venerdì 28 giugno 2013

Il dopo Euro in Pillole: IL COSTO DEL CARBURANTE


Quando si parla di uscita dall'Euro in Italia, sembra quasi una bestemmia. Si viene accusati di populismi e di follia economica finanziaria (ovviamente senza supporto di dati). Uno degli argomenti che va più per la maggiore è il costo della "BENZZZZINA", che secondo i nostri politici andrebbe alle stelle in seguito alla svalutazione. Ovviamente dicono falsità, poichè il costo della benzina non è il costo del petrolio, a meno che le vostre macchine non vadano a ''crude oil'', ma penso che nel 2013 non esistano questi mezzi.


Tornando a noi, per fugare ogni dubbio, ho riportato un articolo molto curato e dettagliato di seguito, che porrà fine alle vostre paure.



Facciamo che l’Italia decida di lasciare l’Euro e di tornare alla Lira.

Facciamo che la Neo-Lira si svaluti su Euro e Dollaro del 25% (ipotesi mediana fra il 20% e il 30% stimato dalle simulazioni più in voga… peccato che poi esistano le sale trading…)

Ok, e dunque quanto ci verrebbe a costare un litro di Benzina o un litro di Diesel?

Ci viene in soccorso Unione Petrolifera con una sua infografica che useremo come base di partenza:

Diesel:



Tralasciamo l’aumento delle accise di 5 centesimi e teniamo fissa la quota di 0,613.

Una svalutazione del 25% della neo lira porterebbe il prezzo della materia prima che passerebbe da o,662€ a 0,827€ al litro.

Il povero benzinaio non potrebbe più campare con lo stesso margine di prima per fare fronte ai costi (inflazione), diciamo che andrebbe ad aumentare il margine di un prudenziale 12%, quindi il margine passerebbe da 0,120€ a 0,134€ al litro

Poi arriva l’IVA (ammesso rimanga invariata al 21%) la quale nel pese di pulcinella e schettino viene calcolata anche sulle accise oltre che sul prezzo della materia prima e del margine dunque passerbbe da 0,293€ al litro a 0,330€ al litro.

TOTALE per un litro di Diesel: 1,904 (se il benzinaio si tiene basso) ovvero un aumento del 15,16%

Benzina:



Tralasciamo l’aumento delle accise di 5 centesimi e teniamo fissa la quota di 0,724.

Una svalutazione del 25% della neo lira porterebbe il prezzo della materia prima che passerebbe da o,626€ a 0,783€ al litro.

Il povero benzinaio non potrebbe più campare con lo stesso margine di prima per fare fronte ai costi (inflazione), diciamo che andrebbe ad aumentare il margine di un prudenziale 12%, quindi il margine passerebbe da 0,120€ a 0,134€ al litro

Poi arriva l’IVA (ammesso rimanga invariata al 21%) la quale nel pese di pulcinella e schettino viene calcolata anche sulle accise oltre che sul prezzo della materia prima e del margine dunque passerbbe da 0,309€ al litro a 0,345€ al litro.

TOTALE per un litro di Benzina: 1,986 (se il benzinaio si tiene basso) ovvero un aumento del 11,63%

Ricapitoliamo

Nel caso in cui si tornasse alla NeoLira svalutata del 25% sul dollaro (e sull’Euro) avremmo un’aumento del Diesel del 15,16% e della Benzina del 11,63% il differenziale lo fa la struttura di prezzo dei due carburanti, la benzina in realtà ha un costo industriale minore del Diesel ma accise fisse molto più alte e viceversa.

Mi permetto comunque di consigliare a chi deve scegliere un’auto nell’ottica di tenerla per molti anni (fino esaurimento, diciamo 10/12 anni) di optare per un propulsore a benzina, oltre ad avere costi immediati minori (un’auto a benzina costa circa un 5-10% in meno di un’auto diesel) è un fatto poco noto che in Europa è sempre più costoso produrre carburante Diesel a causa della scarsità del petrolio adatto a produrlo con le nostre raffinerie. E poi, in caso di scarsità verrebbe data la priorità ai mezzi pesanti per il trasporto merci, non certo a quelli per il trasporto privato individuale.

Infine c’è anche il fatto che generalmente un auto a benzina può essere convertita a GPL o Metano.


Come si può notare il prezzo del carburante è ampiamente sotto controllo e lo Stato ha margini di manovra immensi per deciderne il prezzo.

Fonte: www.rischiocalcolato.it

Il dopo Euro in Pillole: IL COSTO DEL CARBURANTE


Quando si parla di uscita dall'Euro in Italia, sembra quasi una bestemmia. Si viene accusati di populismi e di follia economica finanziaria (ovviamente senza supporto di dati). Uno degli argomenti che va più per la maggiore è il costo della "BENZZZZINA", che secondo i nostri politici andrebbe alle stelle in seguito alla svalutazione. Ovviamente dicono falsità, poichè il costo della benzina non è il costo del petrolio, a meno che le vostre macchine non vadano a ''crude oil'', ma penso che nel 2013 non esistano questi mezzi.


Tornando a noi, per fugare ogni dubbio, ho riportato un articolo molto curato e dettagliato di seguito, che porrà fine alle vostre paure.

Uno dei padri dell'Euro, Attali: "abbiamo fatto in modo che uscire da Maastricht fosse impossibile"




Jacques Attali è uno dei padri fondatori dell’Unione europea e dei Trattati europei. Il “visionario” tecnocrate è un ex banchiere francese, economista di Mitterrand e Sarkozy, grande amico di Massimo D’Alemache, come il sicario economico Georges Soros, gioca anche a fare il filantropo e il sociologo, nonché lo scrittore. E’ anche l’ideatore e il promotore del “poliamore“, cioé della nuova forma di poligamia che sarà introdotta in Europa subito dopo che tutti gli Stati avranno approvato lenozze gay.


Alcuni lo ritengono un “visionario”; in realtà è uno di quei potentissimi manovratori, semi-sconosciuti al grande pubblico, che stanno costruendo il nostro futuro da decenni ed è per questo motivo che già lo conoscono. Dal denaro al sesso – ormai è chiaro - sono i banchieri che decidono delle nostre vite.

Per comprendere MEGLIO di chi parliamo, basta dire che Attali una volta ha dichiarato: “ma cosa credeva la plebaglia europea, che l’Euro fosse stato creato per la sua felicità ?”

Il 24 gennaio 2011, all’Università partecipativa, ha candidamente affermato:

«Abbiamo minuziosamente “dimenticato” di includere l’articolo per uscire da Maastricht.. In primo luogo, tutti coloro, e io ho il privilegio di averne fatto parte, che hanno partecipato alla stesura delle prime bozze del Trattato di Maastricht, hanno…o meglio ci siamo incoraggiati a fare in modo che uscirne … sia impossibile.

Abbiamo attentamente “dimenticato” di scrivere l’articolo che permetta di uscirne. NON È STATO MOLTO DEMOCRATICO, naturalmente, ma è stata un’ottima garanzia per rendere le cose più difficili, per costringerci ad andare avanti».
Pubblicato da ImolaOggiEUROPA UE,

Uno dei padri dell'Euro, Attali: "abbiamo fatto in modo che uscire da Maastricht fosse impossibile"




Jacques Attali è uno dei padri fondatori dell’Unione europea e dei Trattati europei. Il “visionario” tecnocrate è un ex banchiere francese, economista di Mitterrand e Sarkozy, grande amico di Massimo D’Alemache, come il sicario economico Georges Soros, gioca anche a fare il filantropo e il sociologo, nonché lo scrittore. E’ anche l’ideatore e il promotore del “poliamore“, cioé della nuova forma di poligamia che sarà introdotta in Europa subito dopo che tutti gli Stati avranno approvato lenozze gay.


Alcuni lo ritengono un “visionario”; in realtà è uno di quei potentissimi manovratori, semi-sconosciuti al grande pubblico, che stanno costruendo il nostro futuro da decenni ed è per questo motivo che già lo conoscono. Dal denaro al sesso – ormai è chiaro - sono i banchieri che decidono delle nostre vite.

Per comprendere MEGLIO di chi parliamo, basta dire che Attali una volta ha dichiarato: “ma cosa credeva la plebaglia europea, che l’Euro fosse stato creato per la sua felicità ?”

Il 24 gennaio 2011, all’Università partecipativa, ha candidamente affermato:

«Abbiamo minuziosamente “dimenticato” di includere l’articolo per uscire da Maastricht.. In primo luogo, tutti coloro, e io ho il privilegio di averne fatto parte, che hanno partecipato alla stesura delle prime bozze del

giovedì 27 giugno 2013

Il Movimento Euroscettico "Democrazia e Sovranità" sta nascendo!!


