mercoledì 30 ottobre 2013

Il Nobel Krugman e i luoghi comuni degli economisti "Zimbabwisti"

Un bel post di Krugman sottolinea i passaggi logici inesistenti (???) che caratterizzano i luoghi comuni degli economisti "Zimbabwisti" (@Borghi TW) che non applicano la macroeconomia!


È un po' triste, ma ho il sospetto che tra mezzo secolo la cosa principale per cui la gente si ricorderà di me – sempre che se ne ricordi - è la fata fiducia. Quindi forse posso in qualche modo sintetizzare i miei tentativi di sfatare La Ellenizzazione del nostro contesto ( pdf), sottolineando che le notizie allarmistiche sembrano evocare un insieme di caratteristiche ad essa connesse, gli gnomi della fiducia ( che sono anche in relazione con questi tizi.)

Il racconto popolare - fatto da tutti, da Alan Greenspan a Erskine Bowles – funziona così:

:
1 . Perdita di fiducia degli investitori
2 . ? ? ? ? ? ?
3 . Grecia !

Quello che continuo a chiedere è che qualcuno spieghi il punto 2 in un modo che sia coerente con il fatto che l'America, la Gran Bretagna e il Giappone - a differenza della Grecia - hanno le loro valute nazionali, e delle banche centrali che controllano i tassi di interesse a breve termine. State dicendo che aumenteranno i tassi? e se sì, perché? State dicendo che i tassi a lungo termine si sganceranno dai tassi a breve? Perché? e perché le banche centrali non potrebbero impedirlo con l'acquisto di titoli a lungo termine?

Finora, nessuno ha risposto a questa domanda in modo chiaro. Semplicemente affermano che è questo che accadrà, o passano ad altro, paventando improvvisamente lo spettro di un crollo bancario o altre cose simili. Ditemi almeno quel che dovrebbe accadere alla politica monetaria!

E non venitemi a dire che sono fatti dimostrati dall'esperienza. Semplicemente non esistono precedenti storici di questo tipo di crisi - una crisi del debito in un paese che ha una propria valuta e si indebita nella stessa valuta. La Francia negli anni '20 c'è andata vicino, ma non è successo niente di simile alla Grecia di oggi. Il Giappone in questo momento è, in effetti, un esempio di un paese che beneficia della riduzione della fiducia nel futuro valore reale del suo debito. (Prima di commentare queste affermazioni, leggere il paper)

Oltretutto, abbiamo un recente e chiaro esempio di quanto sia importante riflettere su queste cose. Ricordate che gente come Greenspan insisteva che i disavanzi di bilancio avrebbero portato a tassi crescenti e all'inflazione. Ma non hanno mai spiegato come si supponeva che questo sarebbe potuto accadere in un'economia depressa con tassi a breve termine sullo zero. Di nuovo, la loro logica era, più o meno:

1 . deficit
2 . ? ? ? ? ?
3 . Zimbabwe!

Nel frattempo, quelli di noi che hanno cercato di rifletterci sopra hanno concluso che nulla del genere sarebbe accaduto - e non è successo nulla.

Consideratemi tra quelli che credono che la macroeconomia - almeno quella keynesiana - abbia effettivamente funzionato molto bene in questi ultimi cinque anni. Il problema è che ben pochi economisti sono stati disposti ad utilizzare i propri modelli, e così poche persone influenti hanno capito che i sentimenti viscerali non sono il modo di far fronte a una crisi economica che si ripete una volta ogni tre generazioni.

Il Nobel Krugman e i luoghi comuni degli economisti "Zimbabwisti"

Un bel post di Krugman sottolinea i passaggi logici inesistenti (???) che caratterizzano i luoghi comuni degli economisti "Zimbabwisti" (@Borghi TW) che non applicano la macroeconomia!


È un po' triste, ma ho il sospetto che tra mezzo secolo la cosa principale per cui la gente si ricorderà di me – sempre che se ne ricordi - è la fata fiducia. Quindi forse posso in qualche modo sintetizzare i miei tentativi di sfatare La Ellenizzazione del nostro contesto ( pdf), sottolineando che le notizie allarmistiche sembrano evocare un insieme di caratteristiche ad essa connesse, gli gnomi della fiducia ( che sono anche in relazione con questi tizi.)

Il racconto popolare - fatto da tutti, da Alan Greenspan a Erskine Bowles – funziona così:

:
1 . Perdita di fiducia degli investitori
2 . ? ? ? ? ? ?
3 . Grecia !

Quello che continuo a chiedere è che qualcuno spieghi il punto 2 in un modo che sia coerente con il fatto che l'America, la Gran Bretagna e il Giappone - a differenza della Grecia - hanno le loro valute nazionali, e delle banche centrali che controllano i tassi di interesse a breve termine. State dicendo che aumenteranno i tassi? e se sì, perché? State dicendo che i tassi a lungo termine si sganceranno dai tassi a breve? Perché? e perché le banche centrali non potrebbero impedirlo con l'acquisto di titoli a lungo termine?

Finora, nessuno ha risposto a questa domanda in modo chiaro. Semplicemente affermano che è questo che accadrà, o passano ad altro, paventando improvvisamente lo spettro di un crollo bancario o altre cose simili. Ditemi almeno quel che dovrebbe accadere alla politica monetaria!

E non venitemi a dire che sono fatti dimostrati dall'esperienza. Semplicemente non esistono precedenti storici di questo tipo di crisi - una crisi del debito in un paese che ha una propria valuta e si indebita nella stessa valuta. La Francia negli anni '20 c'è andata vicino, ma non è successo niente di simile alla Grecia di oggi. Il Giappone in questo momento è, in effetti, un esempio di un paese che beneficia della riduzione della fiducia nel futuro valore reale del suo debito. (Prima di commentare queste affermazioni, leggere il paper)

Oltretutto, abbiamo un recente e chiaro esempio di quanto sia importante riflettere su queste cose. Ricordate che gente come Greenspan insisteva che i disavanzi di bilancio avrebbero portato a tassi crescenti e all'inflazione. Ma non hanno mai spiegato come si supponeva che questo sarebbe potuto accadere in un'economia depressa con tassi a breve termine sullo zero. Di nuovo, la loro logica era, più o meno:

1 . deficit
2 . ? ? ? ? ?
3 . Zimbabwe!

Nel frattempo, quelli di noi che hanno cercato di rifletterci sopra hanno concluso che nulla del genere sarebbe accaduto - e non è successo nulla.

Consideratemi tra quelli che credono che la macroeconomia - almeno quella keynesiana - abbia effettivamente funzionato molto bene in questi ultimi cinque anni. Il problema è che ben pochi economisti sono stati disposti ad utilizzare i propri modelli, e così poche persone influenti hanno capito che i sentimenti viscerali non sono il modo di far fronte a una crisi economica che si ripete una volta ogni tre generazioni.

lunedì 28 ottobre 2013

Nessuno verrà a salvarci!! Dovremo farlo da soli!! SVEGLIATEVI ITALIANI!!




di Piero Roncoletta 

Nessuno verrà a salvarci.

Non gli americani esportatori di democrazia, né i virtuosi e civili popoli del Nord. Del resto, perché dovrebbero? Sono Stati capitalisti, non organizzazioni umanitarie! E se anche qualcuno si facesse avanti con un nuovo Piano Marshall, siamo sicuri che avrebbe il suo tornaconto.

E' la Sacra Legge dei Mercati, se qualcuno cade, gli dai un calcio, non tendi la mano.

Ma noi non abbiamo bisogno di nessuno. Senza dover necessariamente scomodare il Rinascimento, Leonardo o Michelangelo: questo è il Paese che, dopo cinque anni di guerra devastante, ha prodotto uomini come Enrico Mattei, Adriano Olivetti, Sandro Pertini, Giulio Natta, Federico Caffè, tanti illustri giuristi e grandi letterati.



Questo è il Paese che nel 1947 si è dotato di quella che fu unanimemente riconosciuta come la Costituzione più avanzata del mondo. E' il Paese del boom degli anni '60 e delle lotte per i diritti civili degli anni '70, è il Paese che è stato la quinta potenza economica mondiale.

Ma poi, una trentina di anni fa, qualcosa si è rotto. Abbiamo dimenticato di essere cittadini, ognuno si è chiuso nel proprio egoismo e nella ricerca del benessere individuale,ed abbiamo delegato ad altri tutte le decisioni importanti per la vita di una nazione.

E' così che i peggiori si sono impadroniti del potere, perché gli abbiamo dato carta bianca. E questa pessima classe dirigente ha usato il proprio potere per renderci simili a loro, distruggendo i veri valori, abbrutendoci
nella ricerca ossessiva del denaro e del potere quali unici parametri per la misura della qualità di una persona.

Lo scopo è chiaro: creare una melma indistinta, incapace di pensiero e di reazione, incapace non solo di creare un'alternativa, ma persino di pensarla come possibile.

