mercoledì 31 luglio 2013

Atene ora può dire addio all'euro!


di Wolfgang Munchau

A due mesi dalle elezioni in Germania, non si può imputare al ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble di aver rifiutato di considerare la cancellazione parziale del debito greco nella sua recente visita ad Atene. L'approccio di Berlino alla crisi, sostiene Wolfgang Munchau in A Grexit is starting to look more feasible for Athens, è però semplicemente non applicabile nel breve periodo. Ma la domanda che pone il Columnist del Financial Times è sempre più pressante: è economicamente razionale per la Grecia seguire il sentiero indicato dal ministro delle finanze tedesco, oppure dovrebbe lasciare l'eurozona o, terza opzione, dichiarare default ma restando nell'euro?
La principale difficoltà che si incontra nel cercare di rispondere a questa domanda, prosegue Munchau nella sua analisi, risiede nelle opzioni politiche in gioco non a conoscenza dei media: ad esempio, il governo greco potrebbe aver ricevuto assicurazioni ufficiose sulla ristrutturazione del debito – estensioni del prestito, riduzioni del tasso d'interesse, ulteriori aiuti - che non sono pubbliche. Del resto, in conversazioni con uomini politici europei, Munchau sottolinea come solo raramente qualcuno si espone sulla possibilità che Atene potrà mai consolidare il suo debito e riportare l'economia alla piena occupazione. 
Valutando le condizioni attuali, un'uscita sarebbe l'opzione più semplice. 
Con una bilancia dei pagamenti primari in attivo – senza considerare gli interessi accumulati - un paese può avere meno difficoltà da questo punto di vista. E nelle sue ultime previsioni rilasciate a maggio, la Commissione europea ha stimato a zero la bilancia fiscale primaria della Grecia per quest'anno ed un surplus dell'1,8% per il prossimo anno. Da un punto di vista economico, la Grecia andrebbe incontro ad una recessione nel primo periodo, ma una deprezzamento reale della nuova moneta potrebbe presto restaurare il sentiero della crescita soprattutto per il boom del turismo. L'argomento economico contro l'uscita è che il guadagno immediato in competitività sarebbe stato assorbito dall'aumento salariale, lasciando il tasso di cambio immutato.
Dopo aver sottolineato che la sua critica alla politica europea non riguarda il grado di riforme imposte – anzi Atene dovrà continuare a farle per i prossimi anni soprattutto per il settore pubblico – Munchau sottolinea come le riforme e l'austerità, in modo paradossale ed ironico, costituiscono oggi una precondizione simultanea per restare nell'euro-zona ed una per la sua uscita.
Il contesto economico e finanziario creato lascia ad Atene due opzioni solamente: la prima è di riformare e dichiarare default all'interno della zona euro – una strategia che sarebbe accolta solo da alcune capitali europee – la seconda è di riformare e dichiarare default al di fuori dell'euro zona – una decisione che la Grecia può prendere unilateralmente se accompagnata dalle scelte macroeconomiche giuste. Dato che non è percorribile a lungo, l'opzione di Schäuble - riformare senza default - ha senso solo se si considera la possibile uscita di Atene nel breve periodo. 
Un paese può decidere di restare all'interno dell'eurozona per ragioni politiche e di sicurezza, conclude Munchau, ma il dibattito è arrivato ad un livello diverso, vale a dire se ci sia la convenienza di un'uscita da un punto di vista economico. E quando ci sarà la scelta definitiva, gli esiti diventeranno sempre più difficili da prevedere.

Atene ora può dire addio all'euro!


di Wolfgang Munchau

A due mesi dalle elezioni in Germania, non si può imputare al ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble di aver rifiutato di considerare la cancellazione parziale del debito greco nella sua recente visita ad Atene. L'approccio di Berlino alla crisi, sostiene Wolfgang Munchau in A Grexit is starting to look more feasible for Athens, è però semplicemente non applicabile nel breve periodo. Ma la domanda che pone il Columnist del Financial Times è sempre più pressante: è economicamente razionale per la Grecia seguire il sentiero indicato dal ministro delle finanze tedesco, oppure dovrebbe lasciare l'eurozona o, terza opzione, dichiarare default ma restando nell'euro?
La principale difficoltà che si incontra nel cercare di rispondere a questa domanda, prosegue Munchau nella sua analisi, risiede nelle opzioni politiche in gioco non a conoscenza dei media: ad esempio, il governo greco potrebbe aver ricevuto assicurazioni ufficiose sulla ristrutturazione del debito – estensioni del prestito, riduzioni del tasso d'interesse, ulteriori aiuti - che non sono pubbliche. Del resto, in conversazioni con uomini politici europei, Munchau sottolinea come solo raramente qualcuno si espone sulla possibilità che Atene potrà mai consolidare il suo debito e riportare l'economia alla piena occupazione. 
Valutando le condizioni attuali, un'uscita sarebbe l'opzione più semplice. 
Con una bilancia dei pagamenti primari in attivo – senza considerare gli interessi accumulati - un paese può

lunedì 29 luglio 2013

L'€uro-Grecia al collasso: bambini lasciati negli orfanotrofi per non morire di fame!

Dal Daily Mail, uno speciale report sulla situazione sempre più disperata della Grecia lì dietro l'angolo... una faccia una razza.

Genitori della classe media in Grecia lasciano i loro bambini negli orfanotrofi per non farli morire di fame.
Dei bambini giocano in un cortile dal profumo di pino, in una calda serata d'estate.
L'eccitazione sale febbrile quando si taglia un cremoso dolce al cioccolato. Sembra una scena idilliaca senza tempo - ma in realtà si tratta di una moderna tragedia greca.
Perché questo edificio di mattoni rossi situato in un ricco sobborgo di Atene è un istituto per l'assistenza all'infanzia. Eppure, molti di questi ragazzi non sono orfani né figli di famiglie disfunzionali.Invece, sono vittime dimenticate della crisi dell'Eurozona, lasciati lìdai genitori che non possono più permettersi di dar loro da mangiare.

La crisi finanziaria in Grecia ha causato dolore e sofferenza in tutto il paese. Ma in un paese in cui l'idea di famiglia è centrale nella vita, proprio i più giovani stanno sopportando il carico più pesante della crisi.
Decine di bambini sono stati messi in orfanotrofi e case famiglia per motivi economici; un'organizzazione di beneficenza ha detto che 80 su 100 dei bambini che abitano nei suoi centri residenziali sono lì perché le famiglie non possono più provvedere a loro.

Il dieci per cento dei bambini greci sono a rischio di denutrizione. Gli insegnanti dicono di dover annullare le lezioni di educazione fisica perché i bambini sono denutriti, e raccontano di vedere gli alunni cercare cibo nei cassonetti.
Presso l'istituto di assistenza all'infanzia Zanneio, Nicolas Eleftheriàdu, di nove anni, mi ha offerto un pezzo di torta. Quando gli ho chiesto come stava, mi ha risposto con un sorriso timido: 'Sono forte come una roccia.'
I suoi genitori, Olga e Alexandros, sono arrivati a prendere i tre figli più grandi per riportarli a casa per il fine settimana; i bambini stanno nell'istituto dal Lunedi al Venerdì. Entrambi i genitori hanno perso il lavoro nel settore della ristorazione, due anni fa; lui consegnava pizze, lei lavorava in un negozio di sandwich.
Con cinque figli, hanno cercato di sopravvivere con  €500 al mese di sicurezza sociale, oltre a vari lavoretti in nero. Vorrebbero un vero lavoro, ma i posti sono pochi. La madre vedova di Olga ha cercato di aiutare la famiglia con la sua pensione di invalidità. Purtroppo, non è stato sufficiente - e così da più di un anno Nicolas, il suo fratellino di otto anni, e la sorellina di sette, sono stati mandati a Zanneio, a un'ora di distanza dalla loro casa dall'altra parte di Atene.

La coppia ha ammesso che è stato incredibilmente doloroso. “E' stato difficile, estremamente difficile, soprattutto all'inizio” dice Olga. “Non riuscivo a sopportarlo, ma i bambini si sono abituati. L'unica consolazione è che sembrano più felici ora e i loro insegnanti sono molto gentili e premurosi'.
La storia degli Eleftheriadous mostra la durezza della vita nella Grecia moderna, con un'economia in caduta libera - sta continuando a contrarsi del cinque per cento all'anno - e un tasso di disoccupazione che è il più alto in Europa.
Quasi un terzo degli adulti sono senza lavoro, oltre a due terzi dei giovani con meno di 25 anni. Ma anche quelli che lavorano sono in crisi. Le retribuzioni del settore privato sono diminuite del 30 per cento in quattro anni e sono state imposte nuove pesanti tasse a causa dell'adesione all'euro, che mette in croce il paese.

Nei pochi giorni che sono stato ad Atene, i mercati hanno retrocesso la Grecia da 'pease sviluppato' a 'paese emergente'; un'associazione per i diritti umani ha condannato la colpevolizzazione spaventosa dei migranti e l'emittente pubblica ERT è stata oscurata dal governo per tagliare i costi.