Finalmente!!. Dopo tanto scrivere e dibattere su Twitter come su Facebook finalmente gli Euro-scettici Italiani hanno deciso di darsi da fare per aiutare i professori come Alberto Bagnai, Claudio Borghi Aquilini e Maria Antonio Rinaldi, che hanno aperto la strada e diradato le nubi per tantissimi Italiani sulle ragioni della crisi economica.
Abbiamo così deciso di contarci, riunirci sotto lo stesso tetto e tentare di crescere per creare un Movimento nuovo e Apolitico (destra , sinistra , centro, sopra e sotto non ci interessano) ma con la finalità di fare vera politica, mettendosi in testa un fine ambizioso: Battere il PUDE (partito unico dell'euro per quei pochissimi che ancora non lo sanno) informando i cittadini, ribattendo colpo su colpo al terrorismo mediatico e alle inesattezze che pubblicamente ogni giorno vengono date in pasto ai cittadini spacciandole per verità.
Italia s'è Desta ha deciso di sposare questa idea e tentare di fare il massimo per sostenere e fare crescere il movimento.
Quei lettori che seguono il nostro blog sono invitati tutti a contribuire alla causa perchè è arrivato il momento di riprendere in mano il nostro destino e il nostro paese. Basta lamentarsi solamente! E' il momento di agire e tentare di fare qualcosa tutti assieme.
Il movimento "Democrazia e Sovranità" è appena nato quindi servono tante forze fresche, tante idee e l'aiuto anche minimo di tutti.
L'avvocato Luigi Pecchioli (che ringraziamo) ha preparato un manifesto che riassume il perchè e lo scopo della nascita del movimento.
Al Movimento "Democrazia e Sovranità" ci si può iscrivere o sostenere liberamente senza nessun impegno tramite gruppo Facebook sul quale poter dibattere senza limite di parole, sulla lista Twitter oppure tramite l'hashtag #demsovr usato dagli iscritti o dai simpatizzanti al movimento sempre su Twitter.
Di seguito vi proponiamo Il manifesto del Movimento "Democrazia e Sovranita"è questo (si tratta di una prima Bozza):

Democrazia e Sovranità: un movimento per salvare l’Italia

“È ormai lo stesso processo di integrazione culturale, sociale e politica europea a conoscere una grave e forse irreversibile battuta di arresto, le cui cause erano ampiamente note agli economisti” (Alberto Bagnai da “Postazione ad Europa Kaputt di A.M. Rinaldi” su www.goofynomics.blogspot.it).

La crisi italiana è incomprensibile se non viene agganciata al discorso più ampio della politica
economica che l’Europa ha perseguito e continua a perseguire. Le ragioni della crisi, infatti, sono in minima parte dovete a storture ed inefficienze del “sistema Italia”, sistema che peraltro alla fine degli anni ’90 ci permetteva di crescere quanto e più della efficiente Germania; esse trovano la loro ragion d’essere nell’affermarsi, fin dai primi anni del secolo attuale, di una filosofia politica ed economica che si riaggancia al liberismo degli anni ’80, a visioni economiche addirittura pre-keynesiane, che fanno del laisser-faire dei mercati il loro marchio distintivo.

L’aggancio ad una moneta unica, che ha fatto seguito alla piena liberalizzazione dei movimenti di capitale, è stato funzionale a questo piano: i grandi investitori finanziari si sono visti spalancare la possibilità di far affluire sempre più crescenti quantità di liquidità in paesi, come quelli della periferia dell’Eurozona, che ne facevano richiesta, senza dover più subire il rischio di cambio, per finanziare investimenti e consumi, guadagnando sulla differenza dei tassi di interesse, sempre presente seppur minima, fra tali paesi e quelli ad economia più matura del Centro/Nord Europa. Questi ultimi, con politiche di repressione salariale, si sono costruiti una competitività, anch’essa non più minacciata da svalutazioni difensive da parte dei paesi del Sud Europa, che ha permesso loro di esportare a prezzi imbattibili, peggiorando la bilancia dei pagamenti dei paesi periferici e creandosi un surplus finanziario che a sua volta è stato reinvestito in prestiti agli stessi paesi del Sud già in difficoltà. Ciò è durato fino all’arrivo di uno shock esterno (crisi dei derivati americani) che ha portato al “suddenly stop” del flusso dei finanziamenti, al crollo delle economie “drogate” da questi, all’intervento dello Stato per salvare i privati indebitati (soprattutto le banche), alla conseguente esplosione del debito pubblico ed alla attuale “socializzazione delle perdite” con manovre “lacrime e sangue” per rientrare dai debiti.

Tutto ciò è perfettamente conosciuto da chi ha un occhio attento all’economia e chi conosce le dinamiche che, fino ad oggi, avevano caratterizzato i rapporti fra economie sviluppate e paesi emergenti, quando quest’ultimi si legano con una moneta troppo forte ai primi. Se le cose stanno così, ovvero queste dinamiche erano conosciute, perché allora si sono volute riprodurre in Europa e soprattutto perché i paesi del Sud Europa hanno spontaneamente, se non entusiasticamente aderito ad un progetto che sarebbe stato la loro rovina?

La risposta a questa domanda è la ragione di nascita del movimento Democrazia e Sovranità.
Il progetto liberista, di cui l’euro è lo strumento di attuazione, è un progetto essenzialmente politico ed è volto alla conservazione del potere da parte della classe dirigente finanziaria e imprenditoriale, anche di quella dei paesi periferici del Sud Europa. La perdita di competitività delle merci prodotte dai paesi del Sud, non potendo essere compensato da una svalutazione monetaria, che recuperi il differenziale di prezzo con quelle prodotte dal Nord, viene riequilibrato attraverso la svalutazione reale del costo del lavoro, ovvero con la diminuzione in termini monetari dei salari dei lavoratori. I lavoratori che vogliono un impiego sono costretti ad accettare condizioni di lavoro peggiori e salari più bassi, perché non ci si può più permettere i diritti ed i compensi goduti dalle generazioni precedenti; la chiusura di attività che non riescono a reggere la concorrenza dell’estero aumenta la disoccupazione e così favorisce la crescita di un bacino di lavoratori disposti ad accettare condizioni peggiori pur di lavorare. Tutto ciò permette alla grande impresa di “tenere in riga” i lavoratori, i quali non hanno più la forza contrattuale per migliorare la loro condizione ed impedisce la ridistribuzione dei ricavi verso i salari, favorendo i margini di profitto.

Si badi bene,  queste politiche non sono le migliori da un punto di vista meramente economico per gli imprenditori, i quali guadagnerebbero di più da fabbriche maggiormente utilizzate e da una domanda sostenuta da redditi migliori dei lavoratori, ma sono le migliori da un punto di vista politico sociale per impedire una pericolosa redistribuzione dei poteri decisionali a favore della classe lavoratrice. Valgono qui le parole di un grande economista ed analista come Kalecki nel suo articolo “Aspetti politici del pieno impiego”:

“E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laisser-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier.
Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti.
Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista.”

Su questa realtà si è innestato poi il sempre presente tentativo di egemonizzazione a livello europeo della Germania sul resto d’Europa. Tutte le politiche monetarie e fiscali indicate ai paesi del Sud dalla BCE e dalla Commissione europea sono il frutto della volontà tedesca di dettare regole a suo favore e l’approvazione dei vincoli fiscali e di bilancio approvati dagli stati Periferici (ma non dalla Germania che pur li aveva propugnati…) sono stati un consegnarsi mani e piedi ad un governo sovranazionale non eletto, pesantemente influenzato dalla presenza di funzionari soprattutto tedeschi, austriaci ed olandesi nei posti chiave.

Questo complessivo progetto liberista e neo-coloniale sta demolendo in pratica, ma anche con modifiche agli articoli, come l’art. 81 Cost., tutto l’impianto costituzionale di garanzia e di tutela di diritti considerati dalla nostra Carta, ma anche e soprattutto dalla nostra società civile, come inalienabili per lo sviluppo sociale dell’uomo. Sotto il ricatto di situazioni economiche sempre d’emergenza e di crisi è in atto uno smantellamento del nostro “contratto sociale”, una regressione a condizioni precedenti allo Statuto dei Lavoratori del 1970, una erosione di fondamentali diritti pubblici acquisiti, come il diritto alla salute, all’istruzione, alla crescita sociale, se non addirittura all’uguaglianza.

Il movimento Democrazia e Sovranità ritiene questo attacco gravissimo, perché all’interno di un sistema ancora formalmente democratico e repubblicano, si stanno sviluppando dinamiche che impediscono il reale esplicarsi della sovranità popolare e della determinazione delle politiche dello Stato: è inutile votare dei partiti per formare un governo che di fatto è eterodiretto da Bruxelles o Francoforte; è inutile discutere di politiche per il lavoro giovanile, se poi il denaro occorrente non è possibile recepirlo perché abbiamo degli obblighi di bilancio europei; è inutile cercare di abbassare l’imposizione fiscale, o per lo meno non aumentarla, se i fondi necessari dobbiamo versarli prioritariamente al MES o accantonarli per rispettare gli impegni del fiscal compact.

Esiste solo una strada per tornare a rispettare gli impegni e gli obblighi che sono sanciti nella nostra Costituzione, impegni e obblighi che devono essere prioritari per l’azione di qualsiasi governo: uscire dall’euro ovvero dall’Eurozona (che non va confusa con l’Europa, alla quale apparteniamo per ragioni geografiche, culturali e storiche), per recuperare la nostra politica monetaria, rilanciando le esportazioni e quindi l’economia, e riprendersi la sovranità della Banca dItalia, perché aiuti e non contrasti l’interesse dello Stato ad un equo finanziamento, per poter a sua volta finanziare l’attività privata e rilanciare anch’essa l’economia, i redditi ed i consumi.