Ma adesso i nodi stanno venendo al pettine, una recessione senza fine sta portando alla luce la verità,la nuda realtà di una classe dirigente arrivista, corrotta e incapace, al servizio del grande potere finanziario o, più spesso, talmente stupida e ignorante da non rendersene nemmeno conto.

Tutto è perduto, dunque? Ci resta solo una rabbia inconcludente? Non ancora. In molti c'è ancora coscienza civica, voglia di fare, cultura e competenza. Non siamo antropologicamente inferiori, non abbiamo un difetto genetico che fa di noi dei mafiosi corrotti fannulloni spaghetti e mandolino. Non tutti, almeno.

Dobbiamo solo svegliarci e per prima cosa informarci, smettere di essere spettatori passivi della propaganda massmediatica, cercare, studiare e criticare, usare il cervello.

Alcuni lo stanno già facendo, con poche risorse e nel silenzio generale. Sono ancora pochi: aiutiamoli a creare e diffondere conoscenza. Non abbiamo le tv, ma abbiamo la rete, un oceano che il potere (forse) non è riuscito ancora completamente a recintare, abbiamo i libri, abbiamo le piazze e i luoghi di incontro privati.

Se restiamo da soli, l'impotenza e la frustrazione avranno il sopravvento, ma c'è chi si sta organizzando, chi sta facendo rete, e dalla rete movimento, e dal movimento soggetto politico.

Se volete rompere il muro, cominciate da qui o visitate questa pagina

…il resto verrà da sè.

E' l'ignoranza che ci rende sudditi, sta a noi scegliere di tornare cittadini.

Vorrei chiudere con questa citazione che, indipendentemente dalla formazione politica di ognuno di noi, sia di stimolo e di insegnamento:

"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza."

Antonio Gramsci

ordine nuovo
N.d.r. Se i link di cui sopra non dovessero bastare consigliamo il blog www.italiasedesta.com, il blog di Alberto Bagnai, e il gruppo Democrazia e Sovranità

Nessuno verrà a salvarci!! Dovremo farlo da soli!! SVEGLIATEVI ITALIANI!!




di Piero Roncoletta 

Nessuno verrà a salvarci.

Non gli americani esportatori di democrazia, né i virtuosi e civili popoli del Nord. Del resto, perché dovrebbero? Sono Stati capitalisti, non organizzazioni umanitarie! E se anche qualcuno si facesse avanti con un nuovo Piano Marshall, siamo sicuri che avrebbe il suo tornaconto.

E' la Sacra Legge dei Mercati, se qualcuno cade, gli dai un calcio, non tendi la mano.

Ma noi non abbiamo bisogno di nessuno. Senza dover necessariamente scomodare il Rinascimento, Leonardo o Michelangelo: questo è il Paese che, dopo cinque anni di guerra devastante, ha prodotto uomini come Enrico Mattei, Adriano Olivetti, Sandro Pertini, Giulio Natta, Federico Caffè, tanti illustri giuristi e grandi letterati.



Questo è il Paese che nel 1947 si è dotato di quella che fu unanimemente riconosciuta come la Costituzione più avanzata del mondo. E' il Paese del boom degli anni '60 e delle lotte per i diritti civili degli anni '70, è il Paese che è stato la quinta potenza economica mondiale.

Ma poi, una trentina di anni fa, qualcosa si è rotto. Abbiamo dimenticato di essere cittadini, ognuno si è chiuso nel proprio egoismo e nella ricerca del benessere individuale,ed abbiamo delegato ad altri tutte le decisioni importanti per la vita di una nazione.

E' così che i peggiori si sono impadroniti del potere, perché gli abbiamo dato carta bianca. E questa pessima classe dirigente ha usato il proprio potere per renderci simili a loro, distruggendo i veri valori, abbrutendoci

giovedì 24 ottobre 2013

Fine dell’Euro: l'europeista Heisbourg: “tornare alle monete nazionali”

Le elites francesi iniziano a discutere sui rischi dell'euro, la cui crisi potrebbe disintegrare anche l'esistenza stessa della UE e determinare colpi di stato e un ritorno al terrorismo in alcuni stati. L'avanzata del Fronte Nazionale è solo la premessa popolare a un dibattito che ora fa breccia anche tra gli insider, come il Prof. François Heisbourg.



Finché a promettere il ritorno al franco francese è Marine Le Pen, data in testa nei sondaggi, si potrà sempre dire che l’ipotesi di rottura dell’euro è limitata ad ambienti storicamente euro-scettici. Ma in questi giorni è uscito un libro del Prof.François Heisbourg, dal titolo “La fine del sogno europeo”, che rappresenta una breccia nel granitico mondo delle élites francesi. Perché Heisbourg non è uomo di estrema destra, ma un fervente sostenitore del federalismo europeo, uno da sempre favorevole all’euro e presidente del prestigioso International Institute for Strategic Studies. Tutto si può dire, tranne che non sia un “insider”, un uomo vicino agli apparati.

Eppure, nel suo libro, Heisbourg descrive l’euro come un incubo, sostenendo che prima lo si smantella, tornando alle monete nazionali, meglio è. Perché se non si prende atto della crisi dell’euro, continua il Prof., il rischio è che essa travolga la stessa costruzione dell’Unione Europea. La soluzione ideale, ammette, sarebbe l’immediato federalismo europeo, che possa fungere da antidoto alla crisi della moneta unica, senza distruggere l’euro. Ma sarebbe ormai un’ipotesi irrealistica e irrealizzabile.


Uscire dall’Euro o per l’Europa è la fine

Le argomentazioni portate avanti dal Prof. Heisbourg nel libro fanno impressione, per quanto non originalissime, perché provengono da un ex sostenitore di Bruxelles e della moneta unica. Egli spiega come non si possano escludere colpi di stato o un ritorno al terrorismo in stile “anni di piombo” degli anni Settanta in Italia, se non si risolverà questa crisi strutturale alla base della costruzione della moneta unica. Le inquietudini di queste settimane in Grecia per un possibile colpo di stato per mano delle Forze Armate in simbiosi con i neo-nazisti di Alba Dorata darebbero ragione proprio ai timori di Heisbourg.

Il quale, a questo punto, propone una soluzione drastica, quanto senza alternativa: il fulmineo smantellamento dell’euro e il ritorno alle monete nazionali, non a un euro di serie A e uno di serie B al sud. O l’euro è unico o non è, spiega. Come fare? Il Prof. ritiene che Francia e Germania dovrebbero insieme mettere a punto il piano in gran segreto, in modo che non siano i tedeschi ad essere ritenuti responsabili della rottura dell’Eurozona. Il piano dovrebbe essere attuato con estrema celerità in un lungo fine settimana, approfittando della chiusura dei mercati e delle banche, similmente a quanto accaduto con l’addio al cruzeiro in Brasile nel 1994.

Una volta tornati alle monete nazionali, queste dovrebbe essere lasciate oscillare per un certo periodo, per poi essere fissate a un cambio fisso tra di loro, come avveniva all’interno del serpente monetario pre-euro (SME). Le valute sarebbero fissate a un tasso che terrebbe conto del differenziale di inflazione e dei saldi commerciali accumulati dall’introduzione dell’euro. Infine, sarebbe costituito l’ECU, un’unità di conto, frutto della ponderazione delle valute nazionali, necessaria per convertire i debiti esteri privati degli stati, in modo da ripartire le perdite tra Nord e Sud dell’Europa.

Dovrebbe passare almeno un decennio, continua Heisbourg, prima che gli stati nazionali possano accettare un modello federalista, di cui una futura moneta unica sarebbe solo al servizio e non viceversa.

Europa anno 1930

Ma aldilà dei tecnicismi, “La fine del sogno europeo” è interessante, perché compie un’analogia con gli accadimenti successivi alla Prima Guerra Mondiale, quando il clima tra gli stati si era talmente avvelenito, che tutto veniva interpretato alla luce di potenziali complotti di altri governi ai propri danni, di cui la metafora della “pugnalata alla schiena” in Germania rende benissimo il concetto.

E il Telegraph, che ha recensito il libro e che ultimamente si fa portavoce delle analisi euroscettiche, va giù ancora più pesante di Heisbourg sull’euro, sostenendo che nemmeno un ritorno alla crescita potrà disinnescare la crisi alla base della costruzione monetaria unica, perché le distanze tra Nord e Sud sono destinate ad aumentare e non a ridursi, anche qualora si tornasse a livelli di crescita accettabili. E fa un esempio: presto la Germania inizierà a chiedere un aumento dei tassi alla BCE, cosa che il Sud non potrà ancora permettersi.



di Giuseppe Timpone Fonte:http://www.investireoggi.it

Fine dell’Euro: l'europeista Heisbourg: “tornare alle monete nazionali”

Le elites francesi iniziano a discutere sui rischi dell'euro, la cui crisi potrebbe disintegrare anche l'esistenza stessa della UE e determinare colpi di stato e un ritorno al terrorismo in alcuni stati. L'avanzata del Fronte Nazionale è solo la premessa popolare a un dibattito che ora fa breccia anche tra gli insider, come il Prof. François Heisbourg.