La chiusura di ERT ha scioccato i Greci e ha dato agli stranieri la misura della crisi del paese. La decisione ha fatto cadere la fragile coalizione di governo, dalla quale il partito più piccolo si è tirato fuori - e potrebbe portare al terzo round elettorale in poco più di un anno.
Tale è la portata della crisi che la contrazione economica della Grecia è già pari a due volte quella della Gran Bretagna durante la Grande Depressione degli anni '30.

Nessuna meraviglia che lo staff dell'Istituto Zanneio - situato in mezzo a delle belle ville di star del cinema, di finanzieri e persino diun ex premier - abbia visto tanti casi strazianti.

Una famiglia è stata costretta a mettere in istituto quattro bambini di età compresa tra sei e 14 anni, dopo che il ristorante del padre è fallito e il proprietario è stato messo prigione, sulla base di nuove leggi intransigenti, e la loro madre non è stata in grado di far fronte alla situazione.

Una bambina undicenne dall'aspetto angelico mi ha detto di quanto non veda l'ora di rivedere la madre al venerdì. Suo padre è morto, la madre è disoccupata e non è in grado di permettersi il suo mantenimento; lei è lì già da due anni. Questi casi sconvolgono coloro che si prendono cura dei bambini. 'La divisione della famiglia non fa parte della cultura greca', ha detto Menelao Tsaoussis, 45 anni, ex direttore della fondazione. 'Queste situazioni sono molto traumatiche per le famiglie.'

Un'altra organizzazione di beneficenza ha riportato il caso dello scorso anno di quattro figli, tra cui un bambino appena nato,abbandonati alle sue porte. Una bambina è stata trovata in possesso di un biglietto che diceva: 'Io non verrò a prendere Anna oggi, perché non posso permettermi di prendermi cura di lei. Vi prego di prendervi cura di lei. Mi dispiace.'
Il Sorriso del bambino, un ente di beneficenza greco per le famiglie in crisi, ha detto di aver aiutato 10.927 bambini lo scorso anno, con rifornimenti di emergenza di cibo, vestiti, scarpe, libri scolastici e sostegno psicologico. L'anno precedente, il numero era stato di 4.465 casi.

'Di solito avevamo a che fare solo con persone di livello economico molto basso, ma ora stiamo vedendo persone della classe medio-alta, che perdono il posto di lavoro e non sanno dove andare', ha detto Tania Schiza, un'assistente sociale del gruppo.
Spesso questi 'nuovi poveri' sono riluttanti a chiedere aiuto, peggiorando così la loro situazione.
'Abbiamo alcuni casi di famiglie che facevano donazioni, che ora sono diventate loro vittime della crisi. Ora vengono da noi per un aiuto,' ha detto Schiza.

'Tutte queste famiglie sono profondamente deluse. Sentono che qualunque cosa facciano, nulla può cambiare la loro situazione '.
Altri enti di beneficenza raccontano storie simili. I Villaggi SOS Bambini cinque anni fa aiutavano una cinquantina di famiglie, oggi ne stanno aiutando 900 e aprono nuovi centri in tutta la Grecia, per scongiurare la disgregazione della famiglia in questa crescita esponenziale della povertà.
Molte delle persone che si rivolgono a loro provengono da famiglie della classe media una volta prospere, ristoratori, commercianti e uomini d'affari, e tra loro vi è anche un alto dirigente di una grande azienda che ha perso il lavoro.
Nel corso degli ultimi tre anni la società greca è fortemente cambiata', ha dichiarato Pavlos Salihos, un insegnante ed esperto psicologo presso il villaggio dei bambini a Vari. 'Non abbiamo mai avuto casi come questi prima; trattavamo solo problemi sociali, come l'abuso di droga.'
Un altro funzionario dei Villaggi SOS Bambini ha detto che alcuni giovani stavano così male che potevano a mala pena parlare. Una scuola ha detto uno su sei dei suoi studenti soffre di malnutrizione. In altre scuole, gli insegnanti hanno iniziato a distribuire frutta, panini e latte. Un ente della sanità pubblica ritiene che i livelli di sicurezza alimentare in Grecia sono scesi a quelli di certi Paesi africani. Gli assistenti sociali hanno detto di bambini che semplicemente rinunciano al lavoro scolastico, il primo segno del trauma mentale causato dalla crisi.
Negli ultimi tre anni i tassi di suicidio e i problemi di salute mentale sono aumentati notevolmente per tutte le età; nella mia ultima visita, mi sono imbattuto in una donna che aveva perso il lavoro e stava minacciando di saltare dalla finestra del suo ufficio. Un giornale ha detto che la Grecia è una 'società sull'orlo di una crisi di nervi'.
Ironia della sorte, gira l'immagine dei Greci come inetti e pigri, anche se degli studi hanno trovato un maggior numero di imprenditori per abitante e orari di lavoro più lunghi che altrove in Europa.
Ma a peggiorare le cose, come aumenta la domanda da parte di genitori disperati, il vortice che ha travolto la Grecia sta rendendo più difficile per i centri di beneficenza a corto di fondi mantenere aperti i centri.
Venerdì scorso, il giorno che ho fatto la visita, la fondazione che gestisce Zanneio stava chiudendo e fondendosi con un altro gruppo; gli edifici sono stati acquistati dalla Chiesa per la formazione dei preti.

Anche se i suoi fondatori del 19° secolo hanno dotato la fondazione di decine di proprietà, il reddito da locazione della fondazione nella crisi finanziaria è crollato da £ 1.300.000 a £ 850.000, mentre le nuove tasse imposte da un governo che sta raschiando il barile sono aumentate di £ 300.000 all'anno.
Il centro è stato rilevato da Hatzikonsta – il più antico istituto di assistenza all'infanzia della Grecia, fondato 160 anni fa da una famiglia di commercianti benestanti. Hatzikonsta ha già visto il numero di bambini di cui si occupa, aumentare di oltre quattro volte dall'inizio della crisi - e quattro quinti dei bambini sono lì per motivi economici.
Eppure, anch'esso, sta lottando per sopravvivere. E' a credito di più di £ 850.000 da affitti di immobili; già i 72 membri del personale hanno avuto dei tagli salariali consistenti. 'Devo essere stato come minimo Gengis Khan, nella vita precedente, per meritarmi una tale punizione,' ha scherzato Leonidas Dragoumanos, il direttore che cerca di destreggiarsi nei problemi finanziari.

Metaxia Georgitsi, 40 anni, una madre single di tre figli, ha messo nell'istituto a tempo pieno il suo figlio maggiore - un 14enne - dopo che il suo reddito da lavoro di pulizie è crollato di quasi due terzi,quindi ha perso il lavoro e si trova a cercar di sopravvivere con un'assistenza di £ 300 al mese.

'All'inizio piangevamo tutti i giorni' ha detto. 'Ho cercato di fargli visita ogni giorno, per stare un po' meglio, ma era difficile. Senza un marito, che altro potevo fare – non abbiamo avuto altra scelta. E' stato molto difficile – avevo dei debiti da ripagare e non avevo abbastanza soldi per il cibo. Ma almeno lì lo hanno aiutato con i compiti a casa e ha mangiato bene'.

Dopo un anno, lo scorso autunno la famiglia si è riunita, quando il ragazzo è tornato a casa. Ma ora dopo un anno senza lavoro il sussidio di disoccupazione è finito e potrebbe essere necessario affittare la sua casa, che lei ha solo perché i suoi anziani genitori pagano il mutuo.

"Non so proprio cosa potrò fare in futuro", ha detto Metaxia, secondo la quale le famiglie monoparentali sono stati colpite in modo particolarmente duro. 'La crisi ci ha annullato. Temo che dovrò mettere di nuovo il mio ragazzo in orfanotrofio, mandare le mie ragazze a vivere con mia madre e io resterò con un amico. La famiglia sarà completamente divisa. E' lo scenario peggiore possibile.'

Tra le mense per i poveri, i negozi chiusi e la gente che fruga tra i rifiuti, qualcosa di buono viene fuori da questa catastrofe greca: come lo stato sociale è distrutto, si riscopre la solidarietà e la gente si riunisce. A Marousi, un sobborgo di Atene che ha subito un taglio del 70 per cento dei finanziamenti statali, il sindaco Giorgos Patoulis ha dato impulso all' apertura di un centro sanitario per il trattamento di 6.000 pazienti non assicurati, mense, banche di abbigliamento e anche una farmacia composta da volontari e sostenuta da donazioni.

'La mentalità doveva cambiare e ci sono i segni di una nuova solidarietà,' ha detto. 'Ma se questa crisi va avanti ancora molto, come potremo essere in grado di prenderci cura di tutta la nostra gente?'

E' una domanda che sempre più greci si pongono, soprattutto quelle migliaia di genitori in bilico sull'orlo del baratro. La maggior parte di loro farebbe eco alle parole di Amalia Ntougia, 46, una vedova madre di tre figli di Marousi, che ha chiuso il suo negozio nella crisi. Anche se vive di elemosine e briciole della piccola pensione di suo padre disabile, alla domanda se metterebbe i suoi figli in un istituto, ha risposto indignata: 'No, io sono una madre greca.'