Tutte le altre soluzioni che ci vengono prospettate, da un salario di cittadinanza, alle riforme strutturali per renderci credibili ai mercati e poterci finanziare a tassi più bassi, ai tagli alla spesa pubblica per finanziare sgravi fiscali, sono falsi rimedi che non fanno che peggiorare il male, come finora è puntualmente successo, errati in via teorica e pratica e figli di quel liberismo economico che riteniamo sia incompatibile con l’esplicazione di una vera democrazia liberale occidentale.

Il movimento Democrazia e Sovranità intende raccogliere quanti hanno compreso e si ritrovano in quello che, in maniera forzatamente non esaustiva, è stato qui espresso, in quanti intendono lottare per riportare il benessere e la vera piena democrazia nel nostro paese; lo scopo preliminare che il movimento si propone è informare la popolazione, con articoli e documenti via Internet, ma anche e soprattutto con incontri pubblici che servano come m0mento di dibattito e confronto, per chiarire e sgombrare il campo da tante falsità che, coloro che difendono la situazione attuale per interesse personale o di appartenenza, quotidianamente diffondono dai principali mezzi di comunicazione.
Quando si sarà formata una consapevolezza diffusa, allora si potrà pensare ad agire anche in via politica, coagulando questo malessere consapevole in un programma di azione, dettato esclusivamente dall’interesse al bene dell’Italia.

Chiunque si senta in sintonia con quanto qui espresso e si voglia impegnare in prima persona potrà lasciare un suo recapito (mail, twitter, ecc.) per poter essere contattato. Grazie a chiunque vorrà dare il suo contributo per il proprio Paese e per il proprio futuro.

Enorme ringraziamento per il suo impegno a Luigi Pecchioli  e a tutti gli Euroscettici che aderiscono al gruppo o che lo sostengono.
Ci auguriamo di poter crescere con il tuo aiuto, con il tuo sostegno e le tue idee. 

Il Movimento Euroscettico "Democrazia e Sovranità" sta nascendo!!


Finalmente!!. Dopo tanto scrivere e dibattere su Twitter come su Facebook finalmente gli Euro-scettici Italiani hanno deciso di darsi da fare per aiutare i professori come Alberto Bagnai, Claudio Borghi Aquilini e Maria Antonio Rinaldi, che hanno aperto la strada e diradato le nubi per tantissimi Italiani sulle ragioni della crisi economica.
Abbiamo così deciso di contarci, riunirci sotto lo stesso tetto e tentare di crescere per creare un Movimento nuovo e Apolitico (destra , sinistra , centro, sopra e sotto non ci interessano) ma con la finalità di fare vera politica, mettendosi in testa un fine ambizioso: Battere il PUDE (partito unico dell'euro per quei pochissimi che ancora non lo sanno) informando i cittadini, ribattendo colpo su colpo al terrorismo mediatico e alle inesattezze che pubblicamente ogni giorno vengono date in pasto ai cittadini spacciandole per verità.
Italia s'è Desta ha deciso di sposare questa idea e tentare di fare il massimo per sostenere e fare crescere il movimento.
Quei lettori che seguono il nostro blog sono invitati tutti a contribuire alla causa perchè è arrivato il momento di riprendere in mano il nostro destino e il nostro paese. Basta lamentarsi solamente! E' il momento di agire e tentare di fare qualcosa tutti assieme.
Il movimento "Democrazia e Sovranità" è appena nato quindi servono tante forze fresche, tante idee e l'aiuto anche minimo di tutti.
L'avvocato Luigi Pecchioli (che ringraziamo) ha preparato un manifesto che riassume il perchè e lo scopo della nascita del movimento.
Al Movimento "Democrazia e Sovranità" ci si può iscrivere o sostenere liberamente senza nessun impegno tramite gruppo Facebook sul quale poter dibattere senza limite di parole, sulla lista Twitter oppure tramite l'hashtag #demsovr usato dagli iscritti o dai simpatizzanti al movimento sempre su Twitter.
Di seguito vi proponiamo Il manifesto del Movimento "Democrazia e Sovranita"è questo (si tratta di una prima Bozza):

Democrazia e Sovranità: un movimento per salvare l’Italia

“È ormai lo stesso processo di integrazione culturale, sociale e politica europea a conoscere una grave e forse irreversibile battuta di arresto, le cui cause erano ampiamente note agli economisti” (Alberto Bagnai da “Postazione ad Europa Kaputt di A.M. Rinaldi” su www.goofynomics.blogspot.it).

La crisi italiana è incomprensibile se non viene agganciata al discorso più ampio della politica

Il cerino spento dell’incendiario Letta

Berlino, Angela Merkel incontra Enrico Letta


“Sarà un confronto duro”. Così il presidente del consiglio Enrico Letta ha descritto, davanti alle Camere, il suo atteggiamento per il Consiglio europeo del 27-28 giugno. “L’Europa non riesce a riprendere velocità e ci sono ancora ombre sulla moneta unica. – ha aggiunto Letta – Sono bastate due notizie provenienti da posti anche lontani da loro (la sede della Corte Costituzionale tedesca e Atene che chiude la tv pubblica) per dare il segno che la crisi non è ancora finita”.



Si tratta forse della prima volta in cui un presidente del consiglio italiano ha usato parole forti nei confronti dell’Europa e della sua risposta alla crisi. Invero, un atteggiamento differente dal passato era già presente nell’interessante mozione preparatoria per il vertice di Bruxelles del mese scorso. Interessante perché finalmente si prende atto che le “riforme strutturali” di cui l’Eurozona avrebbe urgente bisogno sono quelle a livello federale.

Eppure di fronte alla drammaticità del quadro europeo, tutto ciò appare largamente inadeguato. Per rendersene conto basta del resto guardare le misure approvate in questi giorni dal consiglio dei ministri. Da un lato si ritorna a favorire il lavoro precario, eliminando i limiti introdotti dal precedente governo sui contratti atipici, peraltro nel sostanziale silenzio dei sindacati. Tali misure, accusate di aver favorito la disoccupazione, potevano essere certo discusse e riformate, ma la loro eliminazione riporta il mercato del lavoro in una sostanziale anarchia. Ieri inoltre il consiglio di ministri ha approvato nuovi incentivi alle assunzioni di giovani a tempo indeterminato, stanziando una cifra non piccola, 1,5 miliardi, il che andrebbe pure bene, se non fosse che la disoccupazione dipende dalla mancanza di investimenti. E’ quasi inutile dare la possibilità di assumere a basso costo se le imprese non assumono a causa della crisi economica e pertanto la previsione di 200mila nuove assunzioni lascia il tempo che trova. Il rischio è che ci si approfitti degli incentivi per sostituire occupati esistenti con disoccupati che possano godere degli incentivi. Al limite si può sperare nella trasformazione di contratti precari in posti di lavoro stabili, ma allora perché ri-liberalizzare il lavoro temporaneo?

Deludente appare poi l’ordine del giorno del Consiglio europeo, in cui a parole si punta sulla crescita e la lotta alla disoccupazione, ma spulciando le misure si ritrovano quasi solo politiche supply-side. Persino la formazione, in un contesto di crisi da mancanza di domanda nei paesi periferici, rischia semplicemente di tradursi in formazione di manodopera a spese di tutti ma per le sole imprese del “centro” (Germania, Austria, ecc.). Le previsioni di investimenti, invece, risultano di modesta entità, e quanto al miglioramento delle condizioni del credito per le imprese, i risultati rischiano di essere irrilevanti in un contesto di depressione, nel quale la stessa domanda di credito si riduce a causa delle aspettative negative.

A tutto ciò va aggiunto che, mentre Francia, Spagna, Slovenia e Olanda hanno ottenuto il posticipo del rientro dal deficit, l’Italia – con Letta – ha giurato di rispettare i parametri di Maastricht, il che significa mantenere ingenti avanzi primari dai pesanti effetti recessivi.

Insomma, davvero non si capisce in cosa sarà “duro” il confronto che Letta dice di voler aprire. A noi sembra di poter dire che certe affermazioni hanno più una valenza interna che una proiezione concreta nel dibattito europeo. Del resto chi vuole trattare “duramente” non parte accettando aprioristicamente le condizioni poste dall’altra parte.

Se davvero il presidente Letta desidera imprimere una svolta all’Europa, deve rendersi conto che il maggior ostacolo sono proprio le regole che egli intende rispettare pedissequamente, regole che ci hanno portato nella crisi in cui si dibatte mezza Unione e che andrebbero fatte saltare in aria. Ma l’incendiario Letta si presenta a Bruxelles con un cerino spento.

Fonte: http://keynesblog.com

Il cerino spento dell’incendiario Letta

Berlino, Angela Merkel incontra Enrico Letta


“Sarà un confronto duro”. Così il presidente del consiglio Enrico Letta ha descritto, davanti alle Camere, il suo atteggiamento per il Consiglio europeo del 27-28 giugno. “L’Europa non riesce a riprendere velocità e ci sono ancora ombre sulla moneta unica. – ha aggiunto Letta – Sono bastate due notizie provenienti da posti anche lontani da loro (la sede della Corte Costituzionale tedesca e Atene che chiude la tv pubblica) per dare il segno che la crisi non è ancora finita”.

