebbe dovuto invece utilizzare denaro pubblico per nazionalizzare la banca e sostenere i più deboli in questa situazione, cioè i correntisti, dando un bel calcio nel sedere a manager e fondazione.
Ma per fortuna di Mps (e sfortuna nostra), forse il prestito non dovrà essere restituito con denaro vero. Ma con bond Mps che non varranno neanche la carta su cui sono stampati (tipo "canistracci oil").

"I bond supposta di Mario Monti. Monte dei Paschi non è obbligata a restituire i soldi allo Stato Italiano, e gli interessi li potrà pagare con altre obbligazione senza scadenza.
Tutto questo per consentire al PD di comandare ancora senza soci scomodi.
Non ci credete? è tutto nero su bianco..."

Fonte: http://spensierata-mente.blogspot.it

Abbasso le tasse




Per un moderato, a dicembre 2012, la scelta era tra il "rigore serio" di Monti e le improbabili "promesse da marinaio" berlusconiane. Benché l'economia nazionale abbia bisogno di un taglio deciso dell'imposizione fiscale per riprendersi, le parole del Cavaliere che prometteva di eliminare l'Imu nel caso di un suo governo, erano ritenute dalla stampa mainstream un pericolo per la stabilità finanziaria dell'Italia. L'anno seguente, cioè nel 2014, si sarebbe dovuta mettere una imposta di valore doppio dell'Imu del 2012. Questa era la risposta terroristica della stampa alle sirene del centro destra.

Oggi a fine gennaio 2013? Dalla stampa non si levano più strali di indignazione, semplicemente perché non c'è solo più Berlusconi a chiedere il taglio delle tasse. Anche il serissimo Monti promette, promette e poi promette ancora:

“Presenteremo presto un piano per ridurre il gettito di Imu, Irap e Irpef“. ... “Proponiamo – dice l’uomo che è tuttora premier e che ha determinato e fissato le aliquote attualmente utilizzate – misure per bloccare la spesa pubblica corrente al netto degli interessi, con una riduzione spesa pubblica-Pil del 4,5 per cento al termine dei cinque anni. Non vogliamo fare promesse, ma prendere impegni seri”. 
Monti ha poi spiegato: “L’Imu detrazione da 200 a 400 euro; detrazioni per figli a carico fino a 800 euro. Questa riforma dell’Imu renderà l’imposta piu equa e piùprogressiva. Irap ridotta dal 2014. Meno Irpef dal 2014, a partire dai redditi medio bassi”.
...
L’Irap va “ridotta e deve essere favorevole al lavoro”, prevedendo dal 2014 “l’ eliminazione del monte salari dalla base imponibile Irap. Alla fine della prossima legislatura puntiamo su un dimezzamento di 11,5 miliardi di euro di imposta in meno in 5 anni sulle imprese”
...
Meno Irpef dal 2014, “riducendo a partire dai redditi medio-bassi, con un aumento della detrazione dei carichi familiari e una riduzione delle aliquote a partire da quelle più basse. Vogliamo ridurre il gettito Irpef di 15,5 miliardi di euro in cinque anni, portando il rapporto tra gettito e Pil al 2%, anche per sostenere i consumi”. "

Oggi i moderati italiani possono quindi scegliere tra "promesse da marinaio" in originale (Berlusconi) e "promesse da marinaio" in fotocopia (Monti). Non so se sia meglio per questi elettori votare l'originale o la brutta copia.
Mentre l'agenda Monti è diventato un gadget ormai solo in uso presso il Pd. Ma anche qui si strappa una pagina al giorno: 

"A Monti Bersani replica anche sul ruolo dei sindacati: “E’ un giudizio un po’ dall’alto, perché dire ai sindacati che cosa interessa ai lavoratori faccio un po’ fatica a pensare a qualcuno che lo sappia

lunedì 28 gennaio 2013

MPS E LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA





“«La vera natura di alcune operazioni riguardanti il Monte dei Paschi di Siena riportate dalla stampa è emersa solo di recente, a seguito del rinvenimento di documenti tenuti celati all’Autorità di Vigilanza e portati alla luce dalla nuova dirigenza di Mps», afferma la Banca d’Italia in una nota.”