Tragicamente, per molti genitori greci, anche un orgoglio familiare così intenso non è più sufficiente.

L'€uro-Grecia al collasso: bambini lasciati negli orfanotrofi per non morire di fame!

Dal Daily Mail, uno speciale report sulla situazione sempre più disperata della Grecia lì dietro l'angolo... una faccia una razza.

Genitori della classe media in Grecia lasciano i loro bambini negli orfanotrofi per non farli morire di fame.
Dei bambini giocano in un cortile dal profumo di pino, in una calda serata d'estate.
L'eccitazione sale febbrile quando si taglia un cremoso dolce al cioccolato. Sembra una scena idilliaca senza tempo - ma in realtà si tratta di una moderna tragedia greca.
Perché questo edificio di mattoni rossi situato in un ricco sobborgo di Atene è un istituto per l'assistenza all'infanzia. Eppure, molti di questi ragazzi non sono orfani né figli di famiglie disfunzionali.Invece, sono vittime dimenticate della crisi dell'Eurozona, lasciati lìdai genitori che non possono più permettersi di dar loro da mangiare.

La crisi finanziaria in Grecia ha causato dolore e sofferenza in tutto il paese. Ma in un paese in cui l'idea di famiglia è centrale nella vita, proprio i più giovani stanno sopportando il carico più pesante della crisi.
Decine di bambini sono stati messi in orfanotrofi e case famiglia per motivi economici; un'organizzazione di beneficenza ha detto che 80 su 100 dei bambini che abitano nei suoi centri residenziali sono lì perché le famiglie non possono più provvedere a loro.

Il dieci per cento dei bambini greci sono a rischio di denutrizione. Gli insegnanti dicono di dover annullare le lezioni di educazione fisica perché i bambini sono denutriti, e raccontano di vedere gli alunni cercare cibo nei

venerdì 26 luglio 2013

Il disastro del mercantilismo tedesco.


La ripresa dell’economia mondiale è stata negli ultimi tempi oggetto di sempre più frequenti pronostici , ma anche sempre più ridimensionata nelle stime e spostata nel tempo. Lo confermano senza mezzi termini le valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, che, nonostante i segnali di risalita negli Stati Uniti e in Giappone, segnalano il protrarsi della recessione nell’eurozona e un rallentamento di molti mercati emergenti, proprio quelli al quale si voleva assegnare il ruolo di locomotiva.

In effetti, lo scenario non dovrebbe sorprendere più di tanto: le economie emergenti basano infatti ancora gran parte della propria crescita sulle esportazioni, e queste ultime sono state rallentate dall’affanno in cui si trova la domanda europea. Una domanda stagnante che, come spiega bene l’ultimo Rapporto ICE sul commercio internazionale, condiziona gli scambi mondiali, al punto di imprimerne una inversione di tendenza rispetto al decennio precedente, quando variavano in misura più che proporzionale al PIL. La crisi europea appare insomma l’occhio del ciclone della crisi mondiale, e l’attesa di una ripresa trainata dagli emergenti è una pura chimera.

Ma c’è qualcosa di più pregnante che il Rapporto ICE ci ricorda: la frenata del commercio europeo è da imputare essenzialmente ai paesi della “periferia” dell’eurozona (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo), la cui depressione economica è responsabile di un vero e proprio crollo delle importazioni. Tale crollo ha ridimensionato l’entità dei deficit commerciali di questi paesi e ha ridotto gli squilibri commerciali interni all’area euro. La riduzione di questi squilibri ha inoltre comportato il riequilibrio delle tensioni commerciali nell’eurozona, mentre nessun contributo in tal senso è giunto dai paesi in forte surplus, come la Germania, ma anche di area tedesca come Austria, Belgio, Finlandia e Olanda. Si tratta di un processo che va avanti senza soluzione di continuità dal 2007, al quale si contrappone in maniera molto netta la divaricazione tra la capacità produttiva industriale tra “area tedesca” ed “area mediterranea” (includendo in quest’ultima anche la Francia). Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, nell’ultimo anno si è dimezzato il disavanzo con la Germania.

“La diminuzione degli sbilanci commerciali osservata dopo il 2007 nell’area euro”, si legge nel Rapporto ICE, “non ha riflesso correzioni sostanziali degli squilibri di competitività che sono andati cumulandosi tra i paesi membri dall’inizio della moneta unica. […] A lungo andare, questo processo può condurre a un recupero di competitività attraverso cosiddette svalutazioni interne, ovvero spingendo le dinamiche di prezzi e costi persistentemente al di sotto di quelle dei paesi in surplus. Ma la strada si prospetta lunga e onerosa, dal punto di vista sociale e produttivo . In assenza di significativi movimenti verso un aggiustamento intra-europeo più simmetrico, il riequilibrio affidato ai soli paesi in deficit implica il permanere per un prolungato periodo di tempo di mercati del lavoro deboli nell’Area Mediterranea. Accanto a un costo sociale, c’è anche un rischio produttivo. Le domande interne in contrazione colpiscono in primo luogo le aziende che vendono al mercato domestico, ma non risparmiano coloro che sono orientati all’estero. Le imprese esportatrici “pure” sono un fenomeno relativamente raro. Ad esempio in Italia oltre il 60 percento del fatturato viene realizzato, in media, nel mercato nazionale. Ciò significa che quando la domanda domestica , come avvenuto negli ultimi anni nell’Area Mediterranea, tutta la struttura produttiva ne risente, in modo diretto per la contrazione di uno sbocco prioritario per le vendite e indiretto per la rarefazione del credito che i minori fatturati finiscono con l’attivare.” Questo processo ha infine come sbocco “una perdita strutturale di base produttiva, accentuando una dinamica che ha contrassegnato il funzionamento dell’euro fin dalle sue origini.”

L’apparente miglioramento del quadro commerciale dell’eurozona, è dunque rivelatore di una situazione al collasso, che sta erodendo la base produttiva dei paesi in difficoltà, indebolendone anche la capacità di intercettare futuri segnali di ripresa, attivando la produzione specialmente in settori dove il potenziale di domanda è maggiore. La questione è assolutamente cruciale per quanto riguarda l’economia italiana “Considerando l’intero decennio” si legge nel Rapporto ICE “l’analisi conferma che il contributo principale alla riduzione della quota [di export] italiana è derivato dalle caratteristiche del modello di specializzazione delle esportazioni, orientate prevalentemente verso prodotti a domanda mondiale relativamente lenta.” Giova in questo senso ricordare il peso strutturale assunto nelle importazioni dai prodotti high-tech e il caso paradigmatico rappresentato dai pannelli solari. Nel Rapporto si legge infatti che per quanto riguarda l’Italia “Un contributo negativo molto rilevante è stato di nuovo arrecato dal crollo delle importazioni di celle fotovoltaiche, dopo la riduzione degli incentivi pubblici per il loro uso.”

Se non fosse stato ancora sufficiente il conto che la crisi e il suo inasprimento a causa delle politiche di austerità hanno presentato finora, il flebile segnale che gli scambi commerciali mandano a consuntivo del 2012, dovrebbe sancire un allarme inequivocabile sulla necessità di mettere mano in Europa a politiche pubbliche espansive per il rilancio della domanda. I fatti dimostrano che le dinamiche mercantiliste e la logica del beggar my neighbour sono solo l’ingresso in un vicolo cieco e forse anche a Berlino inizieranno a capire che il gioco al massacro travolge tutti.

Pubblicato da keynesblog il 25 luglio 2013

Il disastro del mercantilismo tedesco.


La ripresa dell’economia mondiale è stata negli ultimi tempi oggetto di sempre più frequenti pronostici , ma anche sempre più ridimensionata nelle stime e spostata nel tempo. Lo confermano senza mezzi termini le valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, che, nonostante i segnali di risalita negli Stati Uniti e in Giappone, segnalano il protrarsi della recessione nell’eurozona e un rallentamento di molti mercati emergenti, proprio quelli al quale si voleva assegnare il ruolo di locomotiva.

In effetti, lo scenario non dovrebbe sorprendere più di tanto: le economie emergenti basano infatti ancora gran parte della propria crescita sulle esportazioni, e queste ultime sono state rallentate dall’affanno in cui si trova la domanda europea. Una domanda stagnante che, come spiega bene l’ultimo Rapporto ICE sul commercio internazionale, condiziona gli scambi mondiali, al punto di imprimerne una inversione di tendenza rispetto al decennio precedente, quando variavano in misura più che proporzionale al PIL. La crisi europea appare insomma l’occhio del ciclone della crisi mondiale, e l’attesa di una ripresa trainata dagli emergenti è una pura chimera.

Ma c’è qualcosa di più pregnante che il Rapporto ICE ci ricorda: la frenata del commercio europeo è da imputare essenzialmente ai paesi della “periferia” dell’eurozona (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo), la cui depressione economica è responsabile di un vero e proprio crollo delle importazioni. Tale crollo ha ridimensionato l’entità dei deficit commerciali di questi paesi e ha ridotto gli squilibri commerciali interni

giovedì 25 luglio 2013

La “rigorosa ed austera” Germania è campione di lavoro nero e sommerso

angela_merkel_2008C’è un record insospettabile, oltre a quello del debito pubblico, detenuto dalla Germania di Angela Merkel: il primato di economia sommersa tra i Paesi dell’Ue.