Video: “Ecco come uscire dall’Euro” di Antonio Maria Rinaldi


Il Prof. Antonio Maria Rinaldi autore dell'interessantissimo libro titolato"Europa Kaputt" all'anteprima web del programma "L'Ultima parola" ci spiega come si può uscire dall'Euro. Buona visione



Video: “Ecco come uscire dall’Euro” di Antonio Maria Rinaldi


Il Prof. Antonio Maria Rinaldi autore dell'interessantissimo libro titolato"Europa Kaputt" all'anteprima web del programma "L'Ultima parola" ci spiega come si può uscire dall'Euro. Buona visione



martedì 25 giugno 2013

"Europa Kaputt" di A.M. Rinaldi, la postfazione di Alberto Bagnai



Di Alberto Bagnai:

(vi anticipo la postfazione al testo di A.M. Rinaldi, uno studioso che avete imparato a conoscere qui e soprattutto qui...)

Accolgo con piacere l’invito dell’amico e collega Antonio Rinaldi a tirare le fila del discorso. Compito non semplice, data la complessità e la varietà dei temi sollevati dal suo testo, che, pur essendo agile, affronta comunque il tema della crisi sotto una varietà di sfaccettature, tutte ugualmente rilevanti: l’aspetto tecnico-economico, quello storico, quello politico, quello sociologico.


Nel farlo porterò all’attenzione del lettore gli aspetti che ho trovato più significativi nel mio percorso di lettura, necessariamente individuale e soggettivo. Sarebbe molto difficile immaginare due studiosi dal percorso tanto diverso quanto il mio e quello di Antonio: lui proveniente, dopo una solida formazione, da un percorso di responsabilità ai vertici di importanti aziende, dove ha svolto un’attività operativa che l’ha avvicinato a quella classe dirigente italiana che dipinge in modo piuttosto disincantato (e dobbiamo pensare che lo faccia a ragion veduta); io, invece, proveniente da un percorso di ricerca accademica, totale outsider, distante dai palazzi del potere e dalle dinamiche politiche italiane, interessato per anni allo studio delle economie emergenti.


Eppure, due persone così diverse si sono trovate in prima fila sui media italiani nel dibattito sulla crisi, perché accomunate da due motivazioni profonde: il rispetto verso gli insegnamenti dei nostri maestri (Paolo Savona nel suo caso, Francesco Carlucci nel mio), fra i pochi economisti italiani ad aver osato esprimere tempestive posizioni di critica verso la follia dell’euro; e la preoccupazione verso i nostri figli, ai quali avremmo voluto, per usare le belle parole di Antonio, “riconsegnare il nostro paese come lo abbiamo ricevuto”. Ma da tecnici, entrambi, con grande amarezza, sappiamo già che questo non sarà possibile, quale che sia lo scenario che si venga a materializzare: il piano A, B o D, per usare l’efficace categorizzazione proposta da Antonio. I danni sono fatti, e trascendono ormai ampiamente la dimensione economica.


È ormai lo stesso processo di integrazione culturale, sociale e politica europea a conoscere una grave e forse irreversibile battuta di arresto, le cui cause erano ampiamente note agli economisti: già Nicholas Kaldor nel 1971, e poi Dominick Salvatore nel 1997, con tanti altri ricordati nel testo, avevano denunciato il fatto che far precedere all’unione politica l’unione monetaria avrebbe compromesso la prima, senza assicurare il successo della seconda. I motivi sono ormai chiari a tutti e ben riassunti da Antonio nel terzo capitolo di questo libro (L’Euro non è una moneta): la mancanza di un prestatore di ultima istanza credibile, cioè sorretto da un’unitaria volontà politica, per i governi dell’Eurozona, trasforma anche attività normalmente prive di rischio, come i titoli del debito pubblico, in attività soggette al rischio paese, alimentando lo spread, quel fenomeno perverso in virtù del quale in caso di crisi il denaro costa di più dove più sarebbe necessario per rilanciare l’economia.


È difficile trasmettere ai “laici” (cioè ai non economisti) l’assoluta e totale prevedibilità di questi esiti perversi, che la letteratura economica aveva non solo analizzato in termini teorici da tempo, ma anche descritto in termini empirici, avendoli riscontrati nelle tante crisi finanziarie che hanno flagellato i paesi emergenti negli ultimi trent’anni. Ma appunto, ricorda molto opportunamente Rinaldi nello stesso capitolo, il nodo sta qui: l’adesione all’euro ha di fatto comportato la conversione dei debiti pubblici dei paesi membri in una valuta estera. A titolo di esempio, per il Portogallo, oggi, indebitarsi in euro è come per l’Argentina negli anni ’90 indebitarsi in dollari: in entrambi i casi, il governo non ha il controllo della valuta nella quale è definito il suo debito, e per questo elementare fatto si trova in balìa dei mercati.


È proprio questo fatto ovvio, banale, che disvela la natura ideologica di una scelta politica e le ragioni economiche del suo fallimento. Il progetto “eurista”, unanimemente rivendicato o biasimato come tappa di un percorso “europeo”, in realtà è, dal punto di vista ideologico, l’espressione del più retrivo liberismo di stampo statunitense, della più ottusa e integralistica fiducia nell’onnipotenza dei mercati, quella che s’identifica nella scuola di Chicago e nel Washington Consensus. L’euro è quindi il segno tangibile della colonizzazione culturale del continente europeo da parte di precetti di origine americana, fieramente discussi ormai nel mondo intero, a partire dai pragmatici Stati Uniti, sempre disposti a rimettere in discussione un modello qualora non funzioni. Disponibilità assente a Bruxelles e all’Eurotower.


In effetti, con l’euro si è accettato di mettere i paesi in mano ai mercati sulla base del presupposto che i mercati, cioè il settore privato, fossero efficienti e infallibili, e che di converso il settore pubblico andasse comunque compresso perché inefficiente. L’euro era uno snodo essenziale di questo progetto mercatista per due ovvi motivi.


Il primo lo abbiamo già detto, ed era di natura essenzialmente politica: perché metteva gli Stati in mano ai mercati, con l’idea che la perdita di sovranità democratica che ciò comportava sarebbe stata compensata da guadagni di efficienza, visto che il mercato avrebbe effettuato un indiretto ma penetrante scrutinio dell’efficienza dell’azione pubblica. In Italia la pillola amara della perdita di sovranità è stata fatta ingoiare anche diffondendo sistematicamente, in un popolo già morbosamente propenso all’esterofilia e all’autodenigrazione, l’idea che gli italiani fossero comunque incapaci di governarsi da soli, e che i nostri governi corrotti, clientelari, incapaci, necessitassero delle briglie del vincolo esterno e delle regole europee. Un’idea alla base del rifiuto da parte di Guido Carli della clausola di opting-out, come ricorda Antonio nel primo capitolo. Uno sguardo alla realtà europea ci rivela però che corruzione, nepotismo, incapacità, sono un male più comune di quanto non si creda, il che, pur non essendo motivo di vanto, rende ingiustificata la percezione negativa che il popolo italiano ha di sé. Percezione, duole dirlo, alimentata sistematicamente dai messaggi di biasimo che la classe politica e i mezzi d’informazione non ci lesinano, dipingendoci sistematicamente come un popolo di lazzaroni corrotti, e mostrando già solo per questo motivo quanto distorta sia la loro concezione dell’interesse e della dignità nazionale. È un grande pregio del libro di Antonio il rivendicare con orgoglio la dignità dell’essere italiani, il difendere l’onorabilità di un popolo che ha saputo risollevarsi dopo tragedie immani e che anche nelle attuali condizioni mostra di avere una stupefacente riserva di energie e capacità di sacrificio.


Il secondo motivo è più sottile. Qual era il razionale economico dell’euro? Certo non la promozione del commercio! Gli stessi studi della commissione (ad esempio il celeberrimoOne market, one money) avevano chiarito con dovizia di dettagli che l’impatto della moneta unica sul commercio sarebbe stato minimo: un dato confermato retrospettivamente da Volker Nitsch, e spiegabile con l’ovvio motivo che dopo decenni di cambio fluttuante i mercati valutari fornivano (e tuttora forniscono) efficientissimi strumenti di copertura contro le oscillazioni dei corsi a breve (quelle alle quali sono esposte le transazioni commerciali). L’euro serviva quindi a favorire la circolazione dei capitali, abolendo definitivamente il rischio di cambio su contratti a medio/lungo termine (come sono quelli di credito/debito).


Intendiamoci: questa evoluzione (la facilitazione dei movimenti di capitale) non sarebbe stata necessariamente negativa, ma lo diventava nel momento in cui si ignoravano due dati di fatto: i grandi divari di sviluppo fra i paesi dell’Eurozona, e l’assenza di controlli penetranti sui mercati.