Oggi Mps in una nota ha affermato che «le analisi, avviate nel mese di ottobre 2012 inizialmente su Alexandria e successivamente estese anche a Santorini e Nota Italia…
Notate i due grassettati. Banca d’Italia parla di rivelazioni recenti e portate alla luce dalla nuova dirigenza MPS. La nuova dirigenza s’insedia il 27 aprile 2012. E’ quindi dopo l’aprile 2012 che essa scopre i documenti incriminanti sull’uso di derivati truffaldini. Tenete a mente aprile 2012. Nel secondo grassetto si parla di analisi avviate da MPS nell’ottobre 2012. Tenete a mente ottobre 2012.
Ora tenete a mente questa data: febbraio 2012, mesi prima delle date relative alla ‘grande scoperta’ di Profumo e di Banca d’Italia. Tenete a mente che la sostanza dei giochetti truffaldini fatti da MPS con altre banche internazionali si chiama “equity swaps
Riassunto:
A) Banca d’Italia e MPS dichiarano che tutto il pasticcio dei derivati si scopre fra l’aprile e l’ottobre 2012.
B) Il pasticcio dei derivati MPS fa uso delle “equity swaps”.
Ecco cosa scriveva un semplice corrispondente di Bloomberg nel febbraio 2012:
Investitori come Aabar Investments PJSC e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena hanno fatto uso di derivati per tentare di proteggere il loro valore o per ottenere prestiti… Monte Paschi ha accettato di mettere quote del suo capitale come garanzia nell’equity swap.”

Lo sapeva sto tizio e lo pubblicava in febbraio, mesi prima delle ‘scoperte’ italiane. Ma qui da noi Banca d’Italia e i bravi colleghi di Corriere e Sole 24 Ore? Ora scoprono l’acqua calda. What a wonderful world…


MPS E LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA





“«La vera natura di alcune operazioni riguardanti il Monte dei Paschi di Siena riportate dalla stampa è emersa solo di recente, a seguito del rinvenimento di documenti tenuti celati all’Autorità di Vigilanza e portati alla luce dalla nuova dirigenza di Mps», afferma la Banca d’Italia in una nota.”


Oggi Mps in una nota ha affermato che «le analisi, avviate nel mese di ottobre 2012 inizialmente su Alexandria e successivamente estese anche a Santorini e Nota Italia…
Notate i due grassettati. Banca d’Italia parla di rivelazioni recenti e portate alla luce dalla nuova dirigenza MPS. La nuova dirigenza s’insedia il 27 aprile 2012. E’ quindi dopo l’aprile 2012 che essa scopre i documenti incriminanti sull’uso di derivati truffaldini. Tenete a mente aprile 2012. Nel secondo grassetto si parla di analisi avviate da MPS nell’ottobre 2012. Tenete a mente ottobre 2012.
Ora tenete a mente questa data: febbraio 2012, mesi prima delle date relative alla ‘grande scoperta’ di Profumo e di Banca d’Italia. Tenete a mente che la sostanza dei giochetti truffaldini fatti da MPS con altre banche internazionali si chiama “equity swaps
Riassunto:
A) Banca d’Italia e MPS dichiarano che tutto il pasticcio dei derivati si scopre fra l’aprile e l’ottobre 2012.
B) Il pasticcio dei derivati MPS fa uso delle “equity swaps”.
Ecco cosa scriveva un semplice corrispondente di Bloomberg nel febbraio 2012:
Investitori come Aabar Investments PJSC e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena hanno fatto uso di derivati per tentare di proteggere il loro valore o per ottenere prestiti… Monte Paschi ha accettato di mettere quote del suo capitale come garanzia nell’equity swap.”

Lo sapeva sto tizio e lo pubblicava in febbraio, mesi prima delle ‘scoperte’ italiane. Ma qui da noi Banca d’Italia e i bravi colleghi di Corriere e Sole 24 Ore? Ora scoprono l’acqua calda. What a wonderful world…


venerdì 25 gennaio 2013

Il discorso di Cameron...come sarebbe dovuto essere.


Hans-Olaf Henkel, euroscettico della prima ora, ex presidente della BDI (Confindustria tedesca), si diverte a riscrivere il discorso di Cameron sull'Unione Europea. Da Handelsblatt.de

Sotto la pressione di Merkel e Hollande il premier britannico Cameron ha dovuto rinviare il suo tanto atteso discorso sull'Europa - niente doveva interferire con le celebrazioni per il Trattato dell'Eliseo. Che cosa avrebbe potuto dire?

Quando i circa 1.000 deputati del Bundestag e dell'Assemblea nazionale francese festeggeranno al Reichstag il cinquantesimo anniversario del Trattato dell'Eliseo, non mancherà certo il Pathos. Il caso ha voluto che il premier britannico David Cameron abbia rinunciato a tenere lo stesso giorno il suo tanto atteso discorso sull'Europa. L'ha dovuto rimandare su pressione di Angela Merkel e Francois Hollande. Sarebbe stato meglio se l'avessero anche invitato. Forse avrebbe potuto dire qualcosa:

"Madame Chancellor, Mr. President, Deputies of the German and French Parliament!

Vi ringrazio per questo invito che mi dà non solo la possibilità di congratularmi per le vostre nozze d'oro, ma anche l'opportunità di descrivere lo stato della nostra famiglia europea, dal punto di vista di un lontano parente.

Onestamente, a parte i patetici giuramenti di fedeltà che vi siete appena fatti, sono molto sorpreso, perché né a me né alla mia parentela europea è sfuggito il fatto che voi due sempre piu' spesso litigate. Ovviamente le ragioni sono dovute ai diversi punti di vista dei genitori sull'educazione del bambino avuto insieme, a cui avete dato il nome Euro. La madre vuole insegnare al bambino la disciplina tedesca, il padre invece è piu' per il lassez-faire francese.

