giovedì 10 gennaio 2013

FINANZA FUNZIONALE PER LA PIENA OCCUPAZIONE




Quelli che hanno seguito fin qui il dibattito sulla Modern Money Theory hanno ora gli strumenti, e quindi il diritto, per entrare nel dettaglio delle politiche proposte. A tal fine risulterà certamente molto utile una attenta lettura, di seguito riportata, della lezione magistrale offerta dall’economista Stephanie Kelton in occasione dell’incontro riminese. Come chiarisce fin dall’incipit l’economista statunitense, riportando una riuscita metafora, la MMT diventa più chiara a furia di guardarla. Buona lettura.

“Anche il Financial Times si è occupato della MMT. Ha paragonato la Modern Money Theory ad un’immagine nebulosa che si schiarisce guardandola. La MMT spiega che uno Stato che emette moneta sovrana non ha bisogno di farsi restituire nulla da nessuno. Le tasse non finanziano nulla e i bond non servono per pagare la spesa dello Stato. I soldi delle tasse pagate vengono di fatto eliminati e i titoli sono strumenti di politica monetaria. Quando il governo spende aggiunge denaro, quando tassa toglie ricchezza. Il deficit lascia riserve nella banca centrale. Lo Stato crea denaro e non prende a prestito il risparmio della gente. I titoli vengono perlopiù utilizzati per mantenere il tasso di interesse. Il grande economista Abba Lerner (nella foto) ha sviluppato questi capisaldi che danno sostanza al concetto di finanza funzionale. La visione ortodossa della macroeconomia, oggi predominate, è quindi assolutamente sbagliata. Gli economisti classici sostengono che se il governo si finanzia emettendo moneta produce inflazione. I governi perciò devono vendere titoli all’interno di un mercato competitivo. Il deficit in buona sostanza crea il denaro che viene poi messo a disposizione con l’acquisto dei titoli. Ma anziché favorire la speculazione finanziaria privata, lo Stato può e deve usare il suo potere sulla moneta per perseguire politiche di pubblico interesse. Questo chiedono gli economisti che riconoscono la bontà della Modern Money Theory e puntano alla piena occupazione. Nella maggioranza dei sistemi esistono forme di sicurezza sociale per chi perde il posto di lavoro. Noi crediamo che sia indispensabile imporre un datore di lavoro di ultima istanza. Tutti quelli che perdono il lavoro vengono in questo modo assunti dallo Stato che offre occupazioni utili e garantisce reddito. In Argentina questa proposta ha funzionato e sta funzionando. Il governo offre un lavoro di transizione perché anche durante i cicli economici peggiori bisogna garantire soluzioni di tipo occupazionale. Questa teoria ha la funzione di stabilizzare il sistema. Questo meccanismo, sia chiaro, non deve essere al vaglio di nessun burocrate, ma scattare automaticamente una volta perso il posto di lavoro. Con la successiva ripresa economica i lavoratori, temporaneamente assunti nel pubblico, possono rientrare nel circuito privato. Negli Stati uniti non abbiamo mai avuto questo strumento ma abbiamo avuto il New deal di Roosvelt.Durante la grande depressione, Roosvelt istituì una ampia gamma di programmi per l’occupazione. I programmi di Roosvelt assumevano i disoccupati e gli davano cose utili da fare: lavoro negli ospedali, nei parchi e per la manutenzione autostradale