Quando il Portogallo e la Grecia sono entrati nell’Eurozona, il reddito medio dei loro cittadini equivaleva a quello tedesco all’inizio degli anni ’80. I paesi periferici erano di vent’anni indietro rispetto all’economia leader, ed era chiaro che per creare un’area effettivamente integrata avrebbero dovuto correre di più. Un processo, quello di “recupero” (catch-up), fisiologico e previsto dalla teoria economica, che l’afflusso di capitali avrebbe dovuto facilitare. Il punto è che, così come quando si corre è normale sudare, quando si cresce di più è normale che vi sia un po’ più di inflazione. Se non si permette al tasso di cambio di compensare, cedendo fisiologicamente, questo fenomeno, il paese ingaggiato in un processo di recupero perde competitività. Succede così che i capitali che all’inizio affluiscono per finanziare lo sviluppo, alla fine affluiscano per finanziare i consumi, visto che i prodotti locali, per via della maggiore inflazione, sono diventati meno convenienti. Un fenomeno che era stato evidenziato fin dal 1957 dal premio Nobel James Meade.


A questo punto la mobilità dei capitali diventa una droga. Le economie periferiche continuano a recuperare terreno, e il tenore di vita dei cittadini ad aumentare, solo nella misura in cui il centro li finanzino. Chi eroga il prestito sa che sta finanziando consumi anziché sviluppo, ma in assenza di controlli sta bene così a tutti, nella speranza che il cerino acceso rimanga in mano a un altro.


Ma non può durare per sempre. Quando i crediti diventano inesigibili, e scoppia la crisi finanziaria, il meccanismo dello spread mette rapidamente in ginocchio le economie dei paesi più deboli, distruggendo la redditività delle imprese e rendendole facile preda di investitori esteri desiderosi di acquisire marchi e know-how di prestigio, ambiti sui mercati emergenti, come quelli espressi da molte piccole e medie imprese italiane.Paradossalmente, il disporre di una valuta troppo forte espone il paese alla svendita dei propri gioielli di famiglia. Una svendita che Antonio denuncia con forza, individuandone correttamente l’origine nel fallimento di mercati finanziari privati che mai hanno rinunciato a elargire cospicui benefit ai manager che prestavano largamente, senza discernimento. Le stesse istituzioni private e gli stessi manager che ora vengono salvati dalle tasche del contribuente, o convertendo i loro debiti privati in debito pubblico.


La svendita quindi altro non è che il portato di una mobilità dei capitali incontrollata, o meglio controllata a senso unico, perché, come ricorda Antonio in questo e nel suo precedente testo (Il fallimento dell’euro?), nell’Europa dei figli e dei figliastri i tentativi del capitale italiano di acquisire aziende estere sono stati sempre prontamente ostacolati da una rete di protezione degli altrui interessi nazionali.


È ormai diffusa, e sarà presto patrimonio condiviso, la percezione che questa svendita delle nostre aziende costituisca un grave pericolo per la nostra sopravvivenza, semplicemente perché, se e quando l’economia italiana dovesse ripartire, buona parte dei redditi prodotti in Italia verrebbero rimpatriati all’estero (come profitti di aziende di proprietà estera) e quindi goduti non dai cittadini italiani, ma da quelli dei paesi ai quali il sistema euro, come Antonio efficacemente esprime, ha facilitato lo shopping delle nostre imprese. Ma questo, in Italia, ancora non si sente dire, se non da studiosi indipendenti (ad esempio, Dominick Salvatore alla lezione Felice Ippolito, 24 giugno 2013, Biblioteca della Camera dei Deputati).


Questa analisi tecnicamente ineccepibile contrasta, ovviamente, con l’elogio acritico degli afflussi di capitali esteri fatto dai nostri governanti e dai rappresentanti delle organizzazioni di categoria come Confindustria. Soggetti che spesso sono contigui, quando non espressione diretta, di quelle centrali finanziarie internazionali che dallo shopping hanno tutto da guadagnare (come consulenti, come gestori), e che quindi sono in ovvio conflitto di interessi.


L’euro cadrà. Le affermazioni di Mario Draghi, secondo cui chi prende in considerazione questa ipotesi sottostima il capitale politico impegnato nel progetto europeo, sono futili.Un capitale politico ben più rilevante era stato investito nell’Impero sovietico.Ma quando le leggi dell’economia ne hanno decretato la fine, gli sforzi per prolungarne la sopravvivenza si sono tradotti solo in un aggravio di inutili sofferenze per popolazioni incolpevoli. Questo è lo stadio al quale siamo giunti. Ringraziamo Antonio per questo testo che ci mette di fronte alla realtà, e ci consente di gestirla delineando gli scenari possibili. Certo, la materia è problematica, è e sarà oggetto di discussione. Ma nessuno potrà togliere ad Antonio, indipendentemente dal merito specifico delle sue proposte, il merito ben più importante di aver contribuito ad aprire un dibattito concreto, la cui assenza ha rappresentato una grave lesione della democrazia nel nostro paese.


È atteggiamento adulto riconoscere gli errori, e l’euro è stato un errore. Il perseverare, unica risposta che i nostri governanti e la cosiddetta “Europa” ci forniscono, è atteggiamento puerile e suicida. Possa il buon senso prevalere prima che la scure della storia si abbatta su una costruzione resa antistorica, prima che antieconomica, dalla sua matrice ideologica iniqua e sconfessata dai fatti, e prima che il nostro paese, depauperato dall’azione poco lungimirante dei suoi governanti, perda le energie necessarie per reagire con vitalità alle sfide che i mutati scenari gli porranno.

"Europa Kaputt" di A.M. Rinaldi, la postfazione di Alberto Bagnai



Di Alberto Bagnai:

(vi anticipo la postfazione al testo di A.M. Rinaldi, uno studioso che avete imparato a conoscere qui e soprattutto qui...)

Accolgo con piacere l’invito dell’amico e collega Antonio Rinaldi a tirare le fila del discorso. Compito non semplice, data la complessità e la varietà dei temi sollevati dal suo testo, che, pur essendo agile, affronta comunque il tema della crisi sotto una varietà di sfaccettature, tutte ugualmente rilevanti: l’aspetto tecnico-economico, quello storico, quello politico, quello sociologico.


Nel farlo porterò all’attenzione del lettore gli aspetti che ho trovato più significativi nel mio percorso di lettura, necessariamente individuale e soggettivo. Sarebbe molto difficile immaginare due studiosi dal percorso tanto diverso quanto il mio e quello di Antonio: lui proveniente, dopo una solida formazione, da un percorso di responsabilità ai vertici di importanti aziende, dove ha svolto un’attività operativa che l’ha avvicinato a quella classe dirigente italiana che dipinge in modo piuttosto disincantato (e dobbiamo pensare che lo faccia a ragion veduta); io, invece, proveniente da un percorso di ricerca accademica, totale outsider,

Tra le cazzate su Berlusconi e Ruby ci si accorge che l'ITALIA è FALLITA!!



Mentre in Italia perdiamo tempo a leggere e dibattere su Berlusconi e Ruby in giro per il Mondo assistiamo ai preoccupanti QE-spasmi che ormai coinvolgono un po' tutti i Mercati globali....Cina inclusa (oggi Shangai è crollata del -5,3% sotto i 2000pt)
mettiamo a fuoco il nostro sfortunato Paese... 

L'Italia Reale è tecnicamente FALLITA
anche se i BTP non sono falliti o proprio perchè i BTP non sono falliti (a spese nostre...)
e dunque anche se non è avvenuto (fino ad ora...) un Default nel senso classico del termine.

Il fallimento dell'Italia Reale e dello Stato è una verità ormai evidente a TUTTI: basta vivere la vita di tutti i giorni nel Mondo Reale...cercare di farsi un'ecografia via SSN od avere dei figli in una scuola Statale od avere un credito con lo Stato etc etc
Vedi ultimi esempi tra le centinaia:

Oltre 400mila persone disoccupate si sono ritrovate con una brutta sorpresa davanti alla dichiarazione dei redditi: per ricevere i rimborsi Irpef dovranno aspettare almeno due anni, bene che vada. Queste categorie di
persone, e quindi anche i licenziati che nel 2012 avevano un lavoro, per portare in detrazione spese mediche, interessi passivi sui mutui, spese [...]


Vertice a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio, Saccomanni e Giovannini: poche risorse a disposizione....

La Novità piuttosto è che il concetto di Italia Reale Fallita ma anche sull'orlo del Default nell'accezione tradizionale del termine ormai sta facendo capolino anche nell'informazione mainstream vedi Il Fatto Quotidiano dell'altro giorno

dal Fatto Quotidiano: ....Entro sei mesi tutto sarà chiaro: o l’Italia ritrova un po’ di crescita oppure il peggioramento della crisi, nell’economia reale e sui mercati finanziari, “potrebbe costringere il Paese alla richiesta di salvataggio”. Lo scrive l’analista Antonio Guglielmi in un report di Medio-banca Securities, la controllata di Londra di Mediobanca specializzata in intermediazione finanziaria, che è stato consegnato soltanto ai clienti......................................