La parentela del nord Europa è sempre piu' preoccupata perché lei signor Presidente, ogni volta sembra avere la meglio. L'ingresso della Grecia nell'Eurozona fu accettato dal genitore tedesco solo sotto pressione di quello francese. La clausola di "no bail-out", che doveva essere un muro di difesa fra il contribuente tedesco e i politici spendaccioni del sud Europa, è stata rimossa per la pressione francese. L'indipendenza della banca centrale, combattuta dai francesi, si è dissolta dopo le dimissioni dei rappresentanti tedeschi Axel Weber e Jürgen Stark. I meccanismi automatici di sanzione per la mancanza di una disciplina di bilancio, richiesti dalla madre tedesca dopo la passeggiata a due sulla spiaggia di Deauville, sono stati bocciati dal padre francese. Uno ama risparmiare, mentre l'altro preferisce gettare il denaro dalla finestra, e per questo ci si puo' aspettare un ulteriore logoramento del vostro matrimonio. A meno che i risparmi messi da parte durante il matrimonio non siano ridistribuiti sulla base dell'unione bancaria, tanto desiderata dai francesi.

L'Euro tuttavia non porta solo ad uno scontro fra di voi. Quando lei, sig.ra Cancelliera, ha visitato poco tempo fa il nostro zio comune di Atene, ha avuto bisogno della protezione di 7000 poliziotti. E l'Euro sta spaccando a metà la nostra famiglia: paesi Euro e non Euro. Al di fuori dell'Eurozona, solo la Romania vuole  ancora avere a che fare con la moneta unica. Ma c'è una cosa che mi rattrista: noi, i britannici, siamo cosi' stanchi delle continue discussioni alle vostre feste di famiglia chiamate "Euro vertici", che io ora sono totalmente impegnato ad impedire che una maggioranza dei miei concittadini decida di lasciare la famiglia EU. Alcuni di noi vorrebbero addirittura farsi adottare dai parenti sull'altra sponda dell'Atlantico. 

Sebbene lei con la Gran Bretagna, la Polonia e altri alleati non vi troviate in guerra con la Germania, continua a sostenere che l'Euro assicura la pace. Ma proprio oggi qualcuno le deve dire che l'effetto dell'Euro è esattamente il contrario. Sta danneggiando pesantemente l'Europa, e la sta dividendo politicamente.

Il discorso di Cameron...come sarebbe dovuto essere.


Hans-Olaf Henkel, euroscettico della prima ora, ex presidente della BDI (Confindustria tedesca), si diverte a riscrivere il discorso di Cameron sull'Unione Europea. Da Handelsblatt.de

Sotto la pressione di Merkel e Hollande il premier britannico Cameron ha dovuto rinviare il suo tanto atteso discorso sull'Europa - niente doveva interferire con le celebrazioni per il Trattato dell'Eliseo. Che cosa avrebbe potuto dire?

Quando i circa 1.000 deputati del Bundestag e dell'Assemblea nazionale francese festeggeranno al Reichstag il cinquantesimo anniversario del Trattato dell'Eliseo, non mancherà certo il Pathos. Il caso ha voluto che il premier britannico David Cameron abbia rinunciato a tenere lo stesso giorno il suo tanto atteso discorso sull'Europa. L'ha dovuto rimandare su pressione di Angela Merkel e Francois Hollande. Sarebbe stato meglio se l'avessero anche invitato. Forse avrebbe potuto dire qualcosa:

"Madame Chancellor, Mr. President, Deputies of the German and French Parliament!

Vi ringrazio per questo invito che mi dà non solo la possibilità di congratularmi per le vostre nozze d'oro, ma anche l'opportunità di descrivere lo stato della nostra famiglia europea, dal punto di vista di un lontano parente.

Onestamente, a parte i patetici giuramenti di fedeltà che vi siete appena fatti, sono molto sorpreso, perché né a me né alla mia parentela europea è sfuggito il fatto che voi due sempre piu' spesso litigate. Ovviamente le ragioni sono dovute ai diversi punti di vista dei genitori sull'educazione del bambino avuto insieme, a cui avete dato il nome Euro. La madre vuole insegnare al bambino la disciplina tedesca, il padre invece è piu' per il lassez-faire francese.

La parentela del nord Europa è sempre piu' preoccupata perché lei signor Presidente, ogni volta sembra avere la meglio. L'ingresso della Grecia nell'Eurozona fu accettato dal genitore tedesco solo sotto

Bankitalia smaschera le bugie di Monti


Ci hanno raccontato che per salvarci dalla bancarotta non avevamo altra scelta: dovevamo tassarci. Poi ci hanno detto di stare tranquilli, perché nell'immediato le nostre condizioni sarebbero peggiorate, ma con il tempo - per qualche oscura ragione bocconiana - le riforme assassine avrebbero dispiegato i loro misteriosi effetti benefici. Insomma, la recessione nel 2012 era inevitabile. E quella del 2013, invece? La più clamorosa smentita alle favole del professor Monti arriva dalla fonte più istituzionale possibile, la Banca d'Italia.