Un titolo di cui, immaginiamo, la Germania non si fregia volentieri. L’immagine di rigore e austerità che i tedeschi vorrebbero esportare ed imporre anche al resto dell’Ue, dimostrando peraltro scarsa disponibilità al concetto di sostegno tra Stati come si conviene ad una comunità che si vorrebbe unita, viene messa in crisi dai recenti primati inanellati dalla Germania targata Angela Merkel.

Innanzitutto, il debito pubblico, che nel 2011 ha superato quello italiano, diventando il terzo debito pubblico più alto del mondo dopo Usa e Giappone e ovviamente il primo in Europa. Oggi la Germania non sta meglio: gli ultimi dati pubblicati dal Sole24Ore ad aprile 2013 parlano di un debito pubblico salito alla quota record di 2.166 miliardi di euro, con un incremento dell’1,5% rispetto al 2011. Una cifra di poco superiore a quella italiana, il cui debito pubblico dopo la “cura Monti” è schizzato a poco più di 2.000 miliardi, dopo che ai tempi del governo Berlusconi era riuscito a scendere sotto i 1.900 miliardi.

E’ notizia di questi giorni invece il nuovo record teutonico: il lavoro nero tedesco vale 350 miliardi di euro e impiega otto milioni di persone.
Dati che surclassano quelli del lavoro nero italiano, nonostante l’immagine dipinta spesso dagli italiani stessi di un Belpaese pieno di “evasori, lavoro nero ed economia sommersa”.
Anche in questo caso, invece, la Germania surclassa tutti e si posiziona saldamente sul gradino più alto del podio.


Lo studio, commissionato dal colosso della carte di credito Visa in collaborazione con l’università di Linz, rivela altri dati: in relazione al Pil tedesco, il nero sarebbe al 13%, circa 1/6 della ricchezza nazionale. Questo significa che, pur vantando la Germania il più grande sommerso d’Europa in termini assoluti, in relazione al Pil è la Bulgaria a fare la parte del leone con un sommerso che vale il 30%. Seguono Germania, Italia e Portogallo con il 20%.
Secondo l’università di Linz, inoltre, le casse dello Stato tedesco non ne risentirebbero più di tanto: grazie all’Iva vengono recuperate quelle risorse evase in virtù dei contratti o dei pagamenti in nero. Gettito dell’Iva che sarebbe di molto inferiore se i consumi crollassero a causa dei mancati redditi garantiti dal lavoro nero.
A quanto pare, il sommerso sembra non essere affatto un problema per la Germania. Strano che appaia come quello principale per l’Italia.

Fonte: www.qelsi.it

La “rigorosa ed austera” Germania è campione di lavoro nero e sommerso

angela_merkel_2008C’è un record insospettabile, oltre a quello del debito pubblico, detenuto dalla Germania di Angela Merkel: il primato di economia sommersa tra i Paesi dell’Ue.

Un titolo di cui, immaginiamo, la Germania non si fregia volentieri. L’immagine di rigore e austerità che i tedeschi vorrebbero esportare ed imporre anche al resto dell’Ue, dimostrando peraltro scarsa disponibilità al concetto di sostegno tra Stati come si conviene ad una comunità che si vorrebbe unita, viene messa in crisi dai recenti primati inanellati dalla Germania targata Angela Merkel.

Innanzitutto, il debito pubblico, che nel 2011 ha superato quello italiano, diventando il terzo debito pubblico più alto del mondo dopo Usa e Giappone e ovviamente il primo in Europa. Oggi la Germania non sta meglio: gli ultimi dati pubblicati dal Sole24Ore ad aprile 2013 parlano di un debito pubblico salito alla quota record di 2.166 miliardi di euro, con un incremento dell’1,5% rispetto al 2011. Una cifra di poco superiore a quella italiana, il cui debito pubblico dopo la “cura Monti” è schizzato a poco più di 2.000 miliardi, dopo che ai tempi del governo Berlusconi era riuscito a scendere sotto i 1.900 miliardi.

E’ notizia di questi giorni invece il nuovo record teutonico: il lavoro nero tedesco vale 350 miliardi di euro e impiega otto milioni di persone.
Dati che surclassano quelli del lavoro nero italiano, nonostante l’immagine dipinta spesso dagli italiani stessi di un Belpaese pieno di “evasori, lavoro nero ed economia sommersa”.
Anche in questo caso, invece, la Germania surclassa tutti e si posiziona saldamente sul gradino più alto del podio.

mercoledì 24 luglio 2013

Intervista Prof. Bernd Lucke, leader del partito anti-euro AfD della Germania...


Open Europe Berlino ha pubblicato sul suo blog una intervista esclusiva con il professor Bernd Lucke - fondatore e leader del nuovo partito anti-euro Alternativa für Deutschland (AfD).
Abbiamo tradotto alcuni dei punti più interessanti.

Riguardo il tema dei difetti di progettazione della Unione Monetaria Europea (EMU) ... Bernd Lucke dice (BL):

 La radice di tutti i mali è, a mio giudizio, il fatto che i trattati europei non prevedono, e non forniscono, la possibilità di ritirarsi dalla zona euro ... Da quando è nato [l'euro] questa istanza è stata esclusa a priori, e la possibilità di esercitare pressione politica sugli Stati membri è anch'essa limitata. [...] Nonostante lo sviluppo economico non sostenibile in alcuni paesi, i mercati finanziari, ovviamente, hanno ignorato le grandi differenze [tra i paesi della zona euro], che hanno colpito il rischio di default credit. 
A loro volta, i bassi tassi di interesse hanno 'finanziato' questi sviluppi. 
In realtà, il campanello d'allarme avrebbe dovuto suonare in considerazione dei diversi andamenti dei tassi di inflazione specifici per paese, dei costi unitari del lavoro e delle bilance commerciali. Inoltre, le bolle immobiliari in Irlanda o la Spagna avrebbero dovuto essere riconosciute e contrastate dai politici.
Tuttavia, i sistemi di allarme non erano disponibili. 
Si è rilevato pertanto come l'EMU è stata mal concepita sotto tutti gli aspetti.

Sul ruolo della BCE nella crisi ... 

BL: La BCE non ha direttamente la colpa, perché era semplicemente una parte del sistema dell'euro mal costruito... Nel periodo prima della crisi, la BCE avrebbe potuto essere accusata al massimo per non aver sottolineato i pericoli associati ai differenti tassi di inflazione creatisi nei paesi euro ... solo un appunto: una banca centrale indipendente è una cosa buona. Ma una banca centrale - come la BCE - che non è più soggetta a nessuno stato e al controllo democratico, e adesso passata in modalità di auto-conservazione è estremamente pericolosa. 

Sull'utilizzo di strumenti come l'ESM e OMT per stabilizzare la zona euro ... 

BL: L' ESM è in definitiva un gigantesco eurobond istituzionalizzato, e quindi una forma di mutualizzazione del debito ... Quello che vogliamo come AfD è ... il ritorno ai parametri di Maastricht, e in particolare la reintroduzione e il rigoroso rispetto della clausola di no-bailout . Nessun paese è responsabile per i debiti di altri paesi ... I paesi dovrebbero e sarebbero dovuti andare in bancarotta, e ciò avrebbe ridotto i livelli di debito in parte insopportabili. 

Su come AfD vede una rottura della zona euro... 

BL: In qualità di 'misura immediata' , chiediamo il conseguente rispetto delle [esistenti] norme dei trattati europei, nonché l'aggiunta di una clausola di euro-uscita tra le regole. 
Se necessario, vogliamo forzare il diritto dell'uscita utilizzando lo strumento di blocco dei futuri prestiti del MES grazie ad un veto tedesco. 
Così senza ulteriori prestiti di assistenza, i paesi in crisi deciderebbero che è nel loro interesse uscire dall' Unione monetaria. Questo dovrebbe avvenire in modo ordinato e graduale. Sul piano giuridico, i trattati europei devono essere cambiati. Abbiamo i parlamenti e i governi per questo. E la Germania ha un peso sufficiente per spingere su questo.

Leggendo l'intervista è chiaro che i Tedeschi sono sempre Tedeschi e pensano sempre al bene del loro paese (a differenza nostra), infatti l'ultima domanda non lascia spazio ad interpretazioni, loro comandano , loro non fanno beneficenza alcuna e piloteranno loro l'uscita di chi ritengono non sia più in grado di sostenere la loro leadership.Voi come la pensate?

Intervista Prof. Bernd Lucke, leader del partito anti-euro AfD della Germania...


Open Europe Berlino ha pubblicato sul suo blog una intervista esclusiva con il professor Bernd Lucke - fondatore e leader del nuovo partito anti-euro Alternativa für Deutschland (AfD).
Abbiamo tradotto alcuni dei punti più interessanti.