per esempio. I programmi davano lavoro a milioni di americani. Anche poeti, pittori e attori trovavano spesso una collocazione all’interno di questi programmi. Con una moneta sovrana e con la finanza funzionale è infatti possibile sviluppare una democrazia veramente al servizio della gente. I cittadini devono capire che quando i politici dicono “non abbiamo i soldi per fare questo”, mentono sapendo di mentire. Tutto quello che è fisicamente possibile è finanziariamente possibile. Fino a quando ci sarà disponibilità di risorse reali, il governo sarà in grado di mobilitare queste risorse a beneficio di tutti. Alcune attività, poi, sono troppo importanti per essere lasciate alla disponibilità dei privati. la sanità per esempio. La Modern Money Theory spiega che è possibile un mondo nuovo e migliore. La nostra visione teorica è molto diversa da quella di un liberista. Per un liberista i licenziamenti sono una cosa buona e necessaria per rinforzare un modello malsano di sviluppo. Noi abbiamo modelli diversi. I nostri principi partono da Keynes e capiamo pure alcuni spunti di Marx. Quando le banche centrali comprano titoli in grande quantità, molti economisti liberisti strillano contro il pericolo inflazione. Noi non siamo come loro perché diamo un’altra interpretazione circa le corrette politiche monetarie. Tutto quello che i liberisti considerano in maniera scorretta, noi lo interpretiamo in maniera sana. Parliamo ora dei bilanci settoriali. Partiamo da un fondamentale presupposto: i deficit sono una cosa normalissima . Tutte le economie capitalistiche hanno deficit permanenti. In molti Paesi grandi e ricchi del mondo il deficit è diventato improvvisamente un problema. Poco reddito e molta disoccupazione fanno esplodere il deficit. Il deficit diventa un dramma se accompagnato da politiche di austerità fiscale che finiscono con il rappresentare una recessione organizzata. Ci sono, oltre alle distorsioni, anche deficit buoni e produttivi che la nostra teoria avalla e sostiene. Un buon deficit è quello gestito dal governo in funzione della occupazione. Un falco liberista non concepisce l’idea di deficit buono e perciò chiede in maniera monotona austerità e pareggio di bilancio. La colomba del deficit è favorevole ad una spesa più limitata, ma pretende un pareggio di bilancio all’interno di un ciclo economico. Cioè chiede deficit alternato ad eccedenza. Una colomba riconosce l’importanza del deficit nei periodi di recessione per tornare all’austerità nel momento in cui l’economia riparte. Krugman è la classica colomba del deficit. La MMT dice una cosa diversa. Se il governo si avvantaggia della propria posizione, emettendo moneta, il governo può finanziare la sua spesa senza emettere titoli. Questa consapevolezza elimina alla radice qualsiasi problema di insolvenza. La MMT spinge per la piena occupazione ma non oltre. La finanza funzionale richiede al governo di mantenere la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Noi neokeynesiani ci poniamo il problema dell’inflazione, da più parti rinfacciatoci, ma sappiamo che l’inflazione non è un problema quando l’economia funziona e i livelli di occupazione sono alti. Un altro errore ricorrente commesso dagli economisti classici è quello di considerare isolatamente l’entità del deficit. E’ sbagliato considerare un solo settore dell’economia. Il bilancio pubblico deve essere raccordato con altre voci, e per capire in profondità questioni rilevanti bisogna analizzare il concetto di bilancio settoriale. In qualunque periodo storico, preso come campione di studio, notiamo un fenomeno ricorrente. Un bilancio settoriale è composto da tre settori: due interni e uno esterno. I settori interni sono rappresentati dal settore interno privato, famiglie e aziende, e dal settore interno pubblico. Al di fuori dei settori interni abbiamo il settore esterno, ovvero il resto del mondo. Tre settori governati però da due regole. La prima regola dice che non possono essere in eccedenza tutti i settori al tempo stesso, e la seconda che non possono altresì risultare tutti in deficit contemporaneamente. Queste ultime sono le regole della contabilità. L’eccedenza di una voce si riflette perciò necessariamente nel deficit di un’altra. Le regole di bilancio non ammettono deroghe: almeno un settore deve essere in deficit. Onde per cui in presenza di un’eccedenza riguardante il settore pubblico governativo avremo un deficit nel settore privato. Ma il settore privato, a differenza del pubblico e come regola di massima, deve essere in eccedenza quasi sempre perché il settore privato non può sopravvivere a lungo in deficit. I privati, in quanto utenti della moneta, non possono spendere oltre i propri mezzi, perché tirando troppo la corda si arriverà al punto in cui nessuno spenderà più a credito. Le vendite crolleranno e i disoccupati aumenteranno insieme alla contrazione dell’economia causando ulteriore deficit improduttivo per lo Stato. Questo è quello che accade ora in Europa come conseguenza di politiche che impongono in maniera scellerata il pareggio di bilancio. Il settore privato non può infatti creare ricchezza netta per se stesso. I privati possono solo prendere denaro a prestito, ne possono prestare, ma ogni positivo deve essere bilanciato da un passivo. Gli attivi e i passivi, in definitiva, finiscono con l’annullarsi gli uni con gli altri. La ricchezza finanziaria netta deve perciò venire per forza dall’esterno del settore privato. Sappiamo che eccedenza significa che il proprio reddito è superiore alla propria spesa, mentre deficit è l’esatto contrario. Se il settore pubblico è in deficit, tendenzialmente avremo perciò una eccedenza nel mondo privato. Se il settore privato è in eccedenza sappiamo che almeno un’altra voce deve risultare in deficit. Il governo statunitense, ad esempio, è quasi sempre in deficit e il settore privato è di conseguenza quasi sempre in eccedenza. Quando, sul finire degli anni ’90, il governo statunitense ha puntato sull’eccedenza di bilancio, il settore privato ha conosciuto un deficit senza precedenti. In molti credono falsamente che l’eccedenza di bilancio pubblico sia qualcosa di positivo, ma il contraltare di questa eccedenza è di norma il deficit e quindi la sofferenza del settore privato, aziende e famiglie. Per capire in profondità questi meccanismi bisogna studiare attentamente Parento. I Paesi che usano l’euro sono in crisi e non hanno margini di manovra perché non possono superare il deficit oltre il 3% del Pil. Una vera assurdità stabilita nei trattati. La Germania ha schiacciato molti Paesi dell’area euro attraverso le politiche sul lavoro varate intorno al 2000. Il cancelliere dell’epoca, Schroder, ha riorganizzato il mercato del lavoro limitando il potere dei sindacati, riducendo i sussidi e abolendo i diritti. Oggi in Germania il sussidio di disoccupazione dura circa la metà del tempo di quanto non succeda negli Stati uniti. Queste misure provocarono immediatamente un’impennata della disoccupazione con risultati molto negativi per l’economia tedesca. Ma questa negatività non è durata molto perché si è rapidamente trasferita dalla Germania ad altri Paesi dell’area euro come l’Italia e il Portogallo, imbrigliati dal patto di stabilità e crescita. Un patto che in America suscita ilarità già dal nome che è un evidente ossimoro. Grazie a queste regole tutti i Paesi sono oggi in sofferenza tranne la Germania che ha un settore privato in attivo. Ma la ricchezza dei tedeschi la fanno in sostanza gli altri popoli europei schiacciati da regole pensate ad arte per favorire il vantaggio di pochi. In pratica i tedeschi sono fuori dai guai perché li finanziano di fatto quei Paesi in difficoltà per giunti additati come responsabili della crisi. Il colmo”.


Francesco Maria Toscano

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