Lungi dal confermare le previsioni del Premier e quelle del suo sherpa al Tesoro, il Grilli parlante, gli economisti di Via Nazionale non fanno altro che rivedere al ribasso le stime sull'andamento dell'economia italiana. Secondo gli ultimi calcoli, nel 2013 il Pil italiano calerà di ben un punto percentuale (ricordiamo che secondo il centro studi di Confindustria la flessione sarà ancora peggiore: -1,1%). Altro che lo 0,2% di cui parlava il governo. Da mesi sentiamo blaterare di luce in fondo al tunnel, ma a questo punto sorge il sospetto che la metafora più calzante sia quella della catacomba.



E' vero, nel bollettino si legge anche che "lo scenario prefigura un ritorno alla crescita nella seconda metà dell'anno, sia pure su ritmi modesti e con ampi margini d'incertezza", e che la dinamica del Pil dovrebbe tornare "lievemente positiva nel 2014", con una crescita dello 0,7%. Magra consolazione. Non solo perché ad ogni giro di boa, quando il futuro diventa presente, le stime dei mesi precedenti vengono  tagliate con una regolarità sconcertante, ma soprattutto perché l'Istituto centrale snocciola anche un'altra serie di dati a dir poco drammatica.



In particolare sul fronte del lavoro, la vera tragedia sociale che il nostro Paese continua ad ignorare. La Banca d'Italia stima che “l'occupazione si ridurrà quest'anno (in media di quasi l'1%) e ristagnerà nel
successivo. Il tasso di disoccupazione aumenterà, riflettendo anche l'aumento delle persone in cerca di lavoro, e toccherà il 12% nel 2014”.



Quanto ai consumi, com'è ovvio in una situazione del genere, le prospettive sono ugualmente fosche. Da Palazzo Koch scrivono che "anche nei prossimi mesi" i comportamenti di consumo dovrebbero restare "depressi", dal momento che "non emergono segnali di una loro ripresa". Dopo il crollo del 4,1% registrato nel 2012, quest'anno la flessione dovrebbe essere dell'1,9%.



E per rialzare la testa non si potrà certo chiedere aiuto alle banche, visto che “l'offerta di finanziamenti è ancora frenata dall'elevato rischio percepito dagli intermediari, in relazione agli effetti della recessione sui bilanci delle imprese”, e che “i crediti deteriorati sono aumentati in misura significativa".

Era davvero questo che i tecnici avevano in mente quando hanno iniziato il loro mandato? A quanto pare sì, visto che nessuno ha ancora avuto l'onestà di prodursi in un pur minimo e tardivo esercizio d'autocritica. D'altra parte, quando il Capo è impegnato in campagna elettorale, i dipendenti lo sostengono. Contro tutto e tutti, anche contro l'evidenza.



E così il Grilli parlante ha pensato bene di regalarci l'ennesima summa del Monti-pensiero, spiegandoci con le parole di sempre per quale motivo abbiamo deciso di sacrificare le nostre vite al bilancio pubblico: “L’Italia aveva poca scelta - ha ribadito il ministro, mai stanco di ripetere la poesia - E' impossibile costruire una strategia di crescita senza mercati stabilizzati, sarebbe come costruire una casa sulla sabbia”.



Grilli ha poi smentito la necessità di una nuova manovra correttiva, sostenendo che quest'anno l'Italia arriverà certamente al tanto sospirato pareggio di bilancio in termini strutturali. Peccato che per raggiungere questo (inutile) obiettivo, se la crisi si rivelasse peggiore delle stime del governo (finora completamente sballate), mancherebbero all'appello almeno sette miliardi. Per non parlare degli altri quattro miliardi di cui avremmo bisogno per scongiurare il rincaro della terza aliquota Iva a partire da luglio, l'ennesimo balzello che rischia di affossare ulteriormente non solo i consumi, ma l'attività economica in generale.



Bankitalia smaschera le bugie di Monti


Ci hanno raccontato che per salvarci dalla bancarotta non avevamo altra scelta: dovevamo tassarci. Poi ci hanno detto di stare tranquilli, perché nell'immediato le nostre condizioni sarebbero peggiorate, ma con il tempo - per qualche oscura ragione bocconiana - le riforme assassine avrebbero dispiegato i loro misteriosi effetti benefici. Insomma, la recessione nel 2012 era inevitabile. E quella del 2013, invece? La più clamorosa smentita alle favole del professor Monti arriva dalla fonte più istituzionale possibile, la Banca d'Italia.