ALTRO CHE STOP PER IMU E IVA, DOPO IL REPORT DI MEDIOBANCA NEI PALAZZI SI PARLA DI UN INTERVENTO DA 20-30 MILIARDI. 
.....IL REPORT rivelato ieri dal Fatto Quotidiano, nel quale si sostiene che l’Italia rischia di dover ristrutturare il debito pubblico nei prossimi sei mesi, è stato preso molto sul serio, al ministero del Tesoro lo stanno studiando da giorni. 
La dimostrazione che l’analisi di Guglielmi è fondata sta nei numeri.
Mentre il governo litigava su Iva e Imu......
..... il mercato sta “prezzando” il rischio di una ristrutturazione del debito pubblico italiano nei prossimi mesi. 
Questo non significa che il default è certo, ovviamente, ma che gli investitori si stanno cautelando chiedendo rendimenti più elevati per pareggiare il rischio. Al Tesoro ne sono consapevoli..............E come giustamente fa notare Paolo Cardenà (del Blog Vincitori&Vinti)

Pare che #Letta sia stato incalzato da un cronista che gli ha rivolto questa domanda: "Presidente, l'Italia andrà in default?"
Questa la risposta del premier: "No, se agiremo bene". 
Al netto della cazzata dell'agire bene (?), una risposta di questo tipo cela un'evidente ammissione. Anche perchè, fino a qualche mese fa, nessun premier avrebbe mai osato offrire una risposta del genere.
Loro lo sanno benissimo. Dinanzi al crollo del muro di omertà e alla crescente consapevolezza dell'opinione pubblica, non possono far altro che ammettere. Per ora solo timidamente. La mia opinione è che si stanno preparando per poterlo fare in maniera più diretta. Ma lo faranno solo dopo aver fatto bottino dei vostri risparmi.Insomma siamo qui a discutere di noccioline...

Iva, Stefano Fassina: “Rinvio per poi arrivare alla cancellazione in autunno”e magari proprio in autunno ci aspetta una mazzata di finanziaria da 20-30mld e/o una patrimoniale e/o un prelievo forzoso sui conti correnti e/o una ristrutturazione del Debito...
E nel frattempo i giornaletti-a-libro-paga parlano solo del possibile congelamento dell'IVA o di 1 miliarducolo per il rilancio del lavoro o del dramma di Josefa Idem...
e gli italioti si tranquillizzano tenendo tutti i loro soldini sulle banche italiane, in bond bancari ed in BOT&BTP....
Nota: se la tua prudenza ti sussurra che sarebbe meglio PREDISPORRE un'Uscita di Sicurezza tra gli Gnomi Svizzeri (adatta solo per più di 100mila euro)....Fallo!

Ma la cosa più allucinante e preoccupante è che la soluzione a questo Vicolo Cieco in cui si è ficcata l'Italia già sarebbe difficilissima e comunque comporterebbe un pesante prezzo da pagare (bisogna solo decidere come distribuirlo)
ma se qualche straccio di strategia potrebbe essere più efficace...sarebbe nella direzione di questi tweet di @grandebluff :

1) l'unico che ha capito (anche se in modo confuso molto confuso) è Grillo che parla da tempo di ristrutturazione debito, italia fallita, referendum su euro ma non ha strategia
2) chiedere divisione euro in 2 aree ..ma come potrai notare la nostra Casta va in tutt'altra direzione...dunque VIA DA ITALIA
3)dovremmo 1. minacciare la Troika di ristrutturare il ns debito 2. chiedere sfroram. provv. del deficit 3. minacciare uscita da euro come potete facilmente notare la direzione attuale dell'Italia (e dell'Eurozona) va esattamente nella direzione opposta....

Tratto dalla Fonte: http://www.ilgrandebluff.info a cui va un sentito ringraziamento.
vi consigliamo di seguirlo con attenzione.

Tra le cazzate su Berlusconi e Ruby ci si accorge che l'ITALIA è FALLITA!!



Mentre in Italia perdiamo tempo a leggere e dibattere su Berlusconi e Ruby in giro per il Mondo assistiamo ai preoccupanti QE-spasmi che ormai coinvolgono un po' tutti i Mercati globali....Cina inclusa (oggi Shangai è crollata del -5,3% sotto i 2000pt)
mettiamo a fuoco il nostro sfortunato Paese... 

L'Italia Reale è tecnicamente FALLITA
anche se i BTP non sono falliti o proprio perchè i BTP non sono falliti (a spese nostre...)
e dunque anche se non è avvenuto (fino ad ora...) un Default nel senso classico del termine.

Il fallimento dell'Italia Reale e dello Stato è una verità ormai evidente a TUTTI: basta vivere la vita di tutti i giorni nel Mondo Reale...cercare di farsi un'ecografia via SSN od avere dei figli in una scuola Statale od avere un credito con lo Stato etc etc
Vedi ultimi esempi tra le centinaia:

Oltre 400mila persone disoccupate si sono ritrovate con una brutta sorpresa davanti alla dichiarazione dei redditi: per ricevere i rimborsi Irpef dovranno aspettare almeno due anni, bene che vada. Queste categorie di

lunedì 24 giugno 2013

Alberto Bagnai demolisce quel zuccone di Zucconi (dir. Reppublica.it)..da ridere





Incalzate dalla violenza dei fatti, dalle analisi dei massimi economisti, dalle ammissioni dei loro leader, dalla crescente consapevolezza dei cittadini, le milizie del PUDE (Partito Unico Dell’Euro) sono allo sbando. I peones, privi dei propri generali (che da tempo si sono messi al vento, sapendo benissimo come sarebbe andata a finire), tentano disperate sortite dalle casematte dell’informazione di regime, per azioni di terrorismo i cui esiti sarebbero tragici, se non fossero ridicoli.

L’arma “fine di mondo” dei bislacchi Stranamore dell’informazione nostrana è sempre quella: l’inflazione! Abbiamo già commentato in questo blog un tentativo non del tutto riuscito di usarla per terrorizzare gli spettatori televisivi. Ma si sa, in televisione puoi dire quello che vuoi, il mezzo non sempre consente di tornare sulle lievi imprecisioni profferite. Nei social media, invece, le cose stanno in modo diverso, e bisogna fare un po’ più attenzione, anche se non tutti l’hanno capito. Un esempio? Gustatevi questo breve riepilogo di una conversazione su Twitter, che credo vi offrirà un sorriso: Vittorio Zucconi, direttore dell’edizione web di uno dei più autorevoli quotidiani nazionali, dimostra di non sapere cosa sia quel tasso di inflazione che però usa come spauracchio per sostenere “la causa dell’Euro”.

Il ragionamento di Zucconi sembra essere questo: “Vedete? In Brasile l’inflazione è al 90% e hanno un sacco di problemi. Ma in Brasile non hanno l’euro: ergo, l’euro non causa problemi, ergo li risolve, visto che da noi l’inflazione non è al 90%, ma ci andrebbe se uscissimo dall’euro”. Una logica non esattamente aristotelica: un po’ come dire che se Tizio ha il cancro ma non fuma, fumare non causa il cancro. Ci vuole un po’ d’indulgenza: il nostro è modenese, non stagirita. Del resto, per capire che non abbiamo a che fare con un sillogismo, ma con un delirio, ci vuol poco. Basta rilevare la pacchiana imprecisione della premessa, dove all’inflazione brasiliana si attribuisce un valore assurdo (90%). Imprecisione che evidentemente deriva da una scarsa consapevolezza di come l’inflazione venga calcolata.

Allora, dopo esserci divertiti (amaramente), facciamo un lavoro socialmente utile: informiamo l’informatore.

Le ricordo, dottor Zucconi, che l’inflazione è la variazione percentuale dell’indice dei prezzi al consumo, calcolato con cadenza mensile. Il dato “nasce” mensile e quello annuale si ricava come opportuna media. Attenzione, però. Ogni mese di dati ne vengono diffusi due: la variazione rispetto almese precedente (inflazione “congiunturale”), e quella rispetto allo stesso mese dell’annoprecedente (inflazione “tendenziale”). Il tasso “congiunturale” è essenziale per guidare la politica nel breve periodo, mentre il tasso “tendenziale”, che incorpora un anno di storia (da mese a pari mese dell’anno precedente, ripeto) ci informa sulle tendenze di medio periodo. Informazioni entrambe utili ma ben diverse l’una dall’altra.

Ora che si diletta di economia, voglia guardare, per esempio la tabella seguente, estratta dall’ultimocomunicato stampa dell’Istat:

In alto troverà facilmente il dato annuale. Ad esempio, nel 2012 l’inflazione annuale in Italia è stata del 3% (ultima colonna, seconda riga): è la variazione percentuale degli indici annuali: (105.9-102.8)/102.8=0.03=3%. A loro volta, gli indici annuali sono la media degli indici mensili: ad esempio, il dato annuale 105.9 è la media dei valori assunti nei dodici mesi del 2012.

Venendo al dato mensile, nell’ottobre del 2012 l’indice mensile era pari a 106.5, invariato rispetto a settembre: in quel mese quindi l’inflazione congiunturale è stata nulla. Inflazione zero, il sogno dei banchieri centrali e dei dilettanti di economia!

E l’inflazione tendenziale? Nell’ottobre 2011 l’indice dei prezzi era stato pari a 103.8, quindi un anno dopo l’inflazione tendenziale era del 2.6%, perché (106.5-103.8)/103.8=0.026=2.6%. Un dato non lontano dal valore medio annuo del 2012 (3%), appunto perché incorpora un anno di storia (e il tasso annuo d’inflazione è appunto la media dei tassi tendenziali).