Finché a promettere il ritorno al franco francese è Marine Le Pen, data in testa nei sondaggi, si potrà sempre dire che l’ipotesi di rottura dell’euro è limitata ad ambienti storicamente euro-scettici. Ma in questi giorni è uscito un libro del Prof.François Heisbourg, dal titolo “La fine del sogno europeo”, che rappresenta una breccia nel granitico mondo delle élites francesi. Perché Heisbourg non è uomo di estrema destra, ma un fervente sostenitore del federalismo europeo, uno da sempre favorevole all’euro e presidente del prestigioso International Institute for Strategic Studies. Tutto si può dire, tranne che non sia un “insider”, un uomo vicino agli apparati.

Eppure, nel suo libro, Heisbourg descrive l’euro come un incubo, sostenendo che prima lo si smantella, tornando alle monete nazionali, meglio è. Perché se non si prende atto della crisi dell’euro, continua il Prof., il rischio è che essa travolga la stessa costruzione dell’Unione Europea. La soluzione ideale, ammette, sarebbe l’immediato federalismo europeo, che possa fungere da antidoto alla crisi della moneta unica, senza distruggere l’euro. Ma sarebbe ormai un’ipotesi irrealistica e irrealizzabile.


Uscire dall’Euro o per l’Europa è la fine

Le argomentazioni portate avanti dal Prof. Heisbourg nel libro fanno impressione, per quanto non originalissime, perché provengono da un ex sostenitore di Bruxelles e della moneta unica. Egli spiega come non si possano escludere colpi di stato o un ritorno al terrorismo in stile “anni di piombo” degli anni Settanta in Italia, se non si risolverà questa crisi strutturale alla base della costruzione della moneta unica. Le

Di chi è la colpa? Parte prima: non siamo produttivi e competitivi perché non abbiamo fatto le riforme strutturali.

Vediamo di ricapitolare: secondo il messaggio lanciato quotidianamente da politici e media la colpa della crisi è, in ordine di importanza:

1- Perché non abbiamo fatto le riforme strutturali

2- Perché non siamo produttivi e competitivi

3- Perché abbiamo sprecato il dividendo dell'euro

4- Perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità

5- Perché le tasse ci strangolano

Il punto 1 e 2 di solito sono complementari con un rapporto di causa ed effetto: non siamo produttivi e competitivi PERCHE' non abbiamo fatto le riforme strutturali; i punti 3, 4 e 5 possono avere un ordine diverso, a seconda del personaggio che in quel momento ci sta facendo la ramanzina: da notare infatti che, tranne il punto 6, la colpa è comunque NOSTRA, del popolo italiano, pigro, furbo e godereccio.

Tutti questi simpatici Savonarola che ci fustigano e che addirittura trovano salutare la crisi spaventosa che stiamo vivendo perché è necessario attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l'individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità hanno veramente ragione?

Siccome in questo blog per principio non ci fidiamo analizziamo questi punti della nostra vergogna. Iniziamo dal più controverso.

NON SIAMO PRODUTTIVI E COMPETITIVI PERCHE' NON ABBIAMO FATTO LE RIFORME STRUTTURALI

Intanto, cosa sono le riforme strutturali? Secondo la vulgata liberista, le riforme strutturali sono quelle che incidono sull'offerta, ovvero sulla produzione, e sono la flessibilità in entrata ed uscita del lavoratore, la moderazione salariale e la spesa per investimenti tecnologici per abbattere i costi di produzione e massimizzare la produttività oraria. In effetti non è vero che nulla è stato fatto: per quanto riguarda la moderazione salariale, fin dal 1992 è stata abolita la c.d. scala mobile e quindi l'indicizzazione dei salari all'inflazione, nel 2003 è stata approvata la c.d. Legge Biagi che ha introdotto la flessibilità dei rapporti di lavoro in entrata, con la creazione di varie tipologie di lavoro a tempo determinato, mentre per gli investimenti, soprattutto in tecnologia e sviluppo, la creazione tutta italiana dei distretti industriali ha permesso alle nostre PMI (il cuore del comparto produttivo italiano) di poter competere con i grandi gruppi industriali del Nord Europa.
Tutto ciò però per i liberisti non è abbastanza: quello che è stato fatto è positivo e giusto, ma dobbiamo avere il coraggio di andare oltre: dobbiamo accettare salari più bassi, meno tutele del posto di lavoro, riformare le infrastrutture e far crescere le PMI con fusioni e incorporazioni, perché diventino grandi gruppi come quelli esteri e così risparmiare per effetto delle economie di scala. E chi non vuole o non ce la fa che chiuda pure: solo così la nostra economia si risolleverà con benefici per i produttori, ma anche per i lavoratori.
Tutto quello che è stato fatto è positivo e giusto? Vediamo qualche dato:



fonte: goofynomics




fonte: goofynomics

L'andamento della quota salari rispetto al PIL nominale ci dice che, con le politiche di contenimento dell'inflazione e quindi con la compressione prima e l'abolizione poi della scala mobile, i lavoratori hanno perso parecchio nella ridistribuzione del reddito prodotto ed infatti dal 1982 in poi l'indice dei salari cresce meno di quello della produttività, il che significa che il guadagno della produzione va meno ai lavoratori e più agli industriali datori di lavoro; notate il crollo dopo il 1992 di tale quota e parallelamente la diminuzione in termini reali del salario rispetto alla produttività. Certo ai lavoratori un gran bene non ha fatto...

La produttività come si vede non muta affatto il suo trend di crescita, anzi dopo il 1996 vi è un appiattimento, per cui le riforme fatte non sembrano abbiano portato benefici neanche agli imprenditori; insomma queste riforme strutturali che erano considerate necessarie per crescere e competere sembrano piuttosto aver depresso una crescita preesistente ed hanno avuto il solo effetto di spostare la redistribuzione dei redditi dai lavoratori alle imprese. Il bello è che prima delle riforme crescevamo eccome, anzi crescevamo come la Germania: basta mettere a confronto i livelli di produttività


fonte: goofynomics

Prima delle riforme, negli anni '70 e '80, quelli considerati orribili per l'inflazione a due cifre dai nostri liberisti, l'Italia cresceva di pari passo alla Germania e, dopo il periodo di stagnazione per la permanenza nello SME, anche più di essa, fino al 1996, poi il declino. Eppure la riforma Biagi del 2003 avrebbe dovuto dare slancio alla produttività, ricordate le dichiarazioni? Ad esempio Brunetta nel 2008: "La Legge Biagi e il pacchetto Treu hanno prodotto più di tre milioni di posti di lavoro, hanno migliorato la funzionalità del mercato del lavoro e hanno dato tanto lavoro ai giovani. Ovviamente sono leggi perfettibili che qualcuno ha demonizzato, soprattutto la legge Biagi". Vediamo se hanno dato tanto lavoro ai giovani: ecco due grafici interessanti



fonte: sovietunit.net



fonte: sovietunit.net

Il primo ci dice che la disoccupazione, che era in calo dal 1998 non ha modificato il suo trend dopo la riforma Biagi, ma il secondo ci dice qualcosa di molto più interessante: dopo la riforma che flessibilizzava il lavoro in funzione, si diceva, di migliorare l'occupazione giovanile, per rendere più facile ai giovani l'inserimento nel mercato del lavoro, quelli che subiscono l'impatto peggiore... sono proprio i giovani! Il tasso di disoccupazione della fascia 20-24 anni e quella 25-34 anni in rapporto alla disoccupazione totale aumenta anche sensibilmente, mentre migliora il rapporto fra disoccupazione dei più anziani e totale dei disoccupati.

Con buona pace di Brunetta, la riforma del lavoro del 2003 non ha creato più posti di lavoro e sicuramente non per i più giovani.

Sia ben chiaro: non sostengo che la Legge Biagi abbia causato essa sola l'aumento della disoccupazione; quello è stato causato soprattutto dal peggioramento della nostra economia, le cui cause sono state spiegate, sia nel nostro manifesto, sia, più tecnicamente ed estesamente in autorevoli blog economici, in articoli come questo o questo. Quello che dico è che la flessibilizzazione in entrata e la creazione di contratti di lavoro modulati non ha portato alcun miglioramento alla tendenza di base ed anzi sembra aver peggiorato la crisi occupazionale.

Se le cose stanno così, perché una maggiore flessibilità, oltretutto con salari più bassi, dovrebbe avere un esito differente? Non è che si vuole ancora una maggiore redistribuzione dei redditi a favore dei produttori ed a scapito dei lavoratori? Ecco queste sono le domande che dovreste farvi la prossima volta che sentite il politico o l'economista o il giornalista di turno chiedere a gran voce le "riforme strutturali". Mi direte: ma tagliare ancora i salari non farebbe comodo neppure agli industriali, perché deprimerebbe una domanda di beni già scarsa: a chi venderebbero i prodotti se la gente non ha i soldi? Non possono vivere solo di export.