Lungi dal confermare le previsioni del Premier e quelle del suo sherpa al Tesoro, il Grilli parlante, gli economisti di Via Nazionale non fanno altro che rivedere al ribasso le stime sull'andamento dell'economia italiana. Secondo gli ultimi calcoli, nel 2013 il Pil italiano calerà di ben un punto percentuale (ricordiamo che secondo il centro studi di Confindustria la flessione sarà ancora peggiore: -1,1%). Altro che lo 0,2% di cui parlava il governo. Da mesi sentiamo blaterare di luce in fondo al tunnel, ma a questo punto sorge il sospetto che la metafora più calzante sia quella della catacomba.



E' vero, nel bollettino si legge anche che "lo scenario prefigura un ritorno alla crescita nella seconda metà dell'anno, sia pure su ritmi modesti e con ampi margini d'incertezza", e che la dinamica del Pil dovrebbe tornare "lievemente positiva nel 2014", con una crescita dello 0,7%. Magra consolazione. Non solo perché ad ogni giro di boa, quando il futuro diventa presente, le stime dei mesi precedenti vengono  tagliate con una regolarità sconcertante, ma soprattutto perché l'Istituto centrale snocciola anche un'altra serie di dati a dir poco drammatica.



In particolare sul fronte del lavoro, la vera tragedia sociale che il nostro Paese continua ad ignorare. La Banca d'Italia stima che “l'occupazione si ridurrà quest'anno (in media di quasi l'1%) e ristagnerà nel

giovedì 24 gennaio 2013

Paolo Barnard ME-MMT: Esportazioni?Sono un costo!


Perché esportare è un costo, e importare è un beneficio spiegato a Sora Lella e Sora Marta.

(perché per la Mosler Economics Modern Money Theory l’export è un costo e l’import è un beneficio per un Paese)
Ci sono due famiglie in due Paesi del mondo che vivono lo stesso dramma nello stesso momento. La prima famiglia sta in Normanìa ed è molto ricca, lui dirige un’importante banca. La seconda sta in Salvésia, sono semplici stipendiati. Due coppie quindi, le cui mogli sono in procinto di partorire. Due bimbi nascono, ma entrambi con una grave malformazione cardiaca che richiede un immediato intervento chirurgico salva vita di enorme difficoltà. Esso necessita di una sala operatoria equipaggiata con un robot-laser di altissima tecnologia e specialisti capaci di usarlo. In Normanìa questi mezzi non ci sono. In Salvésia sì.

La coppia normanica corre a prenotare un volo per la Salvésia, contatti frenetici al telefono, la speranza che gli specialisti salvesi siano disponibili. La partenza fra angoscia e ore preziose perse nell’organizzazione, che costa fra l’altro un patrimonio a questa coppia, per fortuna ricca. Nove interminabili ore d’aereo, l’arrivo in Salvésia, la corsa all’ospedale, ma il piccolo spira in ambulanza.

La coppia salvese ha il proprio piccino trasferito un’ora dopo il parto all’ospedale specializzato dove esiste quel costosissimo macchinario salva vita, è operato e sopravvive. Sarà uno splendido bimbetto come tutti gli altri.
Orrore (più che ironia) della sorte ha voluto che questi macchinari chirurgici fossero prodotti da un’azienda normanica ed esportati in Salvésia e in pochi altri Paesi. E ha voluto che il massimo luminare di questa branca della medicina fosse anche lui normanico, che ha esportato il suo cervello all’estero perché in Normanìa i tagli alla ricerca non gli permettevano di lavorare.

Chi di quelle due famiglie è oggi più ricca? Chi delle due sorride alla vita oggi? Quella con 10 conti in banca rigonfi e un tragico funerale, o quella con lo stipendio da dipendenti ma i mezzi medici adeguati e un bellissimo bebè? A che serve avere i milioni se poi non hai i mezzi e gli oggetti reali per le cose che contano?

Questo esempio estremo, ma purtroppo di vita vera, vi illustra cosa siano i “real terms of trade”, cioè i reali termini degli scambi commerciali. In Normanìa, Paese industrializzato, il governo applica da una parte la filosofia economica del ‘risanamento’ dei conti, quindi ha tagliato la spesa pubblica fra cui anche quella sanitaria, considerata dai severi economisti come ipertrofica, e dall’altra si è buttato sull’export per ricevere liquidità dall’estero. E’ una nazione che esporta oltre il 60% di tutto quello che produce, ma anche, come si è visto, esporta intelligenza e professioni, dato che proprio il ‘rigore dei conti’ ha per prima cosa penalizzato le università e la ricerca.