Forse ora comincia, gentile dottore (in lettere e filosofia), a intuire quale sia la lieve imprecisione da lei commessa. Semplicemente, lei ha scambiato il dato tendenziale per quello congiunturale. Certo,entrambi sono pubblicati mensilmente, quindi sono “mensili”, il che però non significa che siano entrambi “al mese”: solo il dato congiunturale (mese rispetto a mese precedente) ci informa su cosa sia successo nel mese di riferimento. Il suo errore è palese nella sua sbrigativa risposta a matteo rumi su Twitter: “Inflazione generale al 4.5%. AL MESE”.


No, Zucconi, no, la prego, si tranquillizzi!

Il 4.5% del quale lei straparla non è un tasso congiunturale (mese su mese precedente), ma tendenziale. Non significa che i prezzi aumentano del 4.5% al mese (e quindi, a spanna, del 70% all’anno, che comunque non sarebbe il 90% di cui parla lei)! Significa che sono aumentati del 4.5%rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In un’economia che, le ricordo, dallo scoppio della crisi è cresciuta di 4.5 punti percentuali all’anno più della nostra (loro al 3.2%, noi al -1.3% di media). Ovviamente i tassi congiunturali (cioè quelli che descrivono effettivamente la crescita dei prezzi al mese) sono molto inferiori, sotto lo 0.5%. Voglia consultarli qui.

Be’, caro Zucconi, come dire… Se l’inflazione si calcolasse come pensa lei, l’euro non ci avrebbe veramente salvato, perché nel 2012, “ragionando” come lei, avremmo avuto più del 40% d’inflazione media annua.

Peccato che un’inflazione simile in Italia non si veda da quando lei aveva due anni!

Ora, che un dilettante di economia possa commettere una svista simile, è cosa che non deve stupire né scandalizzare. Povertà non è vergogna. Certo, ci vorrebbe un po’ di umiltà e meno strafottenza verso gli insegnanti e i loro meschini stipendi. Ma questi sono autogol dei quali sarebbe sleale approfittare. Quello che invece veramente non va è il tentativo, al quale la sua testata ci ha abituati, di fare terrorismo economico sull’inflazione.

Perché lo fate? Perché siete l’organo di riferimento del PUDE, di quel partito trasversale che ha sposato la filosofia politica paternalistica secondo la quale, siccome gli italiani non sanno governarsi da soli, devono essere governati dal manganello dello spread. Sì, insomma, la filosofia del “vincolismo”, che in Italia ha lunga tradizione (Carli, Giavazzi, Scalfari, ecc.). Ora, perché gli elettori accettino di farsi governare dai mercati finanziari anziché da organi democraticamente eletti, occorre nutrano un sacro terrore dell’inflazione, e si convincano che l’euro, se pure crea problemi, almeno li protegge da essa e dai disordini che essa porta con sé. Ma a questo, appunto, ci pensate voi.


In effetti, parlando del Brasile lei cerca appunto di suggerire un simile nesso causale (niente euro uguale inflazione uguale scontri di piazza), ma così facendo commette un falso storico che i dati facilmente smascherano.Ecco, lo vede il grafico? (Dati tratti dal WEO di aprile, fonte che lei, come me, compulsa avidamente nei momenti di tempo libero). Negli ultimi dodici anni in Brasile si è avuta inflazione a due cifre solo nel 2003. L’inflazione annua è sui valori attuali (fra il 4% e il 6%) più o meno dal 2004, e non ricordo si sia parlato di scontri di piazza. Che cosa sta succedendo adesso? Sta succedendo che la crescita ha bruscamente rallentato, e non per un solo anno, come nel 2009, ma per due anni consecutivi (2011 e 2012). Non è l’inflazione a portare la gente per strada, ma la stagnazione o recessione prolungata, caro dottor Zucconi (e in un paese emergente una crescita sotto il 2% può tranquillamente essere assimilata a stagnazione).

La sua scelta di starsene negli Stati Uniti è saggia e del tutto condivisibile, perché vedrà, prima o poi, continuando così, col Pil italiano in caduta libera, la gente andrà in strada anche nell’Italietta protetta dall’eurone. Non escludo che quel giorno qualcuno si ricordi di chi insisteva sul fatto che, al nobile scopo di difendersi dall’inflazione, sia doveroso tagliare i salari reali. Sarebbe una reazione esecrabile, ma la Storia, quella vera, non quella raccontata da certi giornali, è purtroppo fatta di risposte simili.

Un’informazione corretta è presidio di democrazia e di pace. Un concetto non popolare in questo paese. Ma vale la pena di insistere.

(Ehi, dottor Zucconi? Sì, lei! È ancora qui? No, aspetti, si lasci dire una cosa: ho controllato la mia busta paga. Il mese scorso ho guadagnato 2582 euro (netti). E non sa a quante consulenze ho rinunciato da quando ho cominciato a far divulgazione! Ma anche con quelle non avrei raggiunto, suppongo, se non un’esigua frazione dei suoi cospicui e ben meritati emolumenti. Se lo lasci dire, però: ci son due cose che non hanno prezzo. La prima è la soddisfazione di smascherare la crassa ignoranza dei tronfi Soloni. La seconda è quella di poter lasciare ai propri figli un esempio. Cosa che, in un certo senso, ha fatto anche lei…)

(Ah, dottore, scusi, un’ultima cosa, visto che ha deciso in tarda età di cambiare mestiere: in effetti c’è stato un anno nel quale l’inflazione media annua brasiliana è stata al 90%. Il 1980. Bei tempi quelli per voi, eh!? Potevate dire la qualunque sui vostri giornali, e nessuno se ne accorgeva. Mi sa che è finita…)

Alberto Bagnai demolisce quel zuccone di Zucconi (dir. Reppublica.it)..da ridere





Incalzate dalla violenza dei fatti, dalle analisi dei massimi economisti, dalle ammissioni dei loro leader, dalla crescente consapevolezza dei cittadini, le milizie del PUDE (Partito Unico Dell’Euro) sono allo sbando. I peones, privi dei propri generali (che da tempo si sono messi al vento, sapendo benissimo come sarebbe andata a finire), tentano disperate sortite dalle casematte dell’informazione di regime, per azioni di terrorismo i cui esiti sarebbero tragici, se non fossero ridicoli.

L’arma “fine di mondo” dei bislacchi Stranamore dell’informazione nostrana è sempre quella: l’inflazione! Abbiamo già commentato in questo blog un tentativo non del tutto riuscito di usarla per terrorizzare gli spettatori televisivi. Ma si sa, in televisione puoi dire quello che vuoi, il mezzo non sempre consente di tornare sulle lievi imprecisioni profferite. Nei social media, invece, le cose stanno in modo diverso, e bisogna fare un po’ più attenzione, anche se non tutti l’hanno capito. Un esempio? Gustatevi questo breve riepilogo di una conversazione su Twitter, che credo vi offrirà un sorriso: Vittorio Zucconi, direttore dell’edizione web di uno

Bruno Amoroso: Spagna e Italia diventeranno come la Grecia in autunno se non escono dall'Euro.


Intervistedi Erika Di Dio - 21 Jun 2013 

Forexinfo intervista Bruno Amoroso, economista italiano naturalizzato danese e attualmente docente emerito di Economia Internazionale e dello Sviluppo presso l’università Roskilde in Danimarca.

Il prof. Amoroso ha risposto a quattro domande sullo stato attuale dell’economia mondiale e sulla crisi che ci circonda. Ecco le sue risposte.

1) Qual è il suo punto di vista su una probabile uscita dall’euro o scissione in due della moneta unica?

R. La situazione attuale creata dall’euro è insostenibile per le economie europee. Quelle dei paesi del sud perché non disponendo di una propria valuta si trovano nella morsa di una competizione tedesca alla quale non possono sottrarsi riacquistando cambi favorevoli sia verso i paesi europei che extra europei. Ma anche sugli altri paesi del nord sta producendo effetti depressivi perché il crollo dei mercati di acquisto a sud
colpisce ovviamente anche le esportazioni a nord. Le vie di uscita sono due. Il ritorno al sistema monetario europeo precedente l’euro, concordando rapporti di cambio flessibili tra le varie valute nazionali. I singoli paesi riacquisterebbero così la possibilità di condurre politiche economiche e distributive adatte alle proprie condizioni. La seconda, poiché i problemi riguardano soprattutto i paesi dell’Europa del sud e il rapporto con la Germania, dividere l’euro in due zone. Questo significherebbe che all’interno dell’Unione Europea non si avrebbero 11 valute, come è oggi, ma 12, e quindi i cambiamenti non sono poi tanto significativi. Non far nulla significa andare nei prossimi mesi a una crisi profonda del sistema dell’euro, che coinvolgerà inevitabilmente l’intero progetto europeo in maniera catastrofica. Per chi continua a ripetere che non è possibile per un paese uscire dall’euro basti ricordare che la Cecoslovacchia è stata divisa in due paesi e con due monete diverse senza che questo producesse conflitti all’interno dell’UE. Tutto dipende dalla voglia di risolvere i problemi.