Avete ragione. Questa politica di flessibilità e moderazione salariale non è economicamente utile, neanche agli industriali; ma ai datori di lavoro, a chi finora ha vissuto agiatamente, ai grandi capitalisti interessa anche qualcos'altro: la conservazione della propria posizione. Avete fatto caso alla freccia sul primo grafico? Il momento di massima redistribuzione dei redditi a favore dei salariati coincide con la massima affermazione del Partito Comunista. In altre parole, il maggior potere contrattuale dei lavoratori, rappresentato dall'influenza del partito di rappresentanza, attraverso le lotte sindacali aiuta questi ad avere anche il maggior guadagno economico.

Questo si chiama potere.


Tutte le riforme successive hanno un unico scopo, palese od occulto: togliere potere ai lavoratori. Non è una cosa nuova: oltre settant'anni fa un economista (Kalecki) aveva descritto questa lotta fra il benessere economico, garantito dalla piena occupazione, e la necessità di "mettere in riga" i lavoratori. Ecco un estratto:


“Certamente, in un regime di permanente pieno impiego, il licenziamento cesserebbe di giocare il suo ruolo come strumento di disciplina [disciplinary measure].

La posizione sociale del capo sarebbe minata e la fiducia in se stessa e la coscienza di classe della classe operaia aumenterebbero.
Scioperi per ottenere incrementi salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro creerebbero tensioni politiche.
E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laisser-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier.
Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti.
Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista.” (Kalecki: aspetti politici del pieno impiego 1942, II.4).

Adesso le ragioni delle riforme strutturali sono più chiare: togliere reddito, diritti e certezze del posto di lavoro, crea sì condizioni di crisi economica, ma la conseguente disoccupazione da meno forza contrattuale alle classi lavoratrici. Questo per le classi dominanti è un bene da perseguire, anche se va a scapito di uno dei capisaldi della famosa competitività: l'innovazione e sviluppo tecnologico delle imprese. Come hanno dimostrato in Italia economisti importanti come Daveri e Parisi nel loro studio “Temporary workers and seasoned managers as causes of low productivity, 2010” o Travaglini in “Alcune riflessioni sulle cause reali della crisi finanziaria, 2009” “Il basso costo del lavoro ha agito da disincentivo per le imprese ad accrescere l’efficienza, rendendo profittevoli attività a basso valore aggiunto, altrimenti marginali... La moderazione salariale quindi oltre che deprimere le retribuzioni e in consumi, favorendo l’indebitamento, ha depresso l’investimento di qualità, i processi innovativi e la crescita della ricchezza nazionale.” (Travaglini, ibidem). Quindi la flessibilità ha creato manodopera a buon mercato ed ha spinto le imprese a tralasciare l'investimento in macchinari migliori o lo studio di processi produttivi più efficienti.
In definitiva, chi chiede sia le riforme del mercato del lavoro, sia l'investimento in ricerca e sviluppo tecnologico, chiede due fattori tra loro incompatibili, poiché il primo implica calo del reddito e della domanda ed abbondanza di manodopera, il secondo, domanda consistente con formazione di utili e manodopera non abbondante da cui necessità di ottimizzare le risorse. La botte piena e la moglie ubriaca.
Il risultato è che finora si è perseguito il primo fattore, deprimendo il mercato interno e provocando calo della produttività e la stagnazione economica, salvo poi lamentarsi che non si è produttivi e competitivi e richiedere ancora più tagli e flessibilità.

No, decisamente i primi due punti sono come sospettavamo: falsi e fuorvianti.
Il prossimo post mi occuperò del punto tre: il mitico dividendo dell'euro. Stay tuned.






Di chi è la colpa? Parte prima: non siamo produttivi e competitivi perché non abbiamo fatto le riforme strutturali.

Vediamo di ricapitolare: secondo il messaggio lanciato quotidianamente da politici e media la colpa della crisi è, in ordine di importanza:

1- Perché non abbiamo fatto le riforme strutturali

2- Perché non siamo produttivi e competitivi

3- Perché abbiamo sprecato il dividendo dell'euro

4- Perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità

5- Perché le tasse ci strangolano

Il punto 1 e 2 di solito sono complementari con un rapporto di causa ed effetto: non siamo produttivi e competitivi PERCHE' non abbiamo fatto le riforme strutturali; i punti 3, 4 e 5 possono avere un ordine diverso, a seconda del personaggio che in quel momento ci sta facendo la ramanzina: da notare infatti che, tranne il punto 6, la colpa è comunque NOSTRA, del popolo italiano, pigro, furbo e godereccio.

Tutti questi simpatici Savonarola che ci fustigano e che addirittura trovano salutare la crisi spaventosa che stiamo vivendo perché è necessario attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l'individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità hanno veramente ragione?

Siccome in questo blog per principio non ci fidiamo analizziamo questi punti della nostra vergogna. Iniziamo dal più controverso.

NON SIAMO PRODUTTIVI E COMPETITIVI PERCHE' NON ABBIAMO FATTO LE RIFORME STRUTTURALI

Intanto, cosa sono le riforme strutturali? Secondo la vulgata liberista, le riforme strutturali sono quelle che incidono sull'offerta, ovvero sulla produzione, e sono la flessibilità in entrata ed uscita del lavoratore, la moderazione salariale e la spesa per investimenti tecnologici per abbattere i costi di produzione e massimizzare la produttività oraria. In effetti non è vero che nulla è stato fatto: per quanto riguarda la moderazione salariale, fin dal 1992 è stata abolita la c.d. scala mobile e quindi l'indicizzazione dei salari all'inflazione, nel 2003 è stata approvata la c.d. Legge Biagi che ha introdotto la flessibilità dei rapporti di lavoro in entrata, con la creazione di varie tipologie di lavoro a tempo determinato, mentre per gli investimenti, soprattutto in tecnologia e sviluppo, la creazione tutta italiana dei distretti industriali ha permesso alle nostre PMI (il cuore del comparto produttivo italiano) di poter competere con i grandi gruppi industriali del Nord Europa.
Tutto ciò però per i liberisti non è abbastanza: quello che è stato fatto è positivo e giusto, ma dobbiamo avere il coraggio di andare oltre: dobbiamo accettare salari più bassi, meno tutele del posto di lavoro, riformare le infrastrutture e far crescere le PMI con fusioni e incorporazioni, perché diventino grandi gruppi come quelli esteri e così risparmiare per effetto delle economie di scala. E chi non vuole o non ce la fa che chiuda pure: solo così la nostra economia si risolleverà con benefici per i produttori, ma anche per i lavoratori.
Tutto quello che è stato fatto è positivo e giusto? Vediamo qualche dato:



fonte: goofynomics




fonte: goofynomics

L'andamento della quota salari rispetto al PIL nominale ci dice che, con le politiche di contenimento dell'inflazione e quindi con la compressione prima e l'abolizione poi della scala mobile, i lavoratori hanno perso parecchio nella ridistribuzione del reddito prodotto ed infatti dal 1982 in poi l'indice dei salari cresce meno di quello della produttività, il che significa che il guadagno della produzione va meno ai lavoratori e più

martedì 22 ottobre 2013

La Merkel ricatta Atene: rinunci ai danni di guerra e avrà qualche soldo.

La cancelliera avrebbe offerto altri nove miliardi di euro di aiuti in cambio di un colpo di spugna sull'occupazione nazista

Nuova tranche di aiuti da Berlino ad Atene in cambio del silenzio sui danni (miliardari) perpetrati dai tedeschi alla Grecia? La crisi ellenica si arricchisce di un nuovo capitolo buono, forse, anche per confermare un macrodato: che proprio in concomitanza con i periodici report che i rappresentanti di Fmi e Bce redigono sui conti del Paese, fanno capolino populismo e propaganda che non aiutano a risolvere quello che è stato ribattezzato il puzzle del secolo.