La Salvésia invece fa il contrario. Il suo governo non si preoccupa tanto di risparmiare, preferisce spendere per le infrastrutture, per il lavoro, per le aziende, ma soprattutto esporta poco (11%) e importa molto. Questo significa che lo Stato salvese fa crescere il suo debito proprio per far sì che il suo popolo abbia i mezzi per acquistare beni e servizi reali prodotti in casa e anche all’estero, più che esportarli all’estero. Il debito del ministero del Tesoro salvese cresce, ok, ma quello che conta è che cresce anche la ricchezza reale dei salvesi.
Perché la Normanìa, pur essendo un Paese moderno, non aveva quei beni reali per salvare quella povera vita? L’ho già detto: perché scelse la formula economica sbagliata, quella follia ignorante del ‘rigore della spesa ma export a tutto gas’. Questa formula significa in pratica quanto segue:

- Primo, il pareggio di bilancio impone alla Normanìa di tagliare la spesa pubblica e di alzare le tasse. Questo comporta un impoverimento automatico di tutta la nazione, comporta che le aziende sanitarie hanno rinunciato alla super tecnologia per mancanza di fondi, comporta che neppure i privati hanno voluto spendere per quella tecnologia, visto che l’impoverimento nazionale ha depresso i consumi e le aziende vendono poco, c’è disoccupazione alta, e chi ci va nelle cliniche private a spendere? I soliti quattro ricchi? Non bastano ad ammortizzare i milioni su milioni per la super tecnologia. Comporta che i bravi ricercatori se ne vanno all’estero, dove li pagano meglio. Poi…

- La Normanìa, se vuole che i suoi prodotti siano esportati in ampie quantità, deve impedire ai suoi cittadini di comprarli, cioè di richiederli in ampie quantità, se no ben poco rimane da esportare. Infatti la capacità industriale di un Paese ha un limite, e se si vuole che il 60% di tutto vada all’estero, bisogna riservare solo il 40% ai propri cittadini. Allora il governo normanico deve fare una politica di salari stagnanti che deprima i consumi interni, cioè deve tenere bassi i salari. Questo è già un danno enorme alla società, per motivi ovvi.

- Ma si consideri anche che la Normanìa deve poi competere nell’export con tutti gli altri Paesi, e ce ne sono di molto agguerriti, quelli dove non c’è democrazia e dove gli industriali pagano il lavoro due soldi. I prodotti di questi ultimi, quindi, sono competitivi al massimo, e dunque gli industriali normanici devono anche loro lottare per abbassare il costo del lavoro in Normanìa. Altra mazzata agli stipendi dei normanici. Altro danno ai consumi, altre rinunce a beni reali da acquistare o da importare. E infine chi dipende dall’export è anche appeso al gancio dei capricci delle nazioni che gli comprano la roba. E se domani la Salvésia decide che lo stesso prodotto se lo va a comprare in Goelandia invece che in Normanìa? Ciccia, i normanici stanno a secco.

- Con consumi interni bassi, stipendi al ribasso, circola poco denaro sul mercato normanico, e questo causa un apprezzamento della loro moneta. Ma se la moneta si apprezza, danneggia proprio l’export (diviene più costosa per gli altri Paesi). E allora la Banca Centrale il governo normanici sono costretti a tagliare il costo del denaro e a comprare altre monete sui mercati mondiali (così si apprezzano) vendendo molta della loro (così si deprezza). Uno sforzo continuo e fra l’altro inutile (si veda il LTRO di Draghi!).

- Poi si consideri una cosa centrale: a chi vanno i miliardi che la Normanìa incassa da altri Paesi con tutto quell’export? Vanno in primo luogo ai grandi industriali normanici dell’export, o ai titolari delle Piccole Medie Imprese che esportano. Ma allora, direte voi, vanno anche agli operai e agli impiegati. Si creerà occupazione. No! Per i motivi sopraccitati, perché se tutti quei soldi venissero veramente distribuiti fra i cittadini aumenterebbero gli stipendi e quindi addio alla competitività sull’export, addio ai bassi consumi interni ecc. Poi un’altra cosa tragica. A causa della spietata competizione al ribasso dei prezzi dell'export con le nazioni estere che pagano stipendi da fame (leggi sopra), gli imprenditori dell'export normanici hanno smesso di assumere in patria e vanno ad aprire aziende nei Paesi dei poveracci, quelli che accettano stipendi da fame. Altro che creare occupazione in Normanìa.

- Pensate a quanti lavoratori della Normanìa sgobbano dalla mattina alla sera tutta la vita (con stipendi ribassati) per farebeni reali di cui altra gente all’estero godrà. In Normanìa la disoccupazione è al 10%, questo vuol dire che montagne di persone non producono nulla (tutto PIL perduto), e se a queste si assommano tutte quelle che lavorano per produrre PIL che se ne va all’estero, vi rendete conto di quanto PIL è sottratto in termini reali (cioè cose vere e non statistiche del cavolo) alla Normanìa? Non sarebbe meglio che lo Stato normanico avesse un programma di piena occupazione interna innanzi tutto, e che riservasse all’export solo una quota di lavoro necessaria a incassare dalle altre nazioni un po’ di moneta per finanziare una fetta di importazioni?