2) La situazione in Grecia continua a far parlare di sé: dopo la recessione, gli scontri in piazza, i suicidi, ora chiude la tv pubblica e qualche società di investimento declassa il paese a status di “mercato emergente”. Come si può descrivere attualmente la situazione del paese ellenico?

R. La situazione della Grecia anticipa quello che accadrà quest’autunno in Spagna e in Italia. Il significato della Grecia (e di Cipro) è che la moneta unica è una finzione giuridica, poiché in paesi diversi il valore dei titoli emessi in euro ha valore diverso, e questi titoli sono dati in pasto agli sciacalli dei mercati finanziari senza che la BCE intervenga a difendere il valore nominale del titolo e la sua credibilità. Oggi i titoli emessi in euro (cioè nella stessa moneta) hanno valori diversi a seconda dei paesi che li emettono e quindi, di fatto, abbiamo valute nazionali. Ma il polverone sulle valute serve a coprire il vero obiettivo della speculazione che è quello di espropriare i risparmi di milioni di persone in tutta la zona euro.

3) Pensa che la Fed porrà presto fine al suo piano di QE “alleggerimento quantitativo” o la strada da percorrere è ancora lunga?

R. Le misure della Fed sono quelle che gli Stati possono mettere in atto, scavalcando le procedure delle politiche monetarie tradizionali, per creare maggiore circolazione di denaro e credito. Questo lo fa la Fed negli Stati Uniti perché quella è una banca centrale che deve rispondere delle sue scelte sia al governo sia ai cittadini. La situazione europea è diversa e paradossale. L’UE non ha né un governo né una banca centrale ma una lobby finanziaria al comando. Si tratta di una istituzione anomala, di natura privata, che pretende di governare 27 paesi ed i cui “conflitti d’interesse” rispetto alla speculazione finanziaria sono ben noti. Mentre si continua a parlare di governo europeo per distrarre l’attenzione si trasferiscono in modo crescente funzioni alla BCE che è l’unico potere che detta i contenuti dei Trattati europei ai quali i pasi devono sottostare grazie alla solerzia di politici nazionali e europei.

4) La recente scelta della Lettonia di entrare nell’euro è completamente sbagliata come molti sostengono?

R. La scelta, se di questo di può parlare, è patetica. Probabilmente le notizie su quanto avviene in Europa non arrivano a nord. Tuttavia, a parte le battute, il problema di molti paesi fuori della zona euro è rappresentato dall’impegno sottoscritto dai loro governi di entrarvi al realizzarsi delle condizioni di equlibrio economico e finanziario previste (debito pubblico, estero, ecc.). I paesi seri sottopongono queste decisioni al referendum popolare che sino ad ora ha fatto da ostacolo all’adesione a questo e altri trattati. La Svezia, inoltre, non entra nell’euro perché rifiuta di modificare la propria struttura istituzionale che rende la Banca Centrale dipendente dal sistema legislativo e politico (il che paradossalmente appare una anomalia agli altri paesi nei quali incredibilmente si riconosce alla Banca Centrale un ruolo di autonomia dalla politica). Inoltre questo pase fa si che i propri bilanci non siano corrispondenti ai pareggi richiesti da Bruxelles in modo da sottrarsi all’impegno assunto. Alla base di tutto ciò c’è un conflitto reale tra le élite dei paesi nordici che spingono per una adesione totale all’UE e all’euro, in contrasto con la diffusa e forte opposizione popolare. La ragione è semplice. Le élite politiche vedono nella partecipazione all’UE un buon mezzo per sottrarsi all’austerità personale e ai criteri di tassazione e redistributivi ai quali sono vincolati nei propri paesi, e di poter entrare così in quel bel casinò di redditi personali e nella gestione dii favori reciproci tra paesi per progetti e altro sui quali si basa il potere corruttivo dell’intero apparato istituzionale europeo. Per gli italiani questo è di facile comprensione guardando a come i comportamenti dei loro politici e amministratori si trasformano una volta entrati nelle “stanze del potere”

Bruno Amoroso: Spagna e Italia diventeranno come la Grecia in autunno se non escono dall'Euro.


Intervistedi Erika Di Dio - 21 Jun 2013 

Forexinfo intervista Bruno Amoroso, economista italiano naturalizzato danese e attualmente docente emerito di Economia Internazionale e dello Sviluppo presso l’università Roskilde in Danimarca.

Il prof. Amoroso ha risposto a quattro domande sullo stato attuale dell’economia mondiale e sulla crisi che ci circonda. Ecco le sue risposte.

1) Qual è il suo punto di vista su una probabile uscita dall’euro o scissione in due della moneta unica?

R. La situazione attuale creata dall’euro è insostenibile per le economie europee. Quelle dei paesi del sud perché non disponendo di una propria valuta si trovano nella morsa di una competizione tedesca alla quale non possono sottrarsi riacquistando cambi favorevoli sia verso i paesi europei che extra europei. Ma anche sugli altri paesi del nord sta producendo effetti depressivi perché il crollo dei mercati di acquisto a sud

venerdì 21 giugno 2013

L’Italia sarà rasa al suolo con questo Euro.



Il rapporto Istat appena uscito prefigura un crollo di civiltà: la percentuale di concittadini in stato di «grave deprivazione» vola al 14,7. In soli sei anni il Pil pro capite è sceso dell’11,5%; nella graduatoria internazionale l’Italia passa dal 31˚al 45˚posto. Anche il futuro è stato ipotecato: calano infatti la ricchezza (-12%), gli investimenti pubblici (dal 4 al 2,9% del Pil), la capacità produttiva (-16% nell’industria), gli studenti universitari (-17%); crescono il debito pubblico, il debito estero netto (28% del Pil, sul quale l’Italia paga 12 miliardi di interessi l’anno), i giovani senza lavoro (57% fra disoccupati e scoraggiati). Perciò è essenziale a questo punto dire la verità. La crisi non dipende dai nostri vizi storici, bensì – lo dicono i dati – da uno straordinario, diffuso timore di spendere i soldi.

PierGiorgio Gawronski Economista ci racconta la sua opinione:

<<Per uscirne non è perciò necessario «cambiare gli italiani» o la struttura economica: la depressione della domanda, notoriamente, si cura sostenendo la domanda. Terapia tutt’altro che difficile: basta spendere soldi; e i soldi… si stampano. Ma noi abbiamo consegnato le leve macroeconomiche all’Europa. E i trattati europei – concepiti per combattere l’inflazione (l’eccesso di domanda) – offrono ai liberisti europei un inopinato potere di veto su tutto ciò che di significativo si potrebbe e si dovrebbe fare. Perciò resta il problema di fondo, «noto e così riassumibile: l’Italia deve rimanere credibile sul terreno dei conti pubblici, ma deve dare prova concreta di discontinuità in chiave pro crescita» (Guido Gentili). Cioè: deve alimentare la spesa, ma non ha i soldi per farlo.

Per uscire dall’impasse ci sono tre strade. La prima è cambiare consensualmente le politiche economiche dell’Eurozona. Non basta diluire l’austerità: occorre rovesciare le politiche economiche nel cuore dell’Europa. Ma né i partiti né il governo, a parte lamentarsi, hanno ripreso e avanzato nelle sedi europee le proposte degli economisti in questo senso: la liquidità immessa nel sistema finanziario non passa all’economia reale? La Bce distribuisca base monetaria ai governi, che la usino per aiutare i poveri e finanziare lavori pubblici nelle zone ad alta disoccupazione. La Bce alzi il target di inflazione e favorisca una rapida crescita dei salari tedeschi: gli squilibri di competitività rientreranno, senza dolore per nessuno. I paesi con più margini di manovra fiscale rilancino la domanda interna con il deficit spending: la depressione finirà. In ogni caso, la Germania ha sempre risposto picche; e continuerà a farlo. Per indurla a trattare seriamente non basta il crollo dei fondamenti teorici dell’austerità, o l’evidenza empirica: bisogna cambiare i suoi incentivi politici.

La seconda possibile via d’uscita è lasciare l’euro, e/o ristrutturare il debito. Bisognerà cominciare a parlarne: essa offre sicuri benefici (la fine della depressione), non è vero che il Pil cadrebbe del 30%; ma comporta anche rischi e costi elevati. Ci sarebbe una terza via, percorribile su base nazionale, che è sfuggita all’attenzione mediatica, e che consentirebbe di uscire dalla crisi “a velocità giapponese”. Bisogna però essere disposti ad approfittare di un clamoroso vuoto della normativa europea. E violare lo spirito, non la lettera, dei trattati. Come ha fatto finora la Germania, scambiando la “cultura della stabilità” con la “cultura della depressione”. Eludere le regole senza lasciare l’euro riaprirebbe anche il negoziato sull’Eurozona. Per realizzare una simile strategia ci vuole però un quadro politico assai più propenso all’innovazione, desideroso di sfidare l’ortodossia liberista. Capace di alzare la qualità della proposta, e offrire all’Europa un nuovo paradigma, nel dimostrabile interesse anche del popolo tedesco. Si può fare. Perciò si deve fare>>.
Continuando così l'Italia verrà rasa al suolo e rimarranno solo le macerie ma delle persone non delle case.

(Piergiorgio Gawronski,  lettera indirizzata al direttore del “Corriere della Sera” il 25 maggio 2013,

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