Riguardo il tema dei difetti di progettazione della Unione Monetaria Europea (EMU) ... Bernd Lucke dice (BL):

 La radice di tutti i mali è, a mio giudizio, il fatto che i trattati europei non prevedono, e non forniscono, la possibilità di ritirarsi dalla zona euro ... Da quando è nato [l'euro] questa istanza è stata esclusa a priori, e la possibilità di esercitare pressione politica sugli Stati membri è anch'essa limitata. [...] Nonostante lo sviluppo economico non sostenibile in alcuni paesi, i mercati finanziari, ovviamente, hanno ignorato le grandi differenze [tra i paesi della zona euro], che hanno colpito il rischio di default credit. 
A loro volta, i bassi tassi di interesse hanno 'finanziato' questi sviluppi. 
In realtà, il campanello d'allarme avrebbe dovuto suonare in considerazione dei diversi andamenti dei tassi di inflazione specifici per paese, dei costi unitari del lavoro e delle bilance commerciali. Inoltre, le bolle

martedì 23 luglio 2013

Nel casino di Detroit?.. Degli stupidi tedeschi di Düsseldorf





Chi non ricorda una delle pietre miliari degli ultimi anni scritte da Icebergfinanza, ovvero DATEMI UNA LEVA E…VI DISTRUGGERO’ IL MONDO unico e primo blogin Italia da aver mostrato in tempi non certo sospett,i la fragilità e responsabilità delle banche tedesche in questa crisi europea…

Quello che le loro banche hanno fatto con i soldi dei tedeschi tra il 2003 e il 2008 non sarebbe mai stato possibile farlo in Germania, perché non c’era nessuno ad abboccare e prendere a prestito tutti questi soldi come facevano in California o in Grecia. Hanno perso ingenti somme dal 2003 in tutto ciò che hanno fatto fuori dalla Germania.(…) non erano bravi a farlo come quelli di New York, che avevano inventato tutti questi strumenti finanziari complicatissimi e facevano questo gioco da almeno trent’anni “. E’ stato come mettersi improvvisamente a giocare a poker grosse somme con dei giocatori professionisti. Il risultato era prevedibile alla fine.

Ma ascoltate ora perchè viene il bello di tutto ciò che sta accadendo…

(…) un punto di vista sulla crisi del debito europeo e la crisi greca, è che si tratti di un tentativo elaborato dal governo tedesco per conto delle sue banche per ottenere indietro i loro soldi senza richiamare l’attenzione su ciò che stanno facendo.
Il governo tedesco dà i soldi al fondo di salvataggio dell’Unione europea in modo che possa dare i soldi al governo irlandese in modo che il governo irlandese può dare indietro denaro alle banche irlandesi così le banche irlandesi possono rimborsare i loro prestiti alle banche tedesche.

“Stanno giocando a biliardo”, dice Enderlein. “Il modo più semplice per farlo sarebbe quello di dare i soldi tedeschi alle banche tedesche e lasciare che le banche irlandesi o greche fallissero.”

(…) Commerzbank stata la prima banca privata che il governo tedesco ha dovuto salvare durante la crisi finanziaria, con una iniezione di $ 25 miliardi (…) Quando Morgan Stanley ha progettato alcuni estremamente complicati credit-default swap, tutti costruiti perchè fallissero, cioè in modo che i trader di Morgan Stanley potessero scommettere contro di loro, i principali acquirenti erano tedeschi.

Quando quelli di Goldman Sachs hanno aiutato John Paulson, fund manager di fondi hedge a costruire dei bonds contro poi scommettere andando short, dei bonds che Paulson sperava e contava andassero in default, il compratore dall’altro lato era una banca tedesca chiamata IKB. IKB, insieme ad un altro idiota famoso al tavolo da poker di Wall Street chiamato WestLB, ha sede a Düsseldorf, è per questo che, quando si chiede ad uno astuto Wall Street trader di obbligazioni e derivati esotici chi stava comprando tutto questa spazzatura (” *** ” in inglese di Wall Street) durante il boom, in genere si dice semplicemente “Degli stupidi tedeschi di Düsseldorf”.

(…) Erano ancora li a comprare quando il mercato si è schiantato. “Entro la metà del 2007 ogni azienda di Wall Street, non solo Goldman Sachs, si rese conto che il mercato subprime stava crollando, e ha cercato freneticamente di uscire dalle loro posizioni.

Gli acquirenti rimasti, gli ultimi in tutto il mondo, diverse persone a Wall Street mi hanno detto, sono stati questi tedeschi volontariamente ignari di quello che c’era sotto a questi derivati. L’unica cosa che ha fatto smettere a IKB di perdere anche più di $ 15 miliardi sui mutui subprime statunitensi è che il mercato cessato di funzionare.
Nessuna sorpresa per noi sia ben chiaro, ma all’improvviso…Germany’s Hypo RE Bad Bank Holds $200M In Detroit Debt e ancora …European Banks Brace for Losses on Detroit.

La tedesca Hypo Real Estate Holding, nazionalizzata nel pieno dell’ultima crisi finanziaria, è tra i creditori non protetti di Detroit. La bad bank dell’istituto chiamata FMS Wertmanagement e messa a punto come parte del suo salvataggio conta circa 200 milioni di dollari di bond ‘made in Detroit’. Lo ha confermato un portavoce del gruppo. Non è chiaro come Hypo si sia ritrovata in portafoglio tali titoli a debito. Non è chiaro quali altre banche europee siano esposte a Detroit.

La tedesca Commerzbank ha asset legati alle finanze pubbliche americane per 4,5 miliardi di euro. Come riferisce Dow Jones, la banca si è trincerata dietro un no comment in merito all’esposizione a Detroit. Altri gruppi tra cui la francese Societe Generale e l’inglese Lloyds Banking hanno dichiarato di non avere a bilancio obbligazioni di Detroit. Secondo un gestore sentito dall’agenzia stampa, negli Stati Uniti non manca chi vuole comprare debito non garantito dalle banche europee. L’idea è che queste ultime si vogliano liberare di tali asset per pochi centesimi per ogni dollaro investito. Ma quegli asset potrebbero riprendere valore se il Chapter 9 darà i risultati sperati. (America 24 ) 

Quello che affascina più di tutto è che il sindaco di Detroit ha dichiarato al Wall Street Journal che almeno altre 100 città americane sono nella stessa situazione, probabilmente siamo tra i primi, siamo la città più grande, ma non sarà assolutamente l’ultima.

Interessante qui sotto la dinamica in corso in alcune principali città americane, città fantasma…


Ma quali saranno mai le banche infarcite dell’ennesima meraviglia americana i cosiddetti muni bonds…


Il 50 % erano nel primo trimestre 2012 investitori individuali, il 25 % mutual fund…

Comunque sia a noi interessa poco, mica è sistemico il debito di Detroit, ma mai una volta che una banca italiana sia stata trovata a trafficare con queste perle americane, mai una, ma che facevano, le belle addormentate nel bosco subprime?

Scherzi a parte quanto sta accadendo a Detroit sarà interessante osservare come finirà la ristrutturazione del debito, la quale non mancherà di avere un riflesso su un mercato, quello delle obbligazioni municipali che ormai sfiora i 4 trilioni di dollari … approximately $3.7 trillion municipal bond market … non certo noccioline!

Tornando a noi, sempre loro, solo loro, le voragini tedesche con la banca intorno, quelli che gli americani chiamano gli idioti di Dusseldorf …

Affascinante no, chissà quando l’Europa avrà cessato di esistere, forse gli idioti con la banca intorno smetteranno di richiedere indietro i loro soldi, investimenti spazzatura, impieghi e crediti concessi in ogni orgia speculativa che ha attraversato l’Europa.

Buona Consapevolezza e mi raccomando non ditelo in giro, non vorrei mai che sembri l’ennesimo gomblottoooooo.

Nel casino di Detroit?.. Degli stupidi tedeschi di Düsseldorf





Chi non ricorda una delle pietre miliari degli ultimi anni scritte da Icebergfinanza, ovvero DATEMI UNA LEVA E…VI DISTRUGGERO’ IL MONDO unico e primo blogin Italia da aver mostrato in tempi non certo sospett,i la fragilità e responsabilità delle banche tedesche in questa crisi europea…

Quello che le loro banche hanno fatto con i soldi dei tedeschi tra il 2003 e il 2008 non sarebbe mai stato possibile farlo in Germania, perché non c’era nessuno ad abboccare e prendere a prestito tutti questi soldi come facevano in California o in Grecia. Hanno perso ingenti somme dal 2003 in tutto ciò che hanno fatto fuori dalla Germania.(…) non erano bravi a farlo come quelli di New York, che avevano inventato tutti questi strumenti finanziari complicatissimi e facevano questo gioco da almeno trent’anni “. E’ stato come mettersi improvvisamente a giocare a poker grosse somme con dei giocatori professionisti. Il risultato era prevedibile alla fine.