- Infine, per chi veramente conosce come funzionano le Banche Centrali (BC) e le banche, è chiaro che tutta la moneta straniera che la Normanìa guadagna esportando finisce in realtà nei conti della BC normanica e da lì non si muove. Es.: quando la Salvésia comprò quegli strumenti chirurgici dalla Normanìa, la ditta salvese pagò in moneta salvese, ovvio. Questo pagamento finì alla BC normanica che a sua volta creò dal nulla il corrispettivo in moneta normanica e lo accreditò all’azienda normanica che aveva venduto i macchinari alla Salvesia. Quindi tutta la moneta estera dell’export finisce sempre nei conti della BC del Paese che esporta. Ma cosa accade poi se quella moneta si svaluta per qualsiasi motivo? (pensate alla BC cinese con quelle montagne di dollari che ha incassato dagli USA che importa roba cinese, e a Washington che ha svalutato il dollaro a rotta di collo. Pechino vede il suo gruzzolo diminuire in valore giorno dopo giorno, e trema coi sudori ghiacci…) Se la moneta incassata dall’export si svaluta la BC normanica si ritrova con carta di poco valore, mentre la Salvesia ha un bene reale che invece continua a salvare vite e a fare della Salvesia un Paese avanzato. Chi sta meglio?

Riassumo: chi esporta tanto priva la propria nazione di una montagna di beni reali in cambio di moneta che non viene ridistribuita alla gente e che può svalutarsi; in cambio della necessità di deprimere sia i consumi che gli stipendi interni; in cambio di sforzi della BC per tenere la moneta locale bassa. Poi chi fa super export storna una massa enorme della sua  forza lavoro a fare beni dei quali godranno altri all’estero, e si ficca in una gara tagliagola con altri Paesi che possono barare sui prezzi, e va là a lavorare e ad assumere, non in patria. Tutte cose che danneggiano un’economia. Chi importa, invece, acquisiscericchezza reale che fa il Paese ricco e avanzato, ed esporta moneta, che il suo governo (se sovrano) può creare dal nulla con ben pochi limiti.

Infatti, alla fine della fiera, cosa ci rende ricchi come popolo? (non come singoli individui) Risposta: avere sempre case disponibili, avere auto, avere computer, abiti, servizi in tutti i settori, avere ospedali eccellenti, scuole fornite di tutto il meglio, forze dell’ordine che hanno i mezzi per proteggerci, avere cultura in abbondanza, parchi per i bambini, assistenza umana nel bisogno, lavoro per tutti, e ovviamente tutto ciò di materiale che rende quanto sopra possibile. Cioè proprio i beni reali, la tecnologia e i suoi prodotti, gli oggetti utili, gli alimenti, i muri, le strade ben fatte, le infrastrutture moderne, le risorse umane necessarie a fare le cose.
Ora veniamo alle nazioni del nostro mondo, perché qui voi signore avrete pensato: “Ma che dice questo? La Germania è un super esportatore e sono ricchissimi!”. No, no. Chi è ricchissimo in Germania? I signori Siemes o Krups di sicuro. La gente? Leggetevi l’autorevole Karl Brenke, “Real wages in Germany. Numerous years of decline. Weekly report 28/2009, German Institute for Economic Research”. Spiega come in verità i tanto millantati stipendi tedeschi siano in termini reali in declino continuo, proprio per le ragioni sopraccitate. Come ho già scritto in altri articoli, i salari in Germania sono cresciuti della metà rispetto alla media europea, mentre la loro produttività è invece cresciuta del 35%, cioè guadagnano meno e li spremono di più. Per forza. Devono esportare a tutta birra (49% del PIL) ma anche essere competitivi nel costo del lavoro, cioè stipendi in ribasso. Risultato: Mario Draghi il 17/11/12 ha dichiarato a Francoforte che “la crisi sta raggiungendo anche la Germania ora”. I consumi interni tedeschi sono in rapido calo, per forza. La profezia malefica delle ‘virtù’ dell’export si sta avverando anche da loro. Ricordate? Per super esportare, un Paese deve deprimere gli stipendi e i consumi interni. E’ un guadagno questo?

Poi c’è il Giappone, altro esportatore a turboelica. Il Giappone è oggi l’ultimo fra i 18 Paesi più ricchi del mondo in quanto a consumi delle famiglie (Japan Statistical Year book). Se si prende un alimento di base come il mais, in Giappone il consumo delle famiglie di questo alimento negli ultimi 30 anni è stato in negativo per 13 anni, è cresciuto a 0% per 7 anni, e per il resto è rimasto a un misero 2,8% di media (US Dep. of Agriculture). Poi sentite cosa scrive l’Asia Economic Institute: “Le industrie auto giapponesi registrano un calo consumi del 69%, e vi sono cali terribili anche nel commercio di prodotti elettronici e altri prodotti. Questo è dovuto al calo della domanda di export da parte del resto del mondo e al calo dei consumi interni… Anche le famiglie giapponesi benestanti usano l’acqua del bagno mattutino per fare il bucato, per risparmiare consumi di bollette. Dal 2001 al 2007 i consumi a persona sono cresciuti di un misero 0,2%... Il Giappone è sulla via della recessione perché un’economia non può sopravvivere sui cali dei consumi interni e sul crollo dell’export”. Ricordate? Per super esportare un Paese deve deprimere i consumi interni. E’ un guadagno questo?