Secondo la stampa di Atene Angela Merkel avrebbe offerto altri nove miliardi alla Grecia, sotto forma di nuovi aiuti per ridurre il debito, purché Atene rinunci al maxirisarcimento tedesco della seconda guerra mondiale. Su cui, come riportato a suo tempo anche dal Financial Times, Atene ha istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. Nel 2011 i conteggi dell'economista francese Jacques Delpla, stimavano che la Germania avrebbe dovuto corrispondere alla Grecia 570 miliardi: di qui un paper redatto con il dettaglio di danni, quantificazioni e importi attualizzati inviato a Berlino già dallo scorso marzo. Numeri significativi, ma con nel mezzo settant'anni trascorsi senza che nessuno se ne sia occupato. Oggi tornano nuovamente sulla scena in questa vera e propria guerra di nervi che ormai si sta consumando lungo il triangolo Washington (Fmi), Berlino (Bundestag) e Atene (crisi). 
Secondo indiscrezioni apparse sulla stampa greca, la cancelliera, nel mezzo di dure trattative con i socialdemocratici per la formazione del governo e con la zona euro per le nuove norme del Fmi, «ricatta» il governo greco ad accordarsi in anticipo su un nuovo contratto di finanziamento, con l'obiettivo di annullare la richiesta di Atene. Che, dati alla mano, avrebbe diritto a quei denari mai ottenuti dalla Germania per i danni della seconda guerra mondiale. E che azzererebbero il maxi prestito figlio del memorandum. Una notizia che si inserisce in un contesto di per sé già complicato e foriero di fibrillazioni, con ulteriori tensioni tra il governo greco e la troika nuovamente ad Atene per i consueti controlli: l'esigenza improvvisa di altre misure fiscali da 2 miliardi nel 2014 è una mossa che il governo Samaras (ieri in visita a Palazzo Chigi da Enrico Letta) non accetta, assieme all'eventuale decisione di riduzione del debito dopo le elezioni europee di maggio. Il risultato? Ancora nessun accordo sul fronte licenziamenti pubblici, con all'orizzonte il rischio del quarto taglio a stipendi e pensioni in tre anni, e con il tfr (già decurtato del 20%) che pare sarà concesso a rate ai lavoratori che vanno in pensione. Mentre la tensione sociale, in verità mai sopita, torna ad infiammarsi per via del probabile sciopero generale promosso delle confederazioni sindacali per fine ottobre. Ma con il nodo rappresentato dal maggiore sindacato greco che di fatto è espressione del partito socialista del Pasok, attualmente nel governo delle larghe intese assieme ai conservatori di Nea Dimokratia. 
Insomma una situazione proibitiva da cui si chiama fuori il ministro delle Finanze Ioannis Stournaras che adesso definisce «inopportune» le nuove richieste avanzate dalla troika dopo aver accettato, sic et simpliciter, il memorandum che nel novembre 2012 i trecento deputati greci hanno votato senza aver avuto il tempo materiale di leggere (400 pagine). Per inciso, Stournaras fu membro della speciale commissione presieduta dall'allora premier socialista Costas Simitis, che curò il passaggio della Grecia dalla dracma all'euro, poi promosso al tempo della crisi a «guardiano» delle finanze. Con i risultati che sappiamo.

La Merkel ricatta Atene: rinunci ai danni di guerra e avrà qualche soldo.

La cancelliera avrebbe offerto altri nove miliardi di euro di aiuti in cambio di un colpo di spugna sull'occupazione nazista

Nuova tranche di aiuti da Berlino ad Atene in cambio del silenzio sui danni (miliardari) perpetrati dai tedeschi alla Grecia? La crisi ellenica si arricchisce di un nuovo capitolo buono, forse, anche per confermare un macrodato: che proprio in concomitanza con i periodici report che i rappresentanti di Fmi e Bce redigono sui conti del Paese, fanno capolino populismo e propaganda che non aiutano a risolvere quello che è stato ribattezzato il puzzle del secolo.

Secondo la stampa di Atene Angela Merkel avrebbe offerto altri nove miliardi alla Grecia, sotto forma di nuovi aiuti per ridurre il debito, purché Atene rinunci al maxirisarcimento tedesco della seconda guerra mondiale. Su cui, come riportato a suo tempo anche dal Financial Times, Atene ha istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. Nel 2011 i conteggi dell'economista francese Jacques Delpla, stimavano che la Germania avrebbe dovuto corrispondere alla Grecia 570 miliardi: di qui un paper redatto con il dettaglio di danni, quantificazioni e importi attualizzati inviato a Berlino già dallo scorso marzo. Numeri significativi, ma con nel mezzo settant'anni trascorsi senza che nessuno se ne sia occupato. Oggi tornano nuovamente sulla scena in questa vera e propria guerra di nervi che ormai si sta consumando lungo il triangolo Washington (Fmi), Berlino (Bundestag) e Atene (crisi). 
Secondo indiscrezioni apparse sulla stampa greca, la cancelliera, nel mezzo di dure trattative con i socialdemocratici per la formazione del governo e con la zona euro per le nuove norme del Fmi, «ricatta» il governo greco ad accordarsi in anticipo su un nuovo contratto di finanziamento, con l'obiettivo di annullare la richiesta di Atene. Che, dati alla mano, avrebbe diritto a quei denari mai ottenuti dalla Germania per i danni della seconda guerra mondiale. E che azzererebbero il maxi prestito figlio del memorandum. Una notizia che si inserisce in un contesto di per sé già complicato e foriero di fibrillazioni, con ulteriori tensioni tra il governo greco e la troika nuovamente ad Atene per i consueti controlli: l'esigenza improvvisa di altre misure fiscali da 2 miliardi nel 2014 è una mossa che il governo Samaras (ieri in visita a Palazzo Chigi da Enrico Letta) non accetta, assieme all'eventuale decisione di riduzione del debito dopo le elezioni europee di maggio. Il risultato? Ancora nessun accordo sul fronte licenziamenti pubblici, con all'orizzonte il rischio del quarto taglio a stipendi e pensioni in tre anni, e con il tfr (già decurtato del 20%) che pare sarà concesso a rate ai lavoratori che vanno in pensione. Mentre la tensione sociale, in verità mai sopita, torna ad infiammarsi per via del probabile sciopero generale promosso delle confederazioni sindacali per fine ottobre. Ma con il nodo rappresentato dal maggiore sindacato greco che di fatto è espressione del partito socialista del Pasok, attualmente nel governo delle larghe intese assieme ai conservatori di Nea Dimokratia. 
Insomma una situazione proibitiva da cui si chiama fuori il ministro delle Finanze Ioannis Stournaras che adesso definisce «inopportune» le nuove richieste avanzate dalla troika dopo aver accettato, sic et simpliciter, il memorandum che nel novembre 2012 i trecento deputati greci hanno votato senza aver avuto il tempo materiale di leggere (400 pagine). Per inciso, Stournaras fu membro della speciale commissione presieduta dall'allora premier socialista Costas Simitis, che curò il passaggio della Grecia dalla dracma all'euro, poi promosso al tempo della crisi a «guardiano» delle finanze. Con i risultati che sappiamo.

Il Nobel Krugman demolisce Andy Rose sull'EURO!!

Andy Rose (alias Spennacchiotto) colpisce ancora, non demorde, insiste...Su The Atlantic un commento al nuovo paper del prof. Rose con la confutazione di Krugman


Traduzione di Malachia Paperoga Fonte:http://vocidallestero.blogspot.it


L’euro è stato o no una catastrofe? 

Sembra abbastanza evidente che lo è stato. La disoccupazione è al 27.6% in Grecia, 26.2% in Spagna, 16.5% in Portogallo, e 13.6 % in Irlanda, che, ricordiamo, dovrebbe essere l’ esempio di successo delle politiche di austerità. Cosa è accaduo? Beh, esattamentequello che gli euro-scettici temevano sarebbe successo quando ancora l’area valutaria comune era solo un’idea: uno shock ha colpito alcuni paesi europei più duramente di altri, e non c’è stato modo di raddrizzare la situazione. La politica della BCE (fatta su misura per tutti quelli che si chiamano Germania) ha lasciato ai paesi in crisi il taglio dei salari come unica possibilità di ritrovare la strada verso la prosperità – una soluzione che sarebbe abbastanza dolorosa, se mai avesse una qualche possibilità di funzionare. Ma è evidente che è una soluzione impraticabile in un momento in cui i tassi di interesse sono già schiacciati verso lo zero

In altre parole, l’euro ha trasformato una recessione in una depressione, perché non consente ai propri paesi aderenti di reagire. Essi non possono svalutare la propria valuta o tagliare i tassi di interesse o lasciar crescere il proprio deficit quando arrivano i guai, perciò i loro guai diventano molto peggiori. Questa è la ragione per cui Paul Krugman è molto scettico riguardo al nuovolavoro di Andy Rose che sostiene che i paesi con “tassi di cambio fissati rigidamente” (come l’euro) hanno avuto, dal 2006, performance economiche non peggiori di paesi dotati di una banca centrale propria con un target di inflazione. E' del tutto controintuitivo sostenere che un regime monetario meno flessibile possa lavorare altrettanto bene di uno più flessibile durante periodi di crisi finanziaria globale. Ed è pure contrario a ogni evidenza. Come Krugman sottolinea qui sotto, alti livelli di debito pubblico sono stati un problema solo per alcuni membri dell’euro, ma non per tutti gli altri. Come può essere vero che non c’è differenza tra paesi aderenti all’euro e paesi non-euro?


Semplice: non è vero. Il lavoro di Rose esclude tutti i paesi dell’euro dalle sue osservazioni. Egli include tra i suoi cosiddettipaesi “rigidamente vincolati” solo paesi con “nessun corso legale separato, in regime di cambio fisso o in un accordo di aggancio valutario” . E’ una scelta illogica. Vedete, l’eurozona non ha un’unione fiscale o bancaria, perciò non c’è ragione per trattare la sua unione valutaria come se fosse un’unico insieme. Gli stati della zona euro non sono parti di uno stato federale, ma semplicemente stati con una fissazione di cambio reciproca particolarmente difficile da rompere. Lasciarli fuori dal campione non ha molto senso, e sfortunatamente condiziona pesantemente i risultati. 