Ma ascoltate ora perchè viene il bello di tutto ciò che sta accadendo…

(…) un punto di vista sulla crisi del debito europeo e la crisi greca, è che si tratti di un tentativo elaborato dal governo tedesco per conto delle sue banche per ottenere indietro i loro soldi senza richiamare l’attenzione su ciò che stanno facendo.
Il governo tedesco dà i soldi al fondo di salvataggio dell’Unione europea in modo che possa dare i

L’Euro Versa Sangue Italiano

Riporto qui il manifesto che spiega le ragioni dello striscione fatto volare domenica mattina sulle spiagge italiane dal coraggioso e battagliero Giuseppe Trucco, con cui ho avuto l'onore di collaborare come correttrice di bozze. Una voce che si leva sull'Italia e si fa sentire con tutti i mezzi: diffondiamola






Una bellissima immagine di Marco Cacciatore.



Oggi, domenica 21 luglio, un velivolo farà volare questo slogan (“l’euro versa sangue italiano”) su di uno striscione sui litorali di Marche, Romagna e Veneto.



Per chi ha cercato lo slogan su un motore di ricerca e ha trovato questo articolo, spiego qui le ragioni della mia iniziativa, dedicata al ricordo di Marco Cacciatore di Meda, un giovane di 26 anni disoccupato che si è sparato alla testa per la disperazione. Si fa presto a spiegare le mie ragioni: quando si assiste ad un reato è un dovere morale denunciare chi lo ha commesso, io credo di poter denunciare l’euro come colpevole di induzione al suicidio di Marco Cacciatore, cui è dedicata questa iniziativa, e di molti altri disoccupati.



Cercherò anche di dimostrare la “mia” tesi, secondo cui esiste un legame tra l’adozione dell’euro in Italia e l’aumento della disoccupazione, oltre che il fallimento di tante imprese. Fattori, questi ultimi, che portano alla disperazione di molti lavoratori disoccupati e imprenditori falliti. Purtroppo le statistiche ci dicono che alcune di queste vittime innocenti non riescono a superare questo trauma e si tolgono la vita, come ha fatto Marco. Per questo ho parlato di sangue versato, del sangue di italiani innocenti indotti al suicidio. Ma non è solo quello dei suicidi il sangue, è anche quello dei bambini che non possono nascere. Chi riesce a sopravvivere alla disoccupazione o al fallimento della sua azienda, avrà comunque la vita distrutta (fino a che non riesce a trovare un nuovo lavoro o avviare una nuova attività), la disoccupazione giovanile impedisce a persone che potrebbero farsi una famiglia, di diventare genitori mettendo al mondo dei figli. Anche perché se in una coppia di giovani pure c’è uno che lavora, per effetto della deflazione dei salari unita alla precarietà dovuta alle “riforme del lavoro” tese a far diventare il Paese più competitivo, queste giovani coppie non possono neppure ottenere un mutuo per comprare la prima casa, figurarsi programmare la nascita di figli. Non solo l’euro è responsabile di quanto già è accaduto sino ad oggi, ma la situazione continuerà a peggiorare sino a livelli per noi inimmaginabili: Grecia e Spagna, che si trovano già ora nella situazione cui noi saremo condannati a trovarci in futuro, se non saremo usciti dall’euro, hanno raggiunto il 60% di disoccupazione giovanile! Per fortuna la soluzione a questo problema è possibile: occorre uscire dall’unione monetaria (non dall’Europa, solo dall’euro). Chi cerca di farci credere che questo epilogo sia impossibile, chi fa del terrorismo su questo scenario, chi rema a favore di un prolungamento della sesta fase del ciclo di Frenkel in Italia, ha una gravissima responsabilità, si sta macchiando del sangue di tanti italiani innocenti. Dopo tutto l’euro non è una persona, è solo uno strumento di morte, è chi ha la paternità politica della sua adozione e del suo mantenimento il vero assassino, ma per evitare querele è meglio che io mi fermi qui.

Se la prossima raccolta di fondi per far volare nuovamente lo striscione ad agosto avrà buon esito (tornate sul sito nei prossimi giorni per ricevere informazioni oppure scrivetemi all’indirizzo info@truccofinanza.it per esprimere sin da ora la vostra disponibilità a sostenere l’iniziativa con una donazione), ripeterò il volo a ferragosto, data in cui era originariamente programmato (poi, per via di una promozione imperdibile, ho scelto di anticipare anche a luglio, benché non avessi ancora pronto il “manifesto” anti-euro definitivo). Potete sostenere questa battaglia anche senza donare, semplicemente aiutando a divulgare questa denuncia segnalandola a quante più persone possibile.



Per comprendere bene il rapporto di causalità tra moneta unica e declino della nostra economia, da cui deriva il drastico aumento della disoccupazione, sarebbe meglio per voi se vi documentaste bene leggendo un libro dedicato all’argomento quale “Il tramonto dell’euro” del professor Bagnai, economista italiano che sta dedicando tutte le sue energie a combattere questa battaglia, anche attraverso un blog dai contenuti gratuiti. Nella speranza che lo facciate, mi voglio comunque cimentare in un articolo divulgativo rivolto a tutti per cercare di spiegare in breve questa tremenda crisi in cui ci troviamo. Spero di essere chiaro.


Non vorrei annoiarvi troppo con delle nozioni di economia, purtroppo però è necessario. Ma cercherò di farla breve. Per capire come stanno le cose vi debbo parlare del ciclo di Frenkel (trovate le spiegazioni di questo ciclo su internet e ne “Il tramonto dell’euro“, pag 134-164, io la farò esageratamente breve, perché questo non è un trattato di economia). Ogniqualvolta nella storia una nazione in via di sviluppo ha agganciato la sua moneta a quella di una nazione con una economia più forte, e nel contempo ha liberalizzato la circolazione dei capitali, tutte le volte si è verificata una concatenazione di eventi che va sotto il nome di ciclo di Frenkel, dal nome dell’economista che l’ha teorizzata, che ha portato a spiacevoli conseguenze per il Paese che si è agganciato alla valuta forte. Adottando l’euro, la cui emissione è centralizzata e sottratta alla iniziativa nazionale, “l’Italia e gli altri Paesi PIIGS si sono ridotti al rango di paesi emergenti che devono prendere in prestito una moneta straniera” (citazione dal Nobel Krugman), ed il ciclo di Frenkel si è applica dunque anche a noi. Con una aggravante: che il meccanismo della moneta unica rallenta il processo o addirittura lo blocca nella fase sei, la fase deleteria, come vedremo tra poco. Ma andiamo con ordine. Un Paese che aderisce al cambio fisso con una valuta piùforte della propria, liberalizza i mercati finanziari interni ed i flussi di capitali dall’estero, sta entrando in un ciclo di Frenkel. Se al cambio fisso sostituiamo la moneta unica, erede diretta del marco tedesco, moneta più forte della nostra lira, il discorso non cambia di molto (se non per la maggiore difficoltà a uscire dalla fase sei).




Nelle fasi iniziali del ciclo ha luogo un’enorme flusso di capitali esteri dai paesi più forti (ove i tassi sono più bassi) verso i paesi più deboli (a inflazione e tassi leggermente superiori quindi più remunerativi), determinando così un forte indebitamento estero sia pubblico che, soprattutto, privato (frutto di una concessione eccessiva di credito). Questo credito facile favorisce il surriscaldamento dell’economia e l’inflazione nei paesi periferici e determina un aumento delle importazioni che va di pari passo con una riduzione delle esportazioni (perché le loro merci diventano via via meno competitive). Da parte sua la Germania comprime i salari e tiene bassa l’inflazione, realizzando nei fatti una svalutazione competitiva (i suoi prezzi relativi restano più bassi); senza quella correzione che il mercato normalmente realizza con il riallinemento del cambio (in questo caso senza moneta unica si avrebbe avuto un apprezzamento del marco e un deprezzamento delle altre valute) il surplus tedesco ed il deficit dei PIIGS nel saldo dei conti con l’estero diventano strutturali. E così la bolla del debito estero si gonfia sempre di più. Ma a metà del ciclo, quando l’eccessivo gonfiarsi della bolla del debito estero minaccia di scoppiare, di solito un evento catalizzatore provoca un brusco dietro-front (nel nostro caso la crisi dei subprime dagli USA), i creditori esteri ed i mercati che si scoprono all’improvviso troppo esposti iniziano a temere per il rientro dei loro investimenti, e si ha un deflusso netto di capitali. Da qui lo spread che abbiamo imparato a conoscere: il tasso di interesse sui debiti pubblici e privati si incrementa sensibilmente (incorporando i rischi di controparte ma anche di svalutazione, che il mercato è abile a prevedere, intuendo l’insostenibilità del cambio fisso o dell’unione monetaria) e si determina un credit crunch (stretta creditizia), sia dovuta alla sfiducia delle banche straniere a prestare, che alla difficoltà delle banche locali. Qui inizia l’inferno, la diabolica fase sei del ciclo in cui siamo ormai intrappolati da tempo: si entra in recessione e poi in depressione economica, il governo che non sa far di meglio è costretto ad adottare politiche di austerità pro-cicliche che acuiscono la crisi, riducendo la spesa pubblica e quindi anche i redditi privati che ne derivano. I tassi di interesse elevati scoraggiano gli investimenti produttivi, lo stato alza le tasse e magari non paga i debiti verso le imprese, le aziende devono tagliare i costi, alcune chiudono, alcune si trasferiscono, alcune falliscono, fallendo si trascinano dietro anche le aziende e le banche loro creditrici, lo Stato è costretto ad intervenire e subito dopo deve tagliare la spesa e applicare nuove tasse perché non può aumentare il proprio deficit. Ma il calo di consumi e spesa privata fanno comunque crollare le entrate fiscali e quindi il debito pubblico diventa ingestibile e costringe lo stato a nuovi tagli. Ovvie le implicazioni sull’occupazione, che inizia a calare drasticamente e costantemente. I mercati, che sono meno irrazionali di quanto si creda, sono i primi a comprendere che questo circolo vizioso non può che portare all’insolvenza se non si corre subito alla fase sette, e rendono la situazione ancora più insostenibile con la loro azione speculativa che accelera l’aumento dei tassi di interesse. Ma proprio grazie all’azione dei mercati (che fanno velocemente esaurire le riserve di valuta pregiata della banca centrale del paese emergente fino a che questa si ostina a difendere il cambio fisso), per i Paesi a valuta sovrana che si erano agganciati ad un’altra valuta, la fase sei si consuma velocemente e la nazione è costretta ad abbandonare il cambio fisso e svalutare, cioè passare alla settima ed ultima fase dei ciclo di Frenkel (come fece ad esempio l’Italia ai tempi della lira, quando fu costretta ad uscire dallo SME).