La Cina: centinaia di milioni di cinesi che vivono in condizione appena post medievali con stipendi da fame per permettere a Pechino di super esportare a prezzi super competitivi. Devastazioni ambientali da film dell’orrore, ecc. Stendiamo un velo.
Gli USA: esportano appena l’11% di ciò che producono, e importano valanghe di prodotti, ma sono ancora il Paese più ricco del mondo.
L’Italia: nel suo periodo di massimo sviluppo economico, cioè dal 1965 al 1999, l’Italia ha esportato quote di PIL che hanno oscillato fra il 12 e il 24% (fonte AMECO), quindi non un’esagerazione, nulla comparabile al 49% della Germania. Per fortuna lo Stato italiano in quegli anni (con la Lira, quindi spesa sovrana) compensava la perdita di ricchezza reale del nostro export con una spesa a deficit sufficiente a garantire che l’economia domestica producesse beni e servizi reali per noi, ma si badi anche che sempre nello stesso periodo le importazioni italiane (cioè la ricchezza reale) erano più o meno vicinissime alle esportazioni, compensando quindi il danno nazionale dell’export.
Tutto quanto sopra spiega perché nella realtà dell’economia di noi gente (real terms of trade), e non nei numerini e nei grafici dei libri, le esportazioni sono un costo per il Paese mentre le importazioni sono vera ricchezza. Fine della storia.
p.s.
Ora spiego sempre a Sora Lella e alla sua amica Sora Marta come fa una nazione a non andare in bancarotta se importa molto ed esporta poco.
Signore mie, capite una cosa. Nell’economia esistono sempre e solo 3 settori: 1) il settore del governo/Stato di un Paese 2) il settore dei cittadini, delle aziende e dei mestieri privati di quel Paese 3) il settore estero, che sono tutte le nazioni estere rispetto a quel Paese. Questi 3 settori si scambiano beni e denaro, ok? E’ come tre tizi che giocano a carte. Possono tutti e tre contemporaneamente vincere? Possono tutti e tre contemporaneamente perdere? Ovvio che no. Se uno o due vincono qualcosa, almeno un altro deve perdere. Se uno o due perdono, almeno un altro deve vincere. Bene. Così funzionano anche le economie delle nazioni. Quindi:
Se l’Italia, formata da Stato + cittadini/aziende/mestieri, importa più di quello che esporta, significa che, o noi Stato italiano, o noi cittadini/aziende/mestieri, o entrambi, abbiamo un deficit con il settore estero (gli diamo più soldi per le sue merci di quanti ne incassiamo da lui vendendogli le nostre). Ok, abbiamo detto che questo va bene per la Mosler Economics Modern Money Theory, perché noi acquisiamo beni reali e ricchezza reale, mentre il settore estero si prende la nostra carta (moneta). Ma voi due signore mi direte: sì, ma chi finanzia tutta quella carta moneta italiana che va all’estero in cambio dei loro beni e servizi? Buona domanda.
La risposta è che può essere lo Stato italiano coi suoi soldi, oppure i cittadini/aziende/mestieri coi loro soldi. Ok. I cittadini/aziende/mestieri italiani hanno dei soldi, e li possono spendere per comprare più beni dai Paesi esteri di quanti ne vendano ai Paesi esteri. Ma come già detto, questo fa sì poi che i cittadini/aziende/mestieri abbiano un deficit in denaro. Allora a questo punto deve intervenire lo Stato con la sua spesa pubblica, per rimpolpare di denaro le tasche di cittadini/aziende/mestieri. Deve cioè spendere per i cittadini/aziende/mestieri di più di quanto li tassi (spesa a deficit dello Stato), così a noi rimangono in tasca abbastanza soldini per vivere, lavorare, essere assistiti, e anche per poterne avere in più per comprare dall’estero tutti quei beni. Ecco fatto il trucco. Cioè: il deficit dell’Italia verso i Paesi esteri rimane, ma passa dal settore di cittadini/aziende/mestieri (noi) al settore dello Stato.
Ok, ok, Sora Marta si calmi. Lo so benissimo che per tutta la vita che le hanno detto che il deficit dello Stato è una cosa terribile. Non è vero, anzi, è vero il contrario. Si vada a leggere il perché in questo semplice documento: Programma di Salvezza Economica Nazionalewww.memmt.info. Ora devo andare… e mi svegli la Sora Lella che sono 20 minuti che russa.

Fonte: http://paolobarnard.info

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