Ma questo non è l’unico errore. Possiamo vedere nella tabella di Rose riportata sotto che solo 63 tra gli 83 paesi che lui classificanel 2006 come “rigidamente vincolati” avevano ancora un vincolo valutario rigido nel 2012. E c’è di più. Tre dei 63 paesi rimanenti che hanno cominciato e finito il periodo di osservazione con agganci valutari rigidi, hanno in realtà abbandonato temporaneamente l’aggancio valutario durante il periodo. Perciò solo 60 degli 83 paesi classificati come “rigidamente vincolati” lo erano davvero.
Che dovremmo fare con questi 23 paesi che hanno abbandonato il loro vincolo valutario rigido? Presumibilmente essi hanno preso questa decisione perché sarebbe stato troppo doloroso mantenere il vincolo del cambio fisso durante la crisi finanziaria. In altre parole, essi hanno affrontato la scelta tra un alto tasso di disoccupazione e una valuta più debole, e hanno deciso per quest’ultima. E se questo è quanto è successo, non possiamo semplicemente ignorarli, altrimenti ignoreremmo quei paesi dove il cambio fisso ha probabilmente avuto gli effetti peggiori. Ma Rose li ignora, invece. In pratica Rose guarda ai 60 paesi dove il vincolo valutario ha funzionato, e conclude che i vincoli valutari funzionano sempre. Il suo metodo di selezione inficia l'intero risultato. 
I vincoli valutari rigidi funzionano… fino a quando non funzionano più. Ma quando non funzionano, non funzionano sul serio. Come nella Grande Depressione. Sarebbe molto strano se io affermassi che il Gold Standard funzionava bene come qualsiasi altro regime monetario, se solo scartiamo gli anni ‘30. E’ strano come dire che oggi i vincoli valutari rigidi stanno funzionando, se solo si scartano i paesi dove non stanno funzionando. Perché di paesi dove non stanno funzionando ce ne sono un sacco. 

Una buona metà di un continente, in effetti.

Il Nobel Krugman demolisce Andy Rose sull'EURO!!

Andy Rose (alias Spennacchiotto) colpisce ancora, non demorde, insiste...Su The Atlantic un commento al nuovo paper del prof. Rose con la confutazione di Krugman


Traduzione di Malachia Paperoga Fonte:http://vocidallestero.blogspot.it


L’euro è stato o no una catastrofe? 

Sembra abbastanza evidente che lo è stato. La disoccupazione è al 27.6% in Grecia, 26.2% in Spagna, 16.5% in Portogallo, e 13.6 % in Irlanda, che, ricordiamo, dovrebbe essere l’ esempio di successo delle politiche di austerità. Cosa è accaduo? Beh, esattamentequello che gli euro-scettici temevano sarebbe successo quando ancora l’area valutaria comune era solo un’idea: uno shock ha colpito alcuni paesi europei più duramente di altri, e non c’è stato modo di raddrizzare la situazione. La politica della BCE (fatta su misura per tutti quelli che si chiamano Germania) ha lasciato ai paesi in crisi il taglio dei salari come unica possibilità di ritrovare la strada verso la prosperità – una soluzione che sarebbe abbastanza dolorosa, se mai avesse una qualche possibilità di funzionare. Ma è evidente che è una soluzione impraticabile in un momento in cui i tassi di interesse sono già schiacciati verso lo zero

In altre parole, l’euro ha trasformato una recessione in una depressione, perché non consente ai propri paesi aderenti di reagire. Essi non possono svalutare la propria valuta o tagliare i tassi di interesse o lasciar crescere il proprio deficit quando arrivano i guai, perciò i loro guai diventano molto peggiori. Questa è la ragione per cui Paul Krugman è molto scettico riguardo al nuovolavoro di Andy Rose che sostiene che i paesi con “tassi di cambio fissati rigidamente” (come l’euro) hanno avuto, dal 2006, performance economiche non peggiori di paesi dotati di una banca centrale propria con un target di inflazione. E' del tutto controintuitivo sostenere che un regime monetario meno flessibile possa lavorare altrettanto bene di uno più flessibile durante periodi di crisi finanziaria globale. Ed è pure contrario a ogni evidenza. Come Krugman sottolinea qui sotto, alti livelli di debito pubblico sono stati un problema solo per alcuni membri dell’euro, ma

lunedì 21 ottobre 2013

San Marino come Sparta..I piccoli si ribellano ai giganti della TROIKA!!

stemma-

Oggi si è svolto un significante referendum nella millenaria Repubblica di San Marino sull’adesione all’Unione Europea. I SI per l’Europa hanno vinto con uno scarto di 76 voti (6733), ma il quorum NON è stato raggiunto, bastava il 32% ed i SI hanno ottenuto un magro il 20.22%.

Interessante il fatto che i voti all’interno di San Marino sono stati più per il NO che per il SI, quest’ultimo aiutato invece dai sammarinesi residenti all’estero.
Con il mancato quorum, i saggi cittadini dell’antica Repubblica, chiaramente non influenzati dai slogan da bar dello sport, hanno difeso il Monte Titano dalla grinfie di Berlino, Bruxelles e da tutta la compagine targata TROIKA. Ovvia la delusione della sinistra del SI Europa, affetta da un’infantile megalomania da integrazione darwiniana (http://liradidio.blogspot.it/2013/06/stati-uniti-europei-ovvero-ritorno-all.html), dove piccolo sarebbe brutto e grande sarebbe bello senza se e senza ma, la quale ha già mostrato scenari catastrofici, illustrando un futuro di isolazionismo dal resto del mondo ”civilizzato” come se il Monte Titano fosse un promontorio all’interno della Papua Nuova Guinea…
L’antica sovranità di San Marino è salva da quella globalizzazione, che magari avrebbe imposto prelievi forzosi alle sue banche o l’avrebbe invasa da frutti provenienti dal Nord Africa o da vini cinesi.
Duemila e cinquecento anni fà la piccola Sparta con 300 uomini si era opposta all’egemonia persiana, oggi la storia si ripete con fierezza nella sovrana Repubblica di San Marino dove coloro che non sono andati al voto e 6657 dei suoi cittadini hanno saputo dire alle urne NO al gigante europeo espressione delle lobbies.


San Marino come Sparta..I piccoli si ribellano ai giganti della TROIKA!!

stemma-

Oggi si è svolto un significante referendum nella millenaria Repubblica di San Marino sull’adesione all’Unione Europea. I SI per l’Europa hanno vinto con uno scarto di 76 voti (6733), ma il quorum NON è stato raggiunto, bastava il 32% ed i SI hanno ottenuto un magro il 20.22%.

Interessante il fatto che i voti all’interno di San Marino sono stati più per il NO che per il SI, quest’ultimo aiutato invece dai sammarinesi residenti all’estero.
Con il mancato quorum, i saggi cittadini dell’antica Repubblica, chiaramente non influenzati dai slogan da bar dello sport, hanno difeso il Monte Titano dalla grinfie di Berlino, Bruxelles e da tutta la compagine targata TROIKA. Ovvia la delusione della sinistra del SI Europa, affetta da un’infantile megalomania da integrazione darwiniana (http://liradidio.blogspot.it/2013/06/stati-uniti-europei-ovvero-ritorno-all.html), dove piccolo sarebbe brutto e grande sarebbe bello senza se e senza ma, la quale ha già mostrato scenari catastrofici, illustrando un futuro di isolazionismo dal resto del mondo ”civilizzato” come se il Monte Titano fosse un promontorio all’interno della Papua Nuova Guinea…
L’antica sovranità di San Marino è salva da quella globalizzazione, che magari avrebbe imposto prelievi forzosi alle sue banche o l’avrebbe invasa da frutti provenienti dal Nord Africa o da vini cinesi.
Duemila e cinquecento anni fà la piccola Sparta con 300 uomini si era opposta all’egemonia persiana, oggi la storia si ripete con fierezza nella sovrana Repubblica di San Marino dove coloro che non sono andati al voto e 6657 dei suoi cittadini hanno saputo dire alle urne NO al gigante europeo espressione delle lobbies.


venerdì 18 ottobre 2013

Gustavo Piga: legge di stabilità come il parmigiano alla fine sul piatto di pasta!

Mi chiedono da dove traggo la mia convinzione che quella per il 2014 del Governo Letta sia una azione di politica economica recessiva.

Andiamo per passi successivi. Partendo dalla Legge di Stabilità così come presentata dalla Presidenza del Consiglio.

Fronte entrate. 3,7 miliardi di sgravi fiscali. Sono finanziati per metà con aumenti di altre tasse. Quindi: complessivamente 1,8 miliardi di minori tasse, un +0,1% circa di PIL, espansivo.

Fronte uscite. 7,9 miliardi di maggiori spese pubbliche. Finanziate con 3,5 miliardi di tagli alle spese, 1,4 con misure una tantum che qui non consideriamo per semplicità e 3 miliardi di aumento di deficit. Quindi: complessivamente un aumento di spese di 4,4 miliardi, un altro + 0,3% circa di PIL, espansivo.