Al contrario, la situazione dei paesi PIIGS dentro l’eurozona, ora che non hanno più una loro moneta sovrana, è terribilmente più pericolosa e apparentemente senza uscita. Passare alla fase sette del ciclo di Frenkel, soprattutto per un Paese come l’Italia con fondamentali economici relativamente forti (l’Italia infatti, non dimentichiamolo, è in avanzo primario nei suoi conti pubblici), permetterebbe infatti di avere una forte propulsione grazie alla svalutazione, e riportare velocemente l’economia sulla carreggiata della crescita. L’euro invece crea i presupposti perché una nazione possa incancrenirsi nella depressione economica molto più a lungo (basti pensare alla Grecia), rispetto ad una “normale” fase sei, per varie ragioni, non solo perché priva i mercati finanziari della possibilità di obbligare lo sganciamento del cambio, ma anche perchè è più complicato (ma per fortuna non impossibile), riconquistare la sovranità monetaria e tornare ad una propria moneta nazionale, e poi per via del meccanismo infernale Target 2 con cui in teoria si può alimentare – tramite la BCE – quasi all’infinito, un indebitamento estero illimitato. E allora che succede? Accade che non potendo svalutare le lire (o la dracma, l’escudo, la peseta, la sterlina irlandese) che ormai non esistono più, i mercati svalutano tutte le altre attività finanziarie italiane, a partire ovviamente dai titoli di stato, fino ad arrivare alle azioni delle aziende quotate, che divengono facili prede dei creditori esteri (e tanti “gioielli di famiglia”, se ci si sofferma nella fase sei, passeranno in mani straniere).



Molti dei fattori citati sopra (aziende che chiudono o licenziano, stato che riduce il pubblico impiego) non fanno che abbassare i livelli occupazionali, e questa accresciuta disoccupazione, purtroppo, è funzionale alla strategia suicida di deflazione interna per riconquistare la competitività rimanendo nell’euro, e consente di evitare il più a lungo possibile di passare alla fase sette, ovvero al ripristino del cambio fluttuante e della sovranità monetaria. Livelli elevati di disoccupazione infatti sono utili a far calare i salari (come spiega la curva di Phillips): infatti se aumenta l’offerta di lavoro (per via del maggior numero di disoccupati) scende il suo “prezzo”, cioè il livello dei salari. Questo mentre l’emergenza finaziaria permette di derogare alle regole della democrazia e di smantellare diritti dei lavoratori acquisiti in decenni in poche settimane. Ma può questa strada della “deflazione interna”, per quanto dolorosa, riportare un Paese come l’Italia sul sentiero della crescita? No, serve soltanto a prolungare quasi all’infinito la fase sei del ciclo di Frenkel! Perché se anche fosse che una maggiore disoccupazione e minori salari possano far calare l’inflazione e recuperare competitività verso la Germania (perché è vero anche che la competitività non dipende solo dal costo dal lavoro, ma anche da investimenti in ricerca e sviluppo), al tempo stesso essi contribuiscono, insieme alle politiche di austerità fatte dal Governo (con tasse portate a livelli demenziali come quelle italiane), a far crollare la domanda interna e deprimere l’economia, con l’effetto paradossale di far crescere invece che diminuire il rapporto debito/Pil (sia debito pubblico che privato), che così diventa vieppiù insostenibile. Prova ne è che la situazione di un Paese come la Grecia, da più tempo e con maggior forza avviata su questo sentiero, non fa che peggiorare, con livelli di disoccupazione totale e giovanile, arrivati a livelli del 27% e del 60% rispettivamente! Anche la Lettonia, che ha tentato la strada della “svalutazione interna” (cioè l’abbassamento dei salari) nel 2007, ha avuto come risultato un crollo del PIL superiore al 20%!

La sola soluzione ai problemi dei paesi PIIGS (a meno che l’Europa diventasse una unione fiscale come lo Stato italiano, dove la Germania ed i Paesi del Nord Europa accettassero di redistribuire centinaia di miliardi di euro ai paesi periferici, cosa impensabilee forse nemmeno desiderabile), è quella di sfondare la porta ed uscire dall’euro. Questo scenario, su cui viene fatto un inaccettabile terrorismo, pone problematiche tecniche non indifferenti, ma tutte risolvibili (se ne sono occupati in particolare economisti quali Roger Bootle e Jacques Sapir, oltre ai nostri Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini). Qualunque exit strategy certamente ha anche dei costi (uscire dall’euro non sarà indolore come non esserci mai entrati, la scelta intelligente fatta da Gran Bretagna ed altre nazioni europee), ma se vi informerete su questo aspetto, di cui oggi non ho tempo di parlarvi, scoprirete che sono costi di gran lunga inferiori a quello che certi media vorrebbero farvi credere, e di gran lunga meno sanguinosi dei costi della permanenza nella moneta unica, anche ammettendo che sia possibile restare a tempo indeterminato dentro questa unione monetaria.



Il prezzo di non voler vedere questa soluzione e di continuare ancora a lungo a pagare questi costi, è la condanna di molti italiani ad avere la vita distrutta da una depressione economica senza fine.



Il prezzo è la svendita della nostra democrazia rimpiazzata dal regime di viscidi euro-burocrati che nessuno ha mai eletto (e degli economisti prezzolati loro complici), cui lasciare decidere la sorte dei cittadini italiani, un tempo popolo sovrano.



Il prezzo è la distruzione o la svendita all’estero delle imprese italiane, facendo terra bruciata e colonizzata del nostro invidiabile tessuto produttivo e manifatturiero.


Il prezzo è quello di condannare milioni di lavoratori italiani a salari da fame e lavoro precario, e altri milioni alla disoccupazione più odiosa, quella di chi sa che non ha speranza di ritrovare un lavoro, nonché condannare l’Italia ad un vertiginoso calo demografico.

Il prezzo è continuare a versare il sangue di tanti innocenti come Marco Cacciatore, e lasciare che il loro sangue sia stato versato invano.



Se avete letto questa denuncia e la condividete, per favore cercate di divulgarla il più possibile nella vostra cerchia di conoscenze.


Ringraziamenti

Vi rubo solo più pochi istanti per i ringraziamenti. Vorrei ringraziare Marco Cacciatore per avermi dato l’ispirazione (Dio, quanto vorrei che non me la avesse data e che fosse ancora tra noi) ed avermi costretto a ripetere l’iniziativa degli striscioni volanti contro l’euro, benché io sappia che è una forma di lotta molto poco efficace (ma non sapevo cosa altro potevo fare?). Se qualche suo familiare stesse leggendo colgo l’occasione per esprimergli le mie condoglianze. Ringrazio i patrioti che hanno contribuito a finanziare una parte dei costi del volo di oggi e tutti coloro che contribuiranno a finanziare il volo di ferragosto (se siete tra questi scrivetemi a info@truccofinanza.it per esprimere la disponibilità a versare, indicando anche quale cifra), saranno elencati i nomi di chi accetterà di apparire in un futuro articolo, c’è spazio anche per degli sponsor commerciali (scrivere allo stesso indirizzo di sopra per info). Ringrazio gli attivisti che non hanno potuto contribuire per impossibilità di natura economica ma faranno del loro meglio per diffondere questa iniziativa. Ringrazio Carmen Gallus, editrice dell’ottimo sito web Voci dall’estero, per aver sacrificato una domenica di sole a correggere ed ottimizzare la bozza di questo piccolo manifesto anti-euro. Ringrazio i giornalisti o i conduttori di trasmissioni televisive di contenuto politico economico che vorranno intervistarmi (naturalmente gratis, oppure versando un contributo per il prossimo volo, io non voglio che qualcuno possa anche solo pensare che combatto questa battaglia per intascare qualcosa) e darmi la possibilità di diffondere questa denuncia (tra pochi giorni avrò il materiale video del volo che posso mettere a disposizione per la realizzazione di servizi). Ringrazio tutti i politici che vorranno sostenere questa lotta nelle sedi istituzionali e mi metto a a loro disposizione a titolo completamente gratuito per fornire tutte le informazioni che posso (ma sappiate che non sono un economista accademico). Ringrazio la compagnia Aertraining Lavoro Aereo per aver fatto delle condizioni di particolare favore per il servizio. Con l’aiuto di persone come voi e con il vostro impegno in questa battaglia, forse l’Italia ha una speranza.

L’Euro Versa Sangue Italiano

Riporto qui il manifesto che spiega le ragioni dello striscione fatto volare domenica mattina sulle spiagge italiane dal coraggioso e battagliero Giuseppe Trucco, con cui ho avuto l'onore di collaborare come correttrice di bozze. Una voce che si leva sull'Italia e si fa sentire con tutti i mezzi: diffondiamola






Una bellissima immagine di Marco Cacciatore.



Oggi, domenica 21 luglio, un velivolo farà volare questo slogan (“l’euro versa sangue italiano”) su di uno striscione sui litorali di Marche, Romagna e Veneto.



Per chi ha cercato lo slogan su un motore di ricerca e ha trovato questo articolo, spiego qui le ragioni della mia iniziativa, dedicata al ricordo di Marco Cacciatore di Meda, un giovane di 26 anni disoccupato che si è sparato alla testa per la disperazione. Si fa presto a spiegare le mie ragioni: quando si assiste ad un reato è un dovere morale denunciare chi lo ha commesso, io credo di poter denunciare l’euro come colpevole di induzione al suicidio di Marco Cacciatore, cui è dedicata questa iniziativa, e di molti altri disoccupati.

lunedì 22 luglio 2013

Democrazia e Sovranità: Le pillole rosse: il debito pubblico e la crisi

Alla fine della pillola precedente ci eravamo lasciati con un interrogativo: come mai dopo il 2007 il debito pubblico risale repentinamente, anche se la spesa per interessi è diminuita? Riporto il grafico:

Fonte: goofynomics

come si vede il debito è in fase calante dal 1996 fino al 2007 e poi risale dal 2008 bruscamente tornando ai picchi massimi del 1995, ed attualmente attestandosi al 128% del PIL. Cosa è successo nel 2007?
Nel 2007 scoppia la bolla dei c.d. subprime e soprattutto nel settembre 2008 fallisce la Lehman Brothers; il mercato finanziario va in panico e le banche in tutto il mondo occidentale che si sono riempite di derivati e con i profitti di essi hanno investito troppo e male accusano perdite pesantissime. Il sistema bancario rischia il collasso e per
salvare l'economia, che senza banche si dissolverebbe, gli Stati europei, Germania in testa, intervengono con iniezioni di denaro pubblico per coprire le perdite o sostenere la liquidità: nei primi mesi successivi solo in Germania vengono aiutate Sachsen LB, West LB, IKB e Hypo Real Estate holding; altre banche vengono aiutate attraverso fondi di garanzia delle obbligazioni emesse per rifinanziarsi e successivamente attraverso il meccanismo europeo di salvataggio (ESF), che oltretutto redistribuisce l'onere in capo a tutti gli Stati aderenti all'eurozona.
Ma nei Stati periferici dell'Europa accade anche qualcos'altro. L'avvento della moneta unica, e l'eliminazione del rischio di cambio che essa comporta, favorisce l'afflusso di denaro al loro interno per investimenti che sfruttano il differenziale di remunerazione che ancora esiste, per quanto ridotto. Infatti, nonostante l'adozione dell'euro, una pur minima differenza di inflazione continua ad esserci fra Stati europei e quindi un costo del denaro diverso. Qui lo vediamo:

Fonte: goofynomics

 Questo afflusso, che proviene da Paesi con economie più mature e con surplus da investire, come gli Stati del Nord Europa e la Francia ha inizialmente un effetto benefico, in quanto stimola e facilita gli investimenti produttivi e fa accelerare le economie che crescono, crescono i redditi, crescono pure le entrate dello Stato e di conseguenza il rapporto debito/PIL si riduce. Ma quando crescono le economie sale anche fisiologicamente un altro fattore: il livello dei prezzi, ovvero l'inflazione; questa salita non è di per sé negativa, anzi è la spia che un'economia sta crescendo, un po' come nei bambini la c.d. febbre da sviluppo, qualche linea non è preoccupante; diventa però un problema se questa "febbre" non può essere riaggiustata con il cambio, per mantenere competitivi i prezzi delle merci prodotte. Se in un regime di moneta unica aumenta un differenziale di prezzi fra Stato e Stato, il risultato immediato è che le merci del primo, quello che ha i prezzi più alti, diventano meno concorrenziali delle merci del secondo, per cui perdono di competitività nel mercato internazionale. Non solo: se lo Stato con l'inflazione minore attua politiche che tengono artificialmente basso il livello dei prezzi delle proprie merci, attraverso la deflazione salariale ed aiuti di Stato, il risultato è che le merci del Paese con maggiore inflazione diventano non competitive pure all'interno del proprio mercato, ovvero i suoi cittadini cominciano a comprare beni esteri, anche beni primari, quale il latte o la carne, perché più convenienti di quelli prodotti all'interno.
Come potrete capire questo meccanismo non porta ad un lieto fine; infatti l'economia produttiva dello Stato con maggiore inflazione si avvita, la produzione cala, il debito privato alimentato dai capitali esteri che finanziano anche il consumo, si impenna, fino al momento che chi ha prestato il denaro comincia a temere di non vederselo restituito e chiede il rientro. A questo punto sia le imprese che le famiglie indebitate vanno in sofferenza, e le banche che hanno prestato i soldi vedono le loro esposizioni diventare "sofferenze" (che in gergo tecnico significa che sono crediti difficilmente o non più recuperabili) ed a loro volta rischiano il tracollo. E' qui che lo Stato è costretto ad intervenire per il salvataggio del sistema ed è qui che il debito pubblico, che stava scendendo, risale di nuovo violentemente.
Questo è quello che è avvenuto in Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia ed Italia, questa è la causa dell'innalzamento che abbiamo visto del nostro debito pubblico, al netto degli interessi.
Guardate questo grafico: 

Fonte: goofynomics

questo è il rapporto che, dopo l'entrata nell'eurozona, vi è stato fra i prezzi medi dei beni dei Paesi periferici rispetto al principale Paese core, ossia la Germania e parallelamente l'indebitamento estero globale. 
Adesso guardate questo:


qui le dinamiche sono chiarissime: il debito pubblico dopo l'entrata nell'euro comincia piano a calare e quindi non è il problema, quello che sale più o meno costante è il debito delle imprese, poco il debito delle famiglie con un lieve incremento dal 2004 al 2008, ma quello che sale vertiginosamente è il debito degli istituti finanziari che passa dal 38% del PIL al 100% fra il 1999 e il 2010. E con chi sono indebitate le banche? Ma con l'estero, più precisamente con le banche della Germania che hanno finanziato i prestiti effettuati dai nostri istituti a imprese e famiglie; e già, perché quando chiedevate il prestito per l'acquisto del televisore nuovo alla vostra banca od alla finanziaria italiana non sapevate che il denaro che vi prestavano se lo erano fatti a loro volta prestare da istituti esteri. La prova? L'andamento successivo dei saldi Target2:

fonte: goofynomics

vedete l'andamento, dopo il 2007, con la crisi bancaria globale, gli istituti che prima si prestavano i soldi non si fidano più; più precisamente le banche del Nord, Germania in testa, non si fidano più di finanziare gli istituti del Sud e preferiscono depositare il surplus accumulato presso la Banca Centrale in cambio di un modesto interesse. La conseguenza è l'esplosione dei saldi Target2 (che sono i saldi dei conti correnti delle Banche Centrali dei singoli Stati presso la BCE): alle stelle quello della Germania, che aveva accumulato un surplus enorme, in positivo quelli dei Paesi core, come l'Olanda o il Lussemburgo, in negativo quello dei Paesi periferici, che non vedono più coperti i loro deficit dai prestiti e sprofondanti quello della Spagna e dell'Italia, i cui istituti bancari avevano accumulato forti deficit esteri.
A questo punto siete pronti per assumere la pillola rossa: il deficit pubblico e l'innalzamento del debito pubblico non sono la causa della crisi, ma la conseguenza di un'opera di salvataggio del sistema privato che si era indebitato con l'estero, quindi la ragione prima della crisi è stato il DEBITO PRIVATO ESTERO.
Le politiche di deflazione ed austerità con tagli draconiani alla spesa pubblica corrente sono andate quindi a curare il sintomo, non la causa della crisi, per ragioni che è troppo lungo trattare in questa sede: quello che qui interessa farvi capire è che, come al solito, Matrix vi ha ingannato e vi continua ad ingannare, ponendovi come bersaglio della vostra indignazione e della vostra rabbia la spesa pubblica ed il debito pubblico.
Questa è la pillola rossa per aprirvi gli occhi, ma se non volete o non mi credete, lo sapete c'è sempre la pillola blu.


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