Se facciamo la somma di queste minori tasse e maggiori spese in totale una legge di stabilità espansiva dello 0,4% di PIL. Poco, certo, ma sempre espansivo per l’economia.

Oops no.

No per due ordini di motivi.

Il deficit di 2,5% di PIL che comunichiamo alla Commissione europea è in realtà un 2,7% mascherato. La “falsificazione ottimistica” di cui vi ho già parlato della spesa per interessi incide nel 2014 per lo 0,2% di PIL. Quando a fine 2014 tutti ne prenderemo beatamente atto, notando una maggiore spesa per interessi di quanto stimato, la Commissione europea ci chiederà una bella manovrina da 0,2 di PIL% per riportare i conti al promesso 2,5% di PIL. Quindi, in realtà la manovra è espansiva non dello 0,4% di PIL ma dello 0,2%. E va beh. Sempre espansiva direte.

Eh no.

Si dà il caso che la legge di stabilità sia solo l’ultimo tassello della politica economica di Letta. Il piatto forte, preparato solo poche settimane fa è quello contenuto nella nota di aggiornamento del DEF dove si leggevano le grandezze tendenziali (prima della manovra) che questo Governo sottoscriveva come quelle più appropriate per il 2014 e gli anni a seguire.

Immaginate questa legge di stabilità come il parmigiano che il cuoco mette alla fine sul piatto di pasta (il DEF). Valutereste la bravura del cuoco solo dal parmigiano o dal tutto?

E allora vediamolo questo tutto. Della legge di stabilità abbiamo già detto: +0,2% di PIL o +0,4% di PIL a seconda che crediate o meno alle super ottimistiche stime del Tesoro sulla spesa per interessi. Vediamo ora cosa contiene il DEF.

Il DEF lasciava di fatto la pressione fiscale 2014 immutata rispetto al 2013. Ma nelle spese pubbliche il DEF Letta era duro assai. Prevede un calo degli stipendi pubblici dal 10,5% del PIL al 10,1%. Recessivo dunque per 0,4% di PIL (in parte sarà composto anche da un disinvestimento in capitale umano che toccherà scuole ed università). In più se ci aggiungete il calo delle spese in conto capitale di cui vi abbiamo già parlato, dal 3,3% di PIL al 2,8%, – 0,5% di PIL in meno di investimenti pubblici – arriviamo a quota -0,9% di PIL.

Non mollate, ci siamo quasi: insomma la legge di stabilità Letta è espansiva di 0,2-0,4% di PIL, il DEF recessivo di 0,9% di PIL; complessivamente una manovra 2014 recessiva come minimo di 0,5% di PIL, come massimo di 0,7% di PIL.

Per capire meglio la logica, facciamo un esempio. Ma non ha detto Letta con la legge di stabilità che ci saranno 3 miliardi in più per le infrastrutture (Mose compreso)? Vero, ma nel DEF aveva scritto che avrebbe diminuito gli investimenti pubblici 2014 di 8 miliardi, quindi effettivamente il taglio finale sarà di 5 miliardi di euro nella spesa in conto capitale.

Mi chiederete. Come può dunque questo Governo stimare una crescita economica del +1% nel 2014? Semplice. Con due “trucchi” del mestiere. Ma di questo parliamo domani.

L’oggi è dedicato a dire tutto il male possibile di una manovra che leva speranza per il futuro e non fa ripartire consumi ed investimenti privati perché non incide (in senso ottimistico) sulle aspettative dei cittadini. Cosa c’è di più triste di un Governo che taglia investimenti, in infrastrutture e capitale umano, ovvero la base su cui si radica e cresce la ripresa della speranza di un Paese?

Gustavo Piga: legge di stabilità come il parmigiano alla fine sul piatto di pasta!

Mi chiedono da dove traggo la mia convinzione che quella per il 2014 del Governo Letta sia una azione di politica economica recessiva.

Andiamo per passi successivi. Partendo dalla Legge di Stabilità così come presentata dalla Presidenza del Consiglio.

Fronte entrate. 3,7 miliardi di sgravi fiscali. Sono finanziati per metà con aumenti di altre tasse. Quindi: complessivamente 1,8 miliardi di minori tasse, un +0,1% circa di PIL, espansivo.

Fronte uscite. 7,9 miliardi di maggiori spese pubbliche. Finanziate con 3,5 miliardi di tagli alle spese, 1,4 con misure una tantum che qui non consideriamo per semplicità e 3 miliardi di aumento di deficit. Quindi: complessivamente un aumento di spese di 4,4 miliardi, un altro + 0,3% circa di PIL, espansivo.

Se facciamo la somma di queste minori tasse e maggiori spese in totale una legge di stabilità espansiva dello 0,4% di PIL. Poco, certo, ma sempre espansivo per l’economia.

Oops no.

No per due ordini di motivi.

Il deficit di 2,5% di PIL che comunichiamo alla Commissione europea è in realtà un 2,7% mascherato. La “falsificazione ottimistica” di cui vi ho già parlato della spesa per interessi incide nel 2014 per lo 0,2% di PIL. Quando a fine 2014 tutti ne prenderemo beatamente atto, notando una maggiore spesa per interessi di quanto stimato, la Commissione europea ci chiederà una bella manovrina da 0,2 di PIL% per riportare i conti al promesso 2,5% di PIL. Quindi, in realtà la manovra è espansiva non dello 0,4% di PIL ma dello 0,2%. E va beh. Sempre espansiva direte.

Eh no.

Si dà il caso che la legge di stabilità sia solo l’ultimo tassello della politica economica di Letta. Il piatto forte, preparato solo poche settimane fa è quello contenuto nella nota di aggiornamento del DEF dove si leggevano le grandezze tendenziali (prima della manovra) che questo Governo sottoscriveva come quelle più appropriate per il 2014 e gli anni a seguire.

Immaginate questa legge di stabilità come il parmigiano che il cuoco mette alla fine sul piatto di pasta (il DEF). Valutereste la bravura del cuoco solo dal parmigiano o dal tutto?

E allora vediamolo questo tutto. Della legge di stabilità abbiamo già detto: +0,2% di PIL o +0,4% di PIL a seconda che crediate o meno alle super ottimistiche stime del Tesoro sulla spesa per interessi. Vediamo ora cosa contiene il DEF.

Il DEF lasciava di fatto la pressione fiscale 2014 immutata rispetto al 2013. Ma nelle spese pubbliche il DEF Letta era duro assai. Prevede un calo degli stipendi pubblici dal 10,5% del PIL al 10,1%. Recessivo dunque per 0,4% di PIL (in parte sarà composto anche da un disinvestimento in capitale umano che toccherà scuole ed università). In più se ci aggiungete il calo delle spese in conto capitale di cui vi abbiamo già parlato, dal 3,3% di PIL al 2,8%, – 0,5% di PIL in meno di investimenti pubblici – arriviamo a quota -0,9% di PIL.

Non mollate, ci siamo quasi: insomma la legge di stabilità Letta è espansiva di 0,2-0,4% di PIL, il DEF recessivo di 0,9% di PIL; complessivamente una manovra 2014 recessiva come minimo di 0,5% di PIL, come massimo di 0,7% di PIL.

Per capire meglio la logica, facciamo un esempio. Ma non ha detto Letta con la legge di stabilità che ci saranno 3 miliardi in più per le infrastrutture (Mose compreso)? Vero, ma nel DEF aveva scritto che avrebbe diminuito gli investimenti pubblici 2014 di 8 miliardi, quindi effettivamente il taglio finale sarà di 5 miliardi di euro nella spesa in conto capitale.

Mi chiederete. Come può dunque questo Governo stimare una crescita economica del +1% nel 2014? Semplice. Con due “trucchi” del mestiere. Ma di questo parliamo domani.

L’oggi è dedicato a dire tutto il male possibile di una manovra che leva speranza per il futuro e non fa ripartire consumi ed investimenti privati perché non incide (in senso ottimistico) sulle aspettative dei cittadini. Cosa c’è di più triste di un Governo che taglia investimenti, in infrastrutture e capitale umano, ovvero la base su cui si radica e cresce la ripresa della speranza di un Paese?

giovedì 17 ottobre 2013

È tempo di scommettere sul "Frexit"?

Evans-Pritchard dal Telegraph commenta i recenti successi del Front National di Marine Le Pen in Francia, che i sondaggi danno già incredibilmente come prima forza politica. Non è più il partito estremista di Le Pen padre, ora raccoglie sempre più voti a sinistra ed ha fatto proprie le proposte economiche di Jacques Sapir.
Intanto, come conclude l'articolo, "le peggiori paure delle élite dell'Unione Europea stanno diventando realtà. Ed è totalmente colpa loro." 




C'è stato un piccolo terremoto in Francia. Un partito che si è impegnato per l'uscita dall'euro e il recupero del franco francese, nonché per la completa distruzione dell'unione monetaria, ha appena sconfitto i maggiori partiti politici in un ballottaggio elettorale a Brignoles.

E la stessa minaccia del “Frexit” (uscita della Francia dall'euro, ndt) altera alquanto l'alchimia politica del referendum britannico sulla permanenza nell'Unione Europea.

Il Front National di Marine Le Pen ha guadagnato il 54% dei voti. È una brutta sconfitta per l'UMP gollista, un partito che rischia la disintegrazione se non riesce a trovare rapidamente un leader.

I socialisti del presidente Hollande erano già stati sconfitti al primo turno, a causa di una massiccia defezione della classe lavoratrice (che costituisce la base per i socialisti) in favore del Front National. I socialisti avevano inizialmente creduto che il Front agisse a loro vantaggio, perché divideva la destra. Finalmente hanno aperto gli occhi di fronte all'enorme pericolo politico.

Attualmente il Front National è il partito più popolare in Francia, con il 24% dei voti secondo l'ultimo sondaggio Ifop. Entrambi i maggiori partiti di governo dal dopoguerra ad oggi si sono trovati indietro per la prima volta. I gollisti (UMP) sono al 22%, i socialisti al 21%.

Sto guardando tutto questo con curiosità, perché Marine Le Pen mi disse in giugno che il primo punto del suo ordine dei lavori in caso di insediamento all'Eliseo sarebbe stato l'annuncio di un referendum sulla permanenza nell'Unione Europea, da indire nel giro di un anno:

"Negozierò i punti sui quali non possiamo fare dei compromessi. Se i risultati saranno inadeguati, chiederò l'uscita. L'Europa è solo un grande bluff. Da un lato c'è l'immenso potere dei popoli sovrani, dall'altro c'è un manipolo di tecnocrati."

Alla domanda se intendesse ritirare immediatamente la Francia dall'euro ha esitato per un paio di secondi e poi ha detto: “Sì, perché l'euro impedisce qualsiasi decisione economica. La Francia non è un paese che possa accettare di stare sotto la tutela di Bruxelles.”

Ai funzionari verrà detto di definire un piano per il recupero del franco. I leader dell'Eurozona saranno di fronte ad una dura scelta: collaborare con la Francia per una “uscita concordata” o una rottura coordinata dell'unione monetaria, oppure stare ad aspettare il fato di un collasso disordinato.

“Non possono sedurci. L'euro cessa di esistere nel momento che la Francia se ne va e questa è la nostra straordinaria forza. Cosa pensano di poter fare, mandare i carri armati?”

I suoi quattro punti di disaccordo rispetto alla partecipazione all'UE sono il ritiro dalla moneta unica, il recupero dei controlli alle frontiere francesi, il primato della legge francese e ciò che lei chiama “patriottismo economico”, cioè il potere della Francia di perseguire un “protezionismo intelligente” per salvaguardare il suo modello sociale. “Non riesco a immaginare che si possano fare delle politiche economiche senza il pieno controllo sulla nostra moneta,” ha detto.

Come ho scritto in giugno, il Front ottiene le più alte previsioni elettorali nei cantoni tradizionalmente socialisti, il che è una chiara evidenza che sta uscendo dai confini della destra per diventare un movimento di massa della classe lavoratrice bianca.

È da qui che viene la nuova espressione coniata dalla stampa francese: “Lepenismo di sinistra”. Sta aggirando i socialisti con i suoi attacchi alle banche e al capitalismo transnazionale. Il partito ha recentemente avuto l'adesione di Anna Rosso-Roig, candidata per i Comunisti alle elezioni del 2012.

Il piano di ritiro dall'euro della signora Le Pen si basa sullo studio degli economisti della École des Hautes Études di Parigi guidata dal professor Jacques Sapir. Lo studio conclude che Francia, Italia e Spagna beneficierebbero tutte da un'uscita dall'euro, per recuperare la perduta competitività del lavoro in un colpo senza passare attraverso anni di depressione.

La loro ipotesi di lavoro è che gli squilibri tra Nord e Sud dell'eurozona siano già andati oltre il punto di non ritorno. I tentativi di invertire la rotta attraverso la deflazione e i tagli salariali implicano inevitabilmente disoccupazione di massa e distruzione della base industriale.

Il professor Sapir ha detto che i massimi guadagni si avrebbero con una rottura ordinata e controlli dei movimenti di capitale, con una banca centrale che interviene per dirigere il valore delle nuove monete verso livelli target. Il modello assume che il marco tedesco e il fiorino olandese debbano essere portati a rivalutarsi del 15% sul vecchio euro, mentre il franco dovrebbe svalutarsi del 20%.

I guadagni sarebbero inferiori se l'euro collassa nell'acrimonia e nel caos valutario. Questo influggerebbe un violento shock deflattivo in Germania, ma sarebbe comunque fortemente positivo per il blocco latino.

Non voglio entrare nel dibattito se il Front National si sia veramente sbarazzato dell'antisemitismo o se le sue politiche sull'immigrazione e la cultura debbano inevitabilmente portare ad uno scontro con i 5 milioni e più di musulmani in Francia. Questo è un blog di finanza.

La mia impressione è che la Le Pen sia più rilassata sui diritti dei gay e sull'aborto di quanto faccia vedere, vicina per certi versi più all'assassinato populista olandese Pim Fortyn che a suo padre Jean-Marie Le Pen, che per contro si lamenta che lei ha fatto proprie un po' di vedute “piccoloborghesi” nelle scuole parigine.

Il fatto è che la sua campagna di “de-demonizzazione” o disintossicazione dell'immagine sembra aver funzionato. Sono una piccola minoranza degli elettori pensa ancora che il Front sia una “minaccia per la democrazia”. La signora Le Pen sta stravincendo anche sulle donne della classe lavoratrice bianca. Il Front così femminilizzato non è più il partito del maschio bianco arrabbiato.

Mentre suo padre definì l'Olocausto un “dettaglio” storico, lei lo definisce “l'apice della barbarie umana”. Posso capire perché molta gente abbia considerato questo un cinico trasformismo. I partiti non cambiano caratteristiche così rapidamente. Ma come i consiglieri dei socialisti hanno avvisato il signor Hollande, il gioco è cambiato. Non basta più continuare a dire che il Front è oltre i limiti. C'è qualcosa di nuovo in campo.

Potrei aggiungere che il Front non è per nulla simile all'Ukip, un partito pro-americano, sbilanciato a destra, liberista e contrario al welfare. Marine Le Pen al contrario è un'ardente difensore del modello di welfare francese. Le sue critiche al capitalismo le danno un colore di sinistra. Alcuni lo definiscono nazionalsocialismo degli anni '30, ma qui cominciamo a toccare l'attrazione populista.

La Le Pen ha scagliato fulmini contro Washington e la Nato, chiedendo che la Francia riprenda la sua posizione di voce “non allineata” in un mondo multipolare, e scagliandosi contro i gollisti dell'UMP per aver svenduto l'anima all'Europa e al suo ordine anglosassone. “C'era un De Gaulle di sinistra e un De Gaulle di destra. C'erano due De Gaulle. E noi stiamo dalla parte di entrambi” ha detto.

La crescita del Front National ci ricorda una volta ancora che la crisi politica “a fuoco lento” in Europa deve ancora raggiungere l'apice. La disoccupazione di massa e i suoi effetti estenuanti di deflazione del debito stanno consumando alla base l'intero impianto. Proprio come fecero all'inizio degli anni '30 sotto il Gold Standard, così accade ora nell'unione monetaria.

La Francia ha sopportato la stessa lenta tortura allora, accettando stoicamente i “500 decreti per la deflazione” del premier Pierre Laval. Quei provvedimenti sembrarono portare stabilità per un po'. Ma non per mlto. L'argine si ruppe nel 1936 con il Fronte Popolare di Sinistra, cosa una volta impensabile, appoggiato dai Comunisti. Il Gold Standard crollò.

Il fiscal compact (in senso ampio) di Angela Merkel è davvero soltanto la versione moderna della deflazione di Laval. Non c'era alcuna buona ragione macroeconomica per costringere la Francia a strozzare le politiche fiscali così violentemente negli ultimi due anni, riportando l'economia di nuovo in recessione. Tali misure sono state cacciate giù in gola alla Francia solo perché l'amore per l'austerità (senza controbilanciare con un stimolo monetario) è la dottrina dell'unione monetaria, ed anche perché la Francia ha lasciato che la Germania dettasse legge.

Possiamo discutere se queste politiche siano state controproducenti in termini economici. Ma ciò che è limpidamente chiaro è che hanno sconvolto il quadro politico francese, aprendo le porte al Front National.

È adesso molto probabile che il Front faccia il pieno alle elezioni europee il prossimo maggio, un voto che si adatta perfettamente ai loro programmi. Non sarà l'unico. Gli euro-scettici sembrano sul punto di dare l'assalto all'emiciclo di Strasburgo. Questo è un altro dato di fatto sul terreno.

Le peggiori paure delle élite dell'Unione Europea iniziano a diventare realtà. Ed è totalmente colpa loro.

Traduzione e ringraziamenti: http://vocidallestero.blogspot.it

Aggregatori

OkNotizie Aggregatore rss BlogItalia - La directory italiana dei blog Miglior Blog motori